Come mai tutto appare più grave durante la notte e più leggero all’alba

Studio rivela come umore e benessere psicologico oscillino durante la giornata, migliorando al mattino e peggiorando a mezzanotte.

Quando l’orologio segna le tre, la casa sembra espandersi in modo strano. Gli elettrodomestici emettono suoni inaspettati, lo smartphone continua a brillare anche quando converrebbe spegnerlo, e un pensiero banale entra nella camera iniziando a marciare con passo pesante. Una lite, un timore, una parola detta male, un’incombenza, una sensazione di abbandono che durante le ore diurne restava quieta in disparte: in quel momento si fa largo, diventa assordante, esige attenzione.

Paolo Crepet cita frequentemente una frase attribuita a Napoleone: “il coraggio è quello delle tre del mattino”. Questa espressione ha radici antiche e confuse, poiché già Thoreau, in Walden, menzionava il “three-o’clock-in-the-morning courage” che Bonaparte riteneva estremamente raro. Nella quotidianità comune, senza battaglie, truppe e atteggiamenti eroici, assume un significato molto più ordinario: il coraggio necessario quando tutti dormono, nessuno ti devia, nessuno ti giustifica, nessuno ti rassicura con un “vedrai, domani andrà meglio”. Rimani solo tu. E spesso tu, in quell’ora, sei la persona meno indicata per valutare la tua esistenza.

Ora una ricerca pubblicata su BMJ Mental Health conferisce una dimensione scientifica a questa percezione. Gli studiosi hanno esaminato i dati dello UCL COVID-19 Social Study, monitorando 49.218 adulti in Inghilterra da marzo 2020 a marzo 2022, raccogliendo quasi un milione di risposte nel corso del tempo. Il risultato non offre soluzioni magiche, fortunatamente. Comunica qualcosa di più concreto: mediamente, le persone dichiarano una condizione psicologica e un benessere superiori nelle ore mattutine, mentre verso la mezzanotte i valori si abbassano.

Centinaia di migliaia di dati confermano che lo stato d’animo varia con le ore

L’interrogativo dello studio appare elementare, di quelli che potremmo porci senza strumenti scientifici e senza statistiche: il benessere psicologico oscilla durante le ventiquattro ore? Per trovare una risposta, il team di ricerca ha monitorato sei aspetti differenti: manifestazioni depressive, manifestazioni ansiose, contentezza, appagamento esistenziale, percezione che le proprie azioni abbiano significato e isolamento emotivo. Scelta ragionevole, perché la psiche difficilmente funziona come un dispositivo binario. Puoi provare angoscia e comunque avere un obiettivo. Puoi sentirti isolato e continuare a funzionare normalmente. Puoi essere contento della tua esistenza e, contemporaneamente, percepire la mente consumata come un tessuto logoro.

Per depressione e ansia sono stati impiegati strumenti diagnostici riconosciuti, il PHQ-9 e il GAD-7. L’isolamento emotivo è stato valutato con la scala UCLA a tre quesiti. Contentezza, appagamento e percezione del valore personale sono stati rilevati con domande dirette, derivate dalle misurazioni britanniche sul benessere individuale. Ogni risposta aveva un timestamp. Questo particolare, apparentemente amministrativo, ha consentito di confrontare ciò che le persone dichiaravano dalle sei del mattino fino a mezzanotte.

Il pattern che emerge ha una nitidezza essenziale. Al mattino le persone segnalavano meno manifestazioni depressive, meno angoscia, meno isolamento e livelli superiori di contentezza, appagamento e senso di significato. Verso mezzanotte il panorama diventava più oscuro. Nessun crollo drammatico, nessuna metamorfosi da narrativa horror. Le variazioni nell’arco della giornata erano contenute, ma sistematiche. E una cosa contenuta, quando si ripete quasi un milione di volte, cessa di essere marginale.

