Il true crime influenza davvero chi lo ascolta verso comportamenti criminali?

Fruire di true crime non aumenta la capacità di concepire azioni dannose: due studi mostrano correlazioni deboli e talvolta effetti inibitori.

Esistono persone che si rilassano con suoni ambientali. Altre preferiscono rivedere serie televisive familiari. E poi ci sono coloro che si addormentano ascoltando narrazioni di delitti, rapimenti e cadaveri ritrovati. Il fenomeno del true crime è ormai entrato nella routine quotidiana con una disinvoltura quasi paradossale: auricolari inseriti, faccende domestiche in corso, cronache di sangue reale come colonna sonora.

Da tempo circola un interrogativo ricorrente intorno a questo tipo di intrattenimento. L’esposizione continua a racconti di crimini autentici potrebbe modificare qualcosa nella psiche? Forse ammorbidisce i limiti etici. Oppure fa germogliare pensieri pericolosi. O ancora, potrebbe affinare la capacità di concepire azioni dannose verso il prossimo.

Gli studi psicologici sui contenuti violenti nei media non sono una novità. Si concentrano principalmente su videogame e pellicole cinematografiche. Numerosi ricercatori ritengono che l’esposizione a scene violente possa innescare cognizioni aggressive e ridurre l’empatia verso il dolore altrui. Tuttavia, il genere true crime è rimasto relativamente inesplorato, nonostante la sua enorme diffusione. Eppure tratta sequestri, serial killer, torture e abusi. Eventi realmente accaduti.

Negli Stati Uniti circa la metà della popolazione fruisce di contenuti true crime attraverso televisione, libri o podcast. Il dubbio smette quindi di apparire come un’ossessione infondata. Un team di studiosi coordinato da Corinna M. Perchtold-Stefan dell’Università di Graz ha voluto verificare se questa immersione nella violenza autentica possa incrementare quella che viene definita creatività dannosa. Le conclusioni sono apparse su The Journal of Creative Behavior.

La creatività dannosa rappresenta un costrutto specifico. Si riferisce alla capacità di elaborare soluzioni originali e nocive con l’obiettivo deliberato di nuocere a qualcuno, vendicarsi o provocare sofferenza fisica o mentale. Non è semplice impulsività. Non coincide nemmeno con l’aggressività ordinaria. È qualcosa di più complesso: escogitare modalità inedite per causare danno.

L’ipotesi da testare aveva una duplice natura. Da un lato, il true crime potrebbe fornire una sorta di catalogo implicito di condotte distruttive. Dall’altro, chi sceglie questo genere potrebbe farlo per ragioni completamente differenti: comprendere meglio i meccanismi della giustizia, gestire le proprie paure, sviluppare strategie di autoprotezione.

Tre minuti per concepire una rappresaglia

Per individuare la risposta corretta, gli studiosi hanno progettato due ricerche distinte. Nella prima hanno reclutato 160 adulti tramite piattaforme online. A ogni partecipante è stato domandato con quale frequenza consumasse contenuti true crime. Successivamente hanno risposto a un questionario sulle proprie inclinazioni aggressive, sia fisiche che verbali. È stato inoltre somministrato un test standardizzato di creatività linguistica, quello che richiede di produrre il maggior numero possibile di espressioni inusuali in un tempo limitato.

La sezione più significativa, e anche più inquietante, veniva dopo. Per valutare la creatività dannosa, i partecipanti dovevano immaginarsi coinvolti in situazioni sociali ingiuste. Un collega distratto che rovescia caffè su un volume prezioso. Un vicino che promette un compenso per un aiuto e poi scompare. A quel punto iniziava il compito vero e proprio: tre minuti per generare quante più idee dannose e creative possibili per contraccambiare.

Le risposte sono state successivamente esaminate da valutatori esterni secondo tre parametri. Hanno calcolato quante strategie di vendetta erano state elaborate, quanto risultassero lesive e quale fosse il loro grado di originalità.

Il risultato complessivo è stato molto meno drammatico delle aspettative. Nessuna correlazione evidente e generalizzata tra fruizione di true crime e creatività dannosa. È emerso soltanto un indicatore limitato e specifico: i consumatori più accaniti del genere producevano un numero lievemente superiore di strategie vendicative, ma questo fenomeno si manifestava esclusivamente tra individui con personalità già fortemente aggressive.

Esiste poi un aspetto più sfumato, ma altrettanto rilevante. Solitamente chi possiede elevata creatività verbale tende a mostrare maggiore originalità anche nelle idee nocive. In questo caso quella connessione sembrava interrompersi. Nei grandi fruitori di true crime, la creatività generale non si traduceva in modalità più innovative di arrecare danno. È un particolare minimo, eppure significativo.

Nella seconda ricerca è stato incluso anche l’horror

Per verificare la solidità di questi esiti in un contesto differente, il gruppo ha organizzato una seconda indagine con 307 partecipanti in ambiente controllato. Questa volta hanno integrato ulteriori questionari, inclusi quelli relativi all’umore depressivo e alle preferenze per altri generi, come l’horror di fantasia e la fantascienza. L’obiettivo era distinguere l’influenza del true crime da un interesse più ampio per l’intrattenimento.

È stato modificato anche il test di creatività generale. Al posto della creatività verbale è stata introdotta la creatività emotiva, ovvero la capacità di generare rapidamente reinterpretazioni positive di situazioni stressanti o minacciose. In sostanza: riuscire a costruire pensieri tranquillizzanti per calmarsi, ad esempio mentre si cammina soli in un parco al buio.

Anche la prova sulla creatività dannosa è stata ampliata. I partecipanti dovevano ideare nuove vendette in scenari diversi, come un coinquilino insopportabile o un rivale sentimentale. I valutatori, oltre a quantità, dannosità e originalità, hanno classificato anche la tipologia di vendetta: lesione fisica, danno patrimoniale, manipolazione relazionale, piccoli inganni.

Anche in questo caso il true crime non ha prodotto gli effetti temuti. Il consumo di questo genere risultava correlato in modo tenue a un numero maggiore di idee, tuttavia quelle idee non erano particolarmente lesive né eccezionalmente innovative. Quando chi fruiva massicciamente di true crime immaginava una ritorsione, tendeva più frequentemente verso forme di intimidazione o manipolazione sociale piuttosto che verso violenze fisiche.

Il dato più rilevante riguardava invece l’horror di finzione. Questa preferenza appariva molto più connessa alla capacità di elaborare idee altamente dannose. La spiegazione proposta dai ricercatori è coerente. L’horror inventato non deve rispettare i vincoli della realtà concreta, delle leggi fisiche, del diritto, della verosimiglianza. Può permettersi un repertorio del danno molto più vasto. Il true crime, per quanto oscuro, ruota spesso attorno a schemi di violenza concreta, ripetitiva, brutale nel modo più prosaico possibile.

Nella seconda ricerca è ricomparso anche l’altro elemento già osservato nella prima. Chi possedeva elevata creatività emotiva tendeva, in generale, a produrre rappresaglie più originali. Però se quella stessa persona consumava molto true crime, la sua originalità dannosa diminuiva. Ancora una volta, il collegamento si interrompeva.

Gli autori propongono alcune interpretazioni. La prima riguarda empatia e coscienza morale. L’esposizione prolungata a narrazioni autentiche di omicidi e violenze potrebbe rendere molto più evidente il dopo: i superstiti, il trauma, la devastazione, le conseguenze che permangono su chi resta. Con quel fardello nella mente, investire immaginazione nel nuocere può diventare gravoso, ripugnante, mentalmente dispendioso, persino all’interno di un semplice esperimento.

La seconda interpretazione proviene dalla criminologia, attraverso la teoria delle attività routinarie. In termini semplici: le persone modulano i propri comportamenti quando percepiscono meglio i rischi, i controlli, la presenza delle forze dell’ordine e la possibilità concreta di essere intercettate. Chi frequenta assiduamente il true crime potrebbe sviluppare una sensibilità superiore verso le conseguenze pratiche dei crimini. E quella vigilanza potrebbe spegnere l’impulso a immaginare forme nuove, azzardate e “ingegnose” di aggressione.

C’è poi la parte più tecnica e più cruciale, quella che impedisce di trarre conclusioni definitive. Le due ricerche hanno un disegno trasversale. Catturano un istante singolo, non seguono le persone nel tempo. Quindi non possono stabilire con certezza se il true crime modifichi effettivamente qualcosa nella creatività o se siano alcune caratteristiche preesistenti a orientare contemporaneamente sia i consumi mediatici sia i risultati nei test.

Per questo motivo i ricercatori intendono proseguire con studi sperimentali e longitudinali, capaci di osservare come queste relazioni evolvono negli anni. Tra le prossime direzioni di ricerca c’è anche il modo in cui il pubblico percepisce la novità dei crimini narrati: anche questo potrebbe influenzare il modo in cui la mente li processa.

Per il momento, il quadro resta abbastanza rassicurante. Il true crime sembra avere un impatto minimo nel trasformare qualcuno in un criminale più ingegnoso. In alcuni casi, anzi, sembra quasi ridurre l’attrattiva dell’idea stessa della vendetta creativa. Permane la fascinazione, certamente. Permane il consumo compulsivo. Permane quella curiosa abitudine di stirare i vestiti ascoltando la cronaca di una carneficina. Però il vademecum del male, almeno in questa ricerca, non è stato individuato.

Fonte: Journal of Creative Behavior

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin