Fragilità: perché è così difficile domandare sostegno?

Domandare sostegno è complesso anche nell'era della vulnerabilità condivisa. Ecco i meccanismi psicologici che ci frenano.

Esiste una situazione che si ripete con regolarità quasi prevedibile. Una persona dichiara: “Sono esausta”, “Vivo un momento di sovraccarico”, “Non riesco ad andare avanti”. Lo esprime con termini precisi, quasi da manuale. Eppure, quando dovrebbe pronunciare quella frase che potrebbe davvero modificare le cose, quel “Puoi aiutarmi?”, si crea il nulla. Il messaggio rimane non inviato. La chiamata non viene effettuata. Si trova un modo discreto per ignorare il problema.

Non accade perché siamo diventati improvvisamente distaccati o indifferenti. Il fatto è che esprimere ciò che proviamo è un conto, domandare sostegno è tutt’altra storia. Più tangibile, più azzardata. E, in modo paradossale, più “scomoda” proprio ora che la vulnerabilità è entrata nel vocabolario comune.

Domandare sostegno significa esporsi concretamente

Affermare “sto attraversando un periodo difficile” è diventato accettabile socialmente. Pronunciare “mi dai un supporto?” rimane una domanda che ci fa sentire scoperti, come se stessimo occupando risorse in un contesto dove tutti corrono e nessuno dispone mai di tempo libero. E infatti la sensazione prevalente non è “mi considereranno negativamente”. È piuttosto “sono già oberati, perché dovrei aggiungere anche me?”.

Domandare sostegno, inoltre, non coinvolge soltanto la sfera emotiva. Richiede forze, attenzione, costanza. È come se chiedessimo all’altra persona non solo un parere, ma anche uno spazio nella sua routine e un po’ di energia mentale. E qui emerge quel pensiero poco poetico ma molto concreto: creo fastidio. E con questo timore arriva la preoccupazione di risultare “invadenti”, di rappresentare la persona che genera un disagio invece di trovare soluzioni.

La psicologia analizza questa dinamica da anni: domandare sostegno può intaccare la percezione di sé, perché lo colleghiamo all’idea di essere meno competenti, meno indipendenti, meno “equilibrati”. In una società che valorizza l’autonomia come fosse una virtù etica, domandare sostegno appare come una piccola frattura nella facciata. Peccato che quella facciata, frequentemente, la manteniamo in piedi con grande sforzo.

E la questione non è esclusivamente individuale. Ha ripercussioni concrete. Le indagini sul rischio suicidario evidenziano che percepirsi come un fardello è tra i motivi principali per cui numerose persone interrompono la ricerca di contatto e supporto. Anche senza giungere a situazioni estreme, la medesima logica — “non voglio gravare” — finisce per generare solitudine e distacco, perché ci abituiamo a gestire tutto in modalità autonoma e silenziosa.

Cosa ci frena nel fare richieste?

Qui emerge uno degli aspetti più significativi, e anche più rassicuranti, che provengono dalla psicologia sociale. In una ricerca pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology, Flynn e Lake hanno dimostrato che tendiamo a valutare in modo eccessivamente pessimistico la probabilità che gli altri accettino una richiesta diretta di sostegno. In alcuni casi l’errore raggiunge circa il 50%: immaginiamo che l’altra persona rifiuterà, oppure che reagirà con fastidio, quando invece è più verosimile che acconsenta.

Si tratta di un meccanismo molto umano. Chi domanda sostegno tende a focalizzarsi su quanto l’altro “sacrificherà” in termini di risorse e impegno. Chi potrebbe fornire aiuto, invece, è spesso più influenzato da convenzioni sociali basilari: se qualcuno formula una richiesta esplicita, declinare risulta più disagevole di quanto immaginiamo. Conseguenza: chi necessita di supporto trattiene la domanda, chi avrebbe potuto aiutare rimane inattivo perché ragiona: “Se davvero fosse necessario, me lo avrebbe comunicato”.

A consolidare questo scenario ci sono anche contributi più attuali sul modo in cui tensione e carico modificano la percezione delle relazioni. Per esempio, uno studio pubblicato sul Journal of Applied Social Psychology si colloca in questa direzione: quando siamo mentalmente sovraccarichi, tendiamo a stimare in modo più negativo le implicazioni sociali delle nostre azioni. Tradotto in termini pratici: in fasi intense, domandare sostegno ci appare più “oneroso” di quanto realmente sia, anche quando la richiesta sarebbe ragionevole e persino gradita.

Quindi no, non si tratta solo di riservatezza. Non è solo temperamento. È anche un meccanismo prevedibile (e un po’ autolesionista) con cui la mente interpreta i rapporti quando siamo sotto tensione.

Quando il sostegno diventa calcolo, i legami si indeboliscono

C’è un ulteriore elemento che rende tutto più complicato: la trasformazione graduale e quasi impercettibile del sostegno in un conteggio. Chi deve cosa, chi ha contribuito maggiormente, chi è “in debito”. È la mentalità del saldo, quella che ci fa dire: “Io l’ho fatto per te, tu lo faresti per me?”. In teoria appare equo. Nella pratica, frequentemente, spegne il desiderio di domandare.

Perché se ogni gesto viene quantificato, allora avere necessità non è più una condizione normale dell’esistenza: diventa una mancanza da motivare. E se percepisci che dovrai restituire immediatamente, magari con gli interessi, allora è più semplice non domandare nulla. Resti in piedi anche quando le forze vacillano, e ti persuadi che sia onorevole. Anticipazione: di solito è solo logorante.

Questo approccio ai legami è prodotto dell’epoca che attraversiamo: interazioni veloci, tempo limitato, performance costanti. Sotto pressione, la logica economica penetra nelle relazioni e trasforma l’attenzione in prestazione. E quando l’attenzione è prestazione, il senso di appartenenza si indebolisce.

La reciprocità non significa equilibrio istantaneo

L’alternativa non è “donare senza confini” o “lasciarsi sfruttare”. L’alternativa è un principio molto più elementare e molto più radicato: reciprocità. Non quella rigida del “ho contribuito io, ora spetta a te”, ma quella che opera davvero nella realtà quotidiana: i carichi si alternano, le fasi cambiano, e un legame solido resiste anche quando per un periodo non è perfettamente equilibrato.

È ciò che accade nelle relazioni che funzionano, anche se nessuno le definisce in questo modo. Amicizie in cui non si contabilizza chi ha contattato per primo. Colleghi che si sostengono in un momento difficile senza trasformarlo in una questione di principio. Famiglie in cui, almeno talvolta, qualcuno può affermare: “Adesso non ce la faccio” senza sentirsi insufficiente.

In questo contesto, domandare sostegno smette di essere un insuccesso individuale e ritorna a essere ciò che è: un gesto umano, ordinario, persino saggio.

Nonostante tutta la tecnologia disponibile, abbiamo ancora bisogno delle persone

Siamo circondati da dispositivi che rispondono sempre, non si affaticano e non rifiutano mai. Talvolta sono utili, talvolta persino confortanti. Ma non rimpiazzano una cosa: la percezione di essere inseriti in una rete vitale, composta da persone reali, che possono aiutare e anche non essere in grado di farlo, e che proprio per questo rendono il sostegno qualcosa di autentico.

Valorizzare la vulnerabilità è un progresso. Ma se poi non riusciamo a sostenere la richiesta concreta che accompagna la vulnerabilità, restiamo al livello delle dichiarazioni d’intenti.

E allora vale la pena affermarlo senza enfasi: domandare sostegno non è una debolezza. È una capacità relazionale. E sì, può essere appresa. Anche in età adulta. Anche quando ci sembra tardivo, quando abbiamo già scritto innumerevoli volte “tutto bene” mentre non lo era. Perché la vera fragilità non è domandare. È persuadersi di non poterlo fare.

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