È necessaria cautela. Lo studio è osservazionale, quindi evidenzia una correlazione senza dimostrare che l’orario, isolatamente, migliori o peggiori il benessere psicologico. Gli autori lo dichiarano esplicitamente: è possibile che chi si sente meglio al mattino sia anche più incline a compilare i questionari in quelle ore, mentre chi sta peggio tenda a rispondere più tardi. Mancano inoltre informazioni su ritmi del sonno, posizione geografica e condizioni meteorologiche, tutti elementi capaci di influenzare notevolmente l’umore.

La robustezza del lavoro risiede nel volume di osservazioni e nel fatto che il modello persiste anche dopo numerosi aggiustamenti statistici. Il campione iniziale presentava squilibri: prima della ponderazione risultavano sovrarappresentate donne, persone di etnia bianca e persone con titolo universitario. I dati sono stati successivamente pesati per riflettere meglio la popolazione inglese per età, sesso, etnia e istruzione; i modelli hanno considerato anche occupazione, residenza urbana o rurale, condizioni fisiche diagnosticate e condizioni psicologiche preesistenti. L’oscillazione legata all’orario è rimasta evidente.

Le sei misurazioni, tuttavia, non si comportavano tutte allo stesso modo. Depressione e ansia apparivano più contenute nelle prime ore del giorno e più intense a tarda sera. Contentezza e appagamento esistenziale tendevano a diminuire avvicinandosi alla mezzanotte. La percezione che la propria esistenza abbia valore mostrava l’oscillazione più pronunciata: elevata al mattino presto, più bassa verso metà giornata, nuovamente un po’ più presente in serata, poi in discesa verso la notte. L’isolamento emotivo cambiava meno, quasi immobile nella stessa posizione, come certe presenze che conoscono l’orologio e lo ignorano.

Questo aspetto è rilevante. L’isolamento emotivo può comportarsi più come una condizione persistente che come uno stato transitorio. Le misure di benessere individuale oscillavano maggiormente anche per un motivo metodologico: depressione e ansia sono state valutate con scale composte da più quesiti, mentre contentezza, appagamento e significato con singoli quesiti da 0 a 10. Un quesito singolo lascia più margine alle fluttuazioni. Anche nella scienza, il contenitore modifica la forma del contenuto.

Il lunedì sorprende positivamente rispetto alle aspettative

Il giorno della settimana influisce sulla questione con meno aggressività di quanto suggerisca la mitologia lavorativa. Il lunedì, eterno bersaglio di battute, sbadigli e volti stanchi sui mezzi pubblici, in questa ricerca ottiene risultati persino superiori alla domenica su alcune misurazioni. Contentezza, appagamento e percezione del valore esistenziale risultavano leggermente superiori il lunedì e il venerdì rispetto alla domenica; la contentezza aumentava anche il martedì. L’isolamento emotivo, invece, variava poco tra un giorno e l’altro.

Le manifestazioni depressive risultavano più elevate il mercoledì e il giovedì rispetto alla domenica, mentre l’angoscia appariva più elevata in tutti i giorni tranne il venerdì, sempre rispetto alla domenica. Il dato più significativo riguarda l’andamento della giornata: nel fine settimana l’umore sembrava oscillare maggiormente tra mattina, mezzogiorno, sera e notte. Durante i giorni lavorativi, la routine livella. Lavoro, scuola, spostamenti, pasti, orari, compiti. Tutto spinge il corpo dentro un percorso predefinito. Il weekend, con maggiore libertà e maggiori vuoti, lascia emergere curve più irregolari.

Le stagioni, invece, si manifestano con maggiore intensità. Rispetto all’inverno, primavera, estate e autunno risultavano associate a meno manifestazioni depressive, meno angoscia, meno isolamento e più contentezza, appagamento e senso di significato. L’estate era la stagione ottimale su tutte le sei misurazioni. Sembra quasi scontato, considerando quanto la ricerca abbia già indagato sulla depressione stagionale e su quella zona grigia fatta di luce scarsa, freddo, isolamento, giornate che sembrano terminare prima ancora di cominciare.

Tuttavia, la stagione modifica il livello complessivo, senza stravolgere realmente la curva giornaliera. Il mattino resta superiore. La mezzanotte resta inferiore. Questo rende il dato più significativo, perché se tutto dipendesse esclusivamente dalla luce disponibile, il disegno mattina-notte dovrebbe variare molto di più tra estate e inverno. Gli autori suggeriscono quindi un intreccio più articolato: luce, temperatura, meteo, abitudini sociali, calendario lavorativo, festività, routine culturali. La mente abita nel corpo, ma abita anche negli orari altrui.

