Obesità al 11,6% in Italia: i dati Istat svelano forti differenze legate a sesso, istruzione e area geografica di residenza.
La confezione formato famiglia costa meno di due vaschette di frutta già pronta da mangiare. Il turno di lavoro termina alle nove di sera, il supermercato chiude un’ora dopo, e il parco vicino casa ha un sentiero che dopo pochi metri si dissolve tra le auto parcheggiate. In una giornata organizzata così, il classico consiglio “mangia sano e muoviti di più” resta valido in teoria, ma diventa quasi inapplicabile nella pratica.
L’obesità nasce certamente da cosa mangiamo e da quanto ci muoviamo. Ma attorno a questi due fattori si intrecciano reddito, livello di istruzione, orari lavorativi, accesso ai servizi sanitari e persino la zona geografica in cui si vive. I dati diffusi dall’Istat nel rapporto “La salute: una conquista da difendere” rivelano quanto queste variabili finiscano per pesare concretamente sulla bilancia.
Nel 1990 l’obesità coinvolgeva il 5,9% degli adulti italiani. Nel 2025 quella percentuale è salita all’11,6%. In trentacinque anni il dato è praticamente raddoppiato, seguendo però una traiettoria ben definita: colpisce maggiormente gli uomini, chi ha un basso livello di scolarizzazione e chi risiede nel Sud del Paese.
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Gli uomini crescono più velocemente
Nel 2001 le percentuali tra uomini e donne erano quasi identiche: l’8,6% degli uomini e l’8,4% delle donne convivevano con l’obesità. Nel 2025 la quota maschile è balzata al 12,4%, quella femminile al 10,8%.
Uno scarto minimo di due decimi si è trasformato in una differenza di 1,6 punti percentuali. Il rapporto Istat evidenzia questo scostamento inserendolo tra le trasformazioni degli stili di vita degli ultimi decenni. Le ragioni possono coinvolgere diversi fattori: tipologia di occupazione, abitudini alimentari, consumo di alcolici, esercizio fisico, controlli medici periodici e attenzione dedicata alla prevenzione. I numeri disponibili fotografano il risultato finale, senza però ridurlo a un’unica causa.
Il dato maschile va letto anche in un contesto sanitario più ampio. Nelle sezioni dedicate al tabagismo, l’Istat ricorda che nel 1980 fumava più della metà degli uomini con almeno 14 anni. Nel 2025 quella quota è scesa al 22,9%. In quel caso il cambiamento è stato imponente e ben visibile. Sul fronte dell’obesità, invece, la tendenza ha continuato a crescere.
Questa divergenza racconta anche come si modificano i rischi per la salute. Alcuni comportamenti diminuiscono grazie a divieti, campagne informative e maggiore consapevolezza collettiva. Altri invece aumentano dentro contesti quotidiani dove il cibo veloce resta sempre a portata di mano, mentre l’attività fisica va organizzata e il lavoro lascia poco tempo libero.
Il titolo di studio influenza anche l’alimentazione
Il divario più marcato emerge quando i dati vengono suddivisi per livello di istruzione. Tra le persone dai 25 ai 44 anni, la percentuale di obesità supera il 12% tra chi ha un basso livello di scolarizzazione. Tra i coetanei con un titolo di studio elevato, invece, resta sotto il 5%.
Questa differenza si manifesta precocemente, quando l’età da sola non basta ancora a spiegarla. Continua poi tra i 45 e i 64 anni e rimane evidente anche dopo i 65. In ogni fascia analizzata, chi ha un’istruzione più bassa presenta valori superiori rispetto a chi possiede diploma o laurea.
Il titolo di studio, considerato isolatamente, racconta solo una parte della vicenda. Dietro questo indicatore statistico si celano spesso il reddito, la stabilità occupazionale, il quartiere di residenza, il tempo a disposizione e la capacità di comprendere e utilizzare correttamente le informazioni sanitarie.
Interpretare un’etichetta alimentare richiede una certa dimestichezza con percentuali, porzioni e composizione dei prodotti. Seguire un regime alimentare specifico presuppone la possibilità economica di acquistare regolarmente ciò che viene consigliato. Cucinare i pasti in casa richiede tempo libero. Iscriversi in palestra costa denaro, mentre camminare quotidianamente necessita di strade adeguate e orari compatibili con la propria routine.
