L’Italia tra le nazioni più longeve del pianeta: non solo cibo

Aspettativa di vita italiana passa da 29,8 anni nel 1872 a 83,4 oggi: merito di igiene, vaccini e sistema sanitario nazionale.

Nell’Italia del tardo XIX secolo, il confine tra vita e morte era sottile come un filo: bastava dell’acqua contaminata, una febbre trascurata, complicazioni durante il parto o una semplice dissenteria infantile che oggi risolveremmo con una chiamata al medico e qualche bustina reidratante. La lunga aspettativa di vita italiana affonda le radici anche in questi dettagli prosaici, ben lontani dal fascino di un piatto di spaghetti conditi con semplicità. Nasce dall’acqua potabile, dalle reti fognarie, dalle immunizzazioni, dagli antimicrobici, dai presidi sanitari, da ospedali accessibili senza dover impegnare i beni di famiglia.

Nel 1872 l’aspettativa di vita in Italia si fermava a soli 29,8 anni. Una cifra che oggi appare quasi irreale, soprattutto considerando che nello stesso periodo altre nazioni europee raggiungevano già i 40-50 anni. Attualmente il nostro Paese si colloca tra i più longevi al mondo, con un’aspettativa di vita di 83,4 anni. Nel 2023, l’età mediana al decesso tocca 81,6 anni per il sesso maschile e 86,3 anni per quello femminile: metà delle morti si verifica prima di questa soglia, metà dopo. Questi dati meritano attenzione perché raccontano una trasformazione straordinaria che va compresa nei dettagli.

Longevità dati ISTAT

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Prima dei rimedi miracolosi, l’igiene di base

La narrazione semplificata sostiene che la nostra longevità derivi dall’alimentazione corretta. Certamente c’è un fondamento di verità. Il regime alimentare ha un peso rilevante. Tuttavia, attribuire tutto alla tradizione culinaria mediterranea cancella il contributo fondamentale di interventi meno poetici ma decisivi per la sopravvivenza. Nei primi anni successivi all’unificazione nazionale, la mortalità nei primi mesi di vita era drammatica: nel 1863 circa 230 neonati su mille morivano prima di compiere un anno. Nel 2023 questo valore è crollato a 2,7 per mille, tra i più bassi a livello globale. In mezzo ci sono oltre centocinquant’anni di progressi igienici, distribuzione di acqua sicura, sviluppo medico, campagne vaccinali, diffusione dell’istruzione, controllo delle epidemie.

Il concetto di “salute” in questa evoluzione ha una dimensione molto pratica. Significa abitazioni meno umide, latte non adulterato, igiene personale, scolarizzazione diffusa, madri più consapevoli, bambini assistiti prima che una temperatura elevata diventasse fatale. Fino alla fine del XIX secolo il tasso di mortalità generale superava i 3mila decessi ogni 100mila residenti, e oltre un quarto riguardava il primo anno di vita. Colera, tisi e paludismo erano compagni quotidiani, quasi familiari. Nel 1881 le patologie infettive e parassitarie causavano circa il 30% delle morti totali, mentre un altro 30% derivava da malattie respiratorie e digestive.

Successivamente la tendenza ha iniziato a invertirsi. Le condizioni sanitarie sono migliorate, la scienza medica ha compiuto progressi significativi, i sulfamidici prima e la penicillina poi hanno modificato radicalmente l’esito di infezioni che per secoli avevano decimato intere comunità. Dagli anni Novanta, le malattie trasmissibili rappresentano circa l’1% della mortalità complessiva, con la notevole eccezione della pandemia da Covid-19: nel 2020 sono risalite al 12,4% dei decessi, poi ridiscese al 5% nel 2023. Il virus ha evidenziato una verità scomoda ma chiara: i progressi sanitari appaiono scontati solo finché funzionano.

Il sistema sanitario che sostiene la durata della vita

Nel 1978 si verifica un momento cruciale: la nascita del Servizio sanitario nazionale, fondato sul principio dell’accesso universale alle cure. Da quel momento i miglioramenti accumulati nei decenni precedenti trovano un’organizzazione pubblica più solida. Assistenza medica, prevenzione, diagnostica, immunizzazioni, strutture ospedaliere e medicina territoriale diventano elementi di un’idea molto concreta di cittadinanza: la salute come diritto fondamentale, almeno nelle intenzioni costituzionali.

Il nostro Paese è diventato longevo perché ha progressivamente diminuito le morti prevenibili, specialmente nei primi anni di esistenza, e perché ha trasformato numerose patologie