Scoperta nel pitone una sostanza che frena la fame senza effetti indesiderati

Ricercatori scoprono nel sangue del pitone una molecola che sopprime l'appetito senza nausea: i dettagli dello studio pubblicato su Nature.

L’industria farmaceutica legata alla perdita di peso sta attraversando una fase di profonda trasformazione, alimentata dall’espansione dei medicinali GLP-1 e da una richiesta in continua ascesa. Gli effetti emergono anche dalle statistiche: negli USA l’obesità tra gli adulti ha mostrato una diminuzione marginale dopo decenni di aumento ininterrotto. Tuttavia, una quota rilevante di chi inizia queste cure abbandona entro un anno, frequentemente per via di reazioni avverse complesse da tollerare, quali nausea cronica, problemi digestivi e riduzione della muscolatura.

In questo scenario ancora precario, gli scienziati stanno esplorando nuove direzioni. Non puntano su sostanze artificiali create in laboratorio, ma su meccanismi biologici preesistenti che operano su dimensioni molto differenti da quelle umane. È in questo contesto che si colloca una ricerca apparsa su Nature Metabolism, che identifica nel plasma del pitone delle rocce birmano un composto in grado di diminuire lo stimolo della fame senza coinvolgere il tratto gastrico.

L’adattamento metabolico straordinario del serpente

Il Python bivittatus sperimenta una condizione metabolica che si muove tra due poli opposti. Può sopravvivere senza nutrirsi per diversi mesi, talvolta superando l’anno, per poi consumare in un’unica occasione una vittima che raggiunge dimensioni paragonabili al suo corpo. Dopo l’ingestione, l’organismo subisce una rapida riconfigurazione: il ritmo metabolico si intensifica notevolmente, il muscolo cardiaco si ingrandisce, gli apparati digestivi si dilatano per processare il carico nutritivo.

Questa metamorfosi non è definitiva. Una volta completata la digestione, il sistema ritorna a una fase di riposo, contraendo dimensioni e fabbisogno energetico. Proprio questa abilità di modulare funzioni biologiche su vasta portata ha catturato l’attenzione degli studiosi, che hanno scelto di esaminare attentamente i cambiamenti nel sangue del rettile durante questa transizione.

Per condurre l’analisi, hanno esposto alcuni esemplari a un’astinenza alimentare di 28 giorni, seguita da un pasto equivalente a circa un quarto del loro peso. L’esame successivo ha rivelato un incremento sostanziale di centinaia di metaboliti. Fra questi, uno ha manifestato un balzo molto più pronunciato: la para-tyramine-O-sulfate (pTOS), che ha registrato un’impennata superiore a mille volte rispetto ai valori iniziali.

Il composto pTOS sotto esame

Per verificare se questo metabolita potesse produrre effetti anche nei mammiferi, gli scienziati lo hanno inoculato in topi con obesità. L’esito si è focalizzato su un aspetto specifico: gli animali hanno diminuito volontariamente il consumo alimentare, con una riduzione ponderale attorno al 9% nell’arco di quattro settimane.

Diversamente dai medicinali GLP-1, il pTOS non opera ritardando il transito gastrico. Questo particolare modifica lo scenario, poiché proprio quel processo è responsabile di numerose reazioni avverse avvertite dai pazienti. Gli esperimenti suggeriscono invece che la sostanza raggiunge direttamente l’encefalo, stimolando neuroni specifici nell’ipotalamo ventromediale, un’area implicata nel controllo dell’appetito e della sazietà.

Il risultato è una regolazione dello stimolo alimentare che non transita attraverso il malessere intestinale. Nei modelli esaminati non si rilevano modifiche nelle dimensioni degli organi, né variazioni significative nel dispendio energetico o nell’assimilazione dei nutrienti.

Un ulteriore dato interessante riguarda la presenza del pTOS nell’essere umano. Anche noi produciamo questa molecola, con concentrazioni che salgono dopo i pasti. L’aumento osservato è più moderato rispetto a quello dei serpenti, ma dimostra che si tratta di un elemento già integrato nella nostra biologia.

Nel pitone, il pTOS origina dall’azione dei microrganismi intestinali che trasformano la tirosina, un amminoacido diffuso nelle proteine alimentari. Questo passaggio sottolinea ancora una volta l’importanza del microbiota nella modulazione di processi complessi collegati al metabolismo.

La ricerca prosegue lungo una traiettoria ormai consolidata: studiare organismi che hanno evoluto adattamenti estremi e convertire quei meccanismi in potenziali applicazioni terapeutiche. Un metodo che solleva anche una riflessione sul rapporto tra innovazione, sperimentazione animale e questioni etiche, specialmente quando l’analisi di sistemi biologici elaborati diventa il fondamento per nuove cure.

Il lavoro sul pTOS costituisce una tappa preliminare. I dati riguardano modelli animali e analisi sperimentali, e il passaggio a possibili impieghi clinici richiederà tempo, controlli e approfondimenti ulteriori. Nel frattempo, gli studiosi hanno già isolato centinaia di altri metaboliti che variano in modo rilevante dopo l’alimentazione del pitone, lasciando intravedere un territorio di ricerca ancora molto vasto.

Fonte: Nature

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