Il rapporto Istat collega istruzione e salute anche attraverso un dato ancora più duro. Tra gli italiani con almeno trent’anni, chi ha un basso livello di scolarizzazione registra una mortalità superiore di circa il 40% rispetto a chi possiede un’istruzione elevata. L’obesità si inserisce dunque in una disparità già evidente attraverso malattie croniche, accesso alla prevenzione e aspettativa di vita. Il corpo finisce per riflettere condizioni costruite molto prima di sedersi a tavola.
Nel Mezzogiorno la percentuale cresce
La stessa spaccatura attraversa la geografia italiana. Nel grafico Istat relativo al 2025, il Mezzogiorno presenta la quota standardizzata di persone obese più alta, davanti al Nord e al Centro.
La standardizzazione permette di confrontare territori con composizioni demografiche diverse per età. Lo svantaggio meridionale, quindi, resta consistente anche dopo aver corretto l’effetto dell’invecchiamento della popolazione.
Il rapporto dedica ampio spazio alle disuguaglianze territoriali della salute. Tra il 1990 e il 2023 la mortalità è diminuita in tutta la nazione, con un calo più rapido nelle regioni del Centro-Nord. In alcune aree la riduzione ha superato il 50%, mentre in quasi tutto il Mezzogiorno si è fermata intorno al 35%.
Nel 2023 Campania e Sicilia mostravano livelli di mortalità più elevati rispetto al resto del territorio nazionale, sia per gli uomini che per le donne. Anche il miglioramento della salute percepita, registrato nell’ultimo trentennio, è avanzato con maggiore lentezza al Sud.
Dentro questa geografia entrano in gioco la disponibilità di medici e strutture sanitarie, i tempi di attesa, la qualità dei trasporti, il reddito e l’esistenza di spazi dove praticare attività fisica. Un parco ben tenuto e raggiungibile a piedi cambia radicalmente la quotidianità. Un impianto sportivo distante diversi chilometri rimane spesso solo una possibilità teorica.
Lo stesso vale per la spesa alimentare. Avere nelle vicinanze mercati e supermercati ben forniti amplia le scelte disponibili. Muoversi tra pochi punti vendita, prezzi elevati e prodotti confezionati in offerta spinge verso opzioni più ripetitive. Il territorio si insinua nel piatto silenziosamente, attraverso la distanza, il costo e il tempo perso per raggiungere ciò che serve davvero.
Le calorie raccontano solo l’ultima parte della storia
Dal punto di vista fisiologico, l’aumento di peso deriva da uno squilibrio prolungato tra energia introdotta e quella effettivamente consumata. La formula matematica resta semplice. La vita che genera quello squilibrio lo è molto meno.
Un impiego sedentario, un turno frammentato, due ore quotidiane sui mezzi pubblici e la cura dei figli modificano inevitabilmente il tempo dedicato al movimento e alla preparazione dei pasti. Lo stesso accade con la precarietà economica, che spinge verso alimenti economici, sazianti, facili da conservare e rapidi da cucinare.
Anche la comunicazione sanitaria può ampliare le distanze esistenti. Consigli generici come “ridurre le porzioni” o “fare più movimento” funzionano meglio se accompagnati da strumenti concreti, servizi accessibili e percorsi pensati sulla vita reale delle persone. Per alcuni significa ricevere assistenza nutrizionale vicino casa. Per altri vuol dire poter praticare sport a costi accessibili, avere una mensa scolastica di qualità o trovare un medico prima che il problema diventi già complicato.
L’Istat sottolinea anche un aspetto che riguarda le nuove generazioni. Tra gli adulti, l’Italia mantiene livelli di obesità tra i più bassi dell’Unione Europea. Durante l’infanzia e l’adolescenza, invece, sovrappeso e obesità raggiungono valori molto superiori rispetto a diversi Paesi europei. Il vantaggio italiano rischia quindi di ridursi con il passare delle generazioni.
La prevenzione parte dalle mense scolastiche, dai consultori, dai quartieri e dagli orari lavorativi. Passa anche dalla scuola, perché il divario legato all’istruzione si manifesta già tra i giovani adulti e continua ad accompagnarli negli anni successivi. Il foglio con la dieta può restare attaccato al frigorifero. Ma se il turno finisce alle nove di sera, la spesa costa troppo e il quartiere si può percorrere solo in automobile, quel foglio rimarrà lì a prendere polvere.
Fonte: Istat