La spiegazione biologica più diretta passa dal ritmo circadiano, l’orologio biologico che regola sonno, veglia, temperatura corporea, metabolismo, attenzione, ormoni e umore. Tra i principali indiziati c’è il cortisolo, coinvolto nella risposta allo stress, nell’energia e nella vigilanza: tende a raggiungere il massimo poco dopo il risveglio e a diminuire verso l’ora di dormire. Anche serotonina, dopamina, infiammazione, esposizione alla luce, stanchezza e vita sociale possono contribuire a quella sensazione molto tangibile per cui al mattino, almeno occasionalmente, la mente ha più spazio.

La componente sociale pesa quanto quella biologica. Il corpo ignora il concetto di mercoledì, il calendario lo conosce perfettamente. Se i pattern cambiano tra giorni lavorativi e weekend, significa che obblighi, tempo libero, relazioni e attività quotidiane contribuiscono alla costruzione dell’umore. Una notte libera può trasformarsi in riposo, oppure in ruminazione. Una mattina impegnata può dare direzione, oppure pressione. Dipende da cosa contiene.

C’è poi l’ombra immensa del periodo osservato. I dati provengono dagli anni della pandemia: lockdown, paura del contagio, lutti, isolamento, lavoro da remoto, scuole chiuse, discussioni accese sulla salute pubblica, relazioni sociali ridotte al minimo. Dal 2020 al 2022, benessere psicologico e salute mentale sono migliorati gradualmente nel campione. Il primo anno pandemico è stato il più difficile; poi sono arrivati più informazioni, vaccini, riaperture, strumenti per orientarsi. Questo rende lo studio robusto e insieme contestualizzato: parla dell’Inghilterra in una fase storica straordinaria. In altri Paesi, climi, culture e routine post-pandemiche, la stessa curva potrebbe avere contorni differenti.

Da qui conviene evitare la scorciatoia del “dormici sopra e passa tutto”. A volte dormire aiuta realmente. Il sonno può ridurre la reattività emotiva, riorganizzare l’attenzione, restituire al cervello un minimo di energia per affrontare le cose con meno panico. La luce mattutina può aiutare l’orologio biologico a sincronizzarsi nuovamente. Però depressione, angoscia e isolamento attraversano il giorno successivo insieme a chi le sperimenta. I debiti rimangono debiti. Le diagnosi rimangono diagnosi. Le perdite, i conflitti, le paure, le case vuote e le relazioni infrante attendono anche dopo il caffè.

La parte utile dello studio sta proprio qui: dimostra che il disagio psicologico ha anche un ritmo. Una persona che compila un questionario a mezzanotte può raccontare una versione di sé più oscura di quella che racconterebbe alle otto del mattino. Per la ricerca, significa considerare l’orario in cui si raccolgono i dati. Per i servizi di supporto, può significare prestare maggiore attenzione alle ore tarde, quando il bisogno rischia di farsi più intenso e meno visibile. Gli autori indicano proprio la possibilità di organizzare risorse e disponibilità tenendo conto delle oscillazioni durante la giornata, per esempio potenziando l’accesso al supporto nelle ore notturne.

Crepet, quando parla del coraggio delle tre del mattino, intercetta una scena che tutti conosciamo senza doverla enfatizzare eccessivamente. L’eroismo autentico, in quell’ora, spesso consiste nel non prendere decisioni definitive mentre la mente sta operando al buio. Attendere. Bere un bicchiere d’acqua. Lasciare lo smartphone sul comodino. Ricordarsi che la notte non inventa tutto, però amplifica. Distorce le proporzioni, accorcia il respiro, preme dove già duole. Il mattino, qualche volta, restituisce almeno un tavolo su cui appoggiare i pezzi. Le tre di notte no. Le tre di notte tengono tutto in mano e stringono.

Fonte: BMJ Mental Health

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