Cambiare opinione politica: perché abbiamo paura del giudizio altrui

Modificare la propria posizione politica spaventa più del necessario: la ricerca dimostra che il timore delle conseguenze sociali è esagerato.

James Russell Lowell affermava che soltanto i defunti e gli sciocchi mantengono invariate le proprie convinzioni. Eppure, sembra che la maggioranza delle persone si comporti esattamente così. Nel nostro paese, chi modifica il proprio orientamento politico viene etichettato con un termine inequivocabile: voltagabbana. Una definizione che racchiude secoli di sospetto, di mentalità provinciale, di quella tradizione del gruppo chiuso dove la lealtà conta più della ricerca della verità.

Basta pronunciarla per comprendere il motivo per cui innumerevoli individui ogni giorno nascondono un’opinione modificata, la relegano in un angolo remoto della mente e vi si appoggiano sopra con tutto il peso della conformità sociale. Quel ragionamento silenzioso – meglio tacere che esporsi – è talmente istintivo da apparire naturale. Il guaio è che nella maggior parte dei casi conduce a una valutazione errata.

Uno studio apparso sul Journal of Personality and Social Psychology, condotto da Trevor Spelman e collaboratori della Northwestern University, ha quantificato con accuratezza la differenza tra ciò che paventiamo e ciò che realmente si verifica quando modifichiamo la nostra posizione su una questione politica.

Gli individui tendono a sovrastimare in modo sistematico la sanzione sociale che riceverebbero manifestando un’opinione differente da quella del proprio schieramento. La risposta degli altri, nei fatti, risulta quasi sempre notevolmente più moderata di quanto immaginato. Quasi sorprendentemente moderata, si potrebbe osservare.

Quando qualcuno modifica la propria posizione e il silenzio che ne consegue

La ricerca ha coinvolto più di 4.500 soggetti in una sequenza di esperimenti progettati per misurare esattamente questa discrepanza. In uno di questi, i partecipanti erano suddivisi in due categorie: chi doveva anticipare la risposta altrui al proprio mutamento di posizione, e chi invece doveva reagire concretamente all’informazione che un proprio simile aveva cambiato opinione. I risultati hanno evidenziato un divario marcato: chi prevedeva la reazione si aspettava livelli di emarginazione, disapprovazione e disprezzo nettamente superiori a quelli che chi giudicava dichiarava di provare realmente.

Il dato più tangibile proviene da un esperimento con interazioni dal vivo e incentivi economici reali. Chi anticipava la risposta del proprio interlocutore stimava che quest’ultimo avrebbe optato per cambiare partner nel 18,7 per cento dei casi; nella pratica, soltanto il 7,9 per cento lo ha fatto effettivamente. Praticamente la metà. Costruiamo tribunali immaginari nella mente e poi agiamo di conseguenza, come se il verdetto fosse già stato pronunciato da un giudice che nella realtà non si è nemmeno mosso dalla sua postazione.

La distorsione ha una denominazione precisa: i ricercatori la definiscono signal amplification bias, ovvero la propensione umana a ritenere che i propri comportamenti trasmettano agli altri segnali molto più intensi di quanto avvenga davvero. Chi anticipava le conseguenze del proprio dissenso si aspettava che questo venisse percepito come un tradimento eclatante della fedeltà di gruppo, mentre chi valutava effettivamente un pari dissenziente non lo considerava affatto una così grave violazione della lealtà. Siamo protagonisti di un dramma che per gli altri è poco più che una notizia marginale, letta frettolosamente tra una pausa e l’altra.

La conseguenza collaterale di tutto questo silenzio va ben oltre il singolo soggetto, e coinvolge la qualità del confronto che ci circonda quotidianamente. Quando le persone si autocensurano per timore di conseguenze sociali amplificate nella loro mente, privano il dibattito pubblico del loro contributo. Se soltanto le opinioni conformiste vengono espresse, si genera l’impressione errata che tutti nel gruppo la pensino allo stesso modo, il che rende la persona successiva ancora più riluttante a parlare.

Tutti muti, tutti persuasi che gli altri siano compatti e inamovibili, nessuno che si accorge che anche il vicino nutre i suoi dubbi da tempo. Gli psicologi definiscono questo meccanismo ignoranza pluralistica, e il risultato concreto è un dibattito pubblico impoverito da silenzi che nessuno ha davvero scelto in modo consapevole.

Nel nostro paese il meccanismo opera con strati culturali aggiuntivi che lo rendono ancora più ostico da smantellare

Trasferire questi risultati nel contesto italiano richiede alcune precisazioni, perché qui le dinamiche si complicano in modo abbastanza peculiare. Negli Stati Uniti il sistema politico è bipartitico e le identità sono relativamente stabili: sei democratico o repubblicano, il gruppo è definito, le regole del gioco sono note a tutti. In Italia la frammentazione partitica è molto più elevata, e quello che potrebbe sembrare uno spazio di maggiore libertà – più partiti, più sfumature, più possibilità di dissentire – nella pratica produce spesso l’effetto contrario.

Proprio perché i partiti sono numerosi e le identità più fragili, la fedeltà tribale tende a diventare ancora più rigida e sorvegliata. Chi modifica la propria posizione politica viene percepito come qualcuno strutturalmente inaffidabile, non come qualcuno che ha semplicemente aggiornato la propria visione del mondo sulla base di nuove informazioni o esperienze. “Prima stavi con quelli, ora stai con questi” è una frase che nel nostro paese porta con sé un giudizio morale pesante, e chiunque abbia vissuto un pranzo di famiglia con argomenti politici sul tavolo lo sa benissimo senza bisogno di uno studio americano a confermarlo.

C’è poi la variabile che la ricerca, condotta prevalentemente tra sconosciuti, non riesce a misurare: la dimensione del contesto sociale ristretto e denso che caratterizza la vita italiana. La politica si discute ancora moltissimo in ambienti dove le persone si conoscono da decenni, dove la memoria del gruppo è lunga e il giudizio ha una durata che nessuna interazione anonima online può replicare. Al bar, a tavola, nel circolo, nella parrocchia: sono luoghi dove il costo del dissenso si sente davvero sulla pelle, non solo nella testa.

Sui social, poi, il meccanismo si radicalizza in modo ulteriore e specifico. La punizione non arriva da una persona in privato ma da una platea, è pubblica, e lo screenshot dura per sempre. Il dibattito online italiano tende a una drammatizzazione molto più marcata rispetto ad altri paesi: le posizioni moderate spariscono nel rumore, i toni si alzano rapidamente, e chi osserva finisce per convincersi che il paese sia diviso in due blocchi impermeabili e perennemente in conflitto. Una distorsione talmente diffusa da produrre effetti reali sulle persone reali, quelle che vivono fuori dagli schermi e che portano quella percezione dentro le conversazioni quotidiane.

Eppure, anche in Italia rimane vero il meccanismo centrale descritto dalla ricerca. La percezione che tutti la pensino allo stesso modo all’interno di un gruppo è quasi sempre una costruzione, non una realtà. Sotto la superficie di qualsiasi gruppo politico apparentemente compatto ci sono dubbi, contraddizioni, ripensamenti che non vengono mai detti. Si tace per quieto vivere: una categoria, peraltro, tutta italiana, che non ha nemmeno bisogno di traduzione in nessun’altra lingua.

La fedeltà pregressa riduce il timore

Tra i risultati più interessanti dello studio c’è anche un tentativo concreto di intervenire su questa distorsione, e il meccanismo è quasi disarmante nella sua semplicità. I partecipanti a cui veniva chiesto di ricordare tre azioni compiute in passato a sostegno del proprio schieramento politico anticipavano poi meno rifiuto sociale rispetto a chi ricordava azioni contrarie al proprio gruppo.

Riflettere sulla propria lealtà pregressa funziona come un ancoraggio emotivo che riduce il senso di minaccia e rende le previsioni più realistiche. Basta ricordarsi di essere stati fedeli per smettere di avere così tanta paura di non esserlo più.

Spelman ha sottolineato che circa otto persone su dieci, nel ruolo di chi doveva anticipare la reazione altrui, sovrastimavano il grado di rifiuto che avrebbero incontrato rispetto a quanto dichiarato dai loro interlocutori. Otto su dieci, la stragrande maggioranza delle persone, sistematicamente, si prepara a un processo che nella realtà non avrà mai luogo nel modo immaginato.

La ricerca ha i suoi limiti, e gli stessi autori lo riconoscono con onestà. Gli esperimenti si sono svolti interamente negli Stati Uniti durante un periodo di forte polarizzazione, e le dinamiche potrebbero funzionare diversamente in altri contesti culturali o sistemi politici. Una precisazione che vale doppio per l’Italia, dove i fattori culturali in gioco sono abbastanza specifici da meritare una ricerca tutta loro, e prima o poi qualcuno la farà.

Il punto centrale, però, rimane solido e trasferibile. La percezione della realtà è il problema, molto più della realtà stessa. Quando quella percezione è sistematicamente distorta verso il peggio, il costo non lo paga solo chi tace: lo paga l’intero spazio del dibattito collettivo, che si impoverisce di sfumature, dubbi, ripensamenti onesti, di tutto ciò che rende una conversazione pubblica qualcosa di più di uno scambio di certezze già decise. Lowell lo aveva capito quasi due secoli fa. Evidentemente non tutti lo hanno letto. O forse lo hanno letto, ma hanno avuto paura di dirlo in giro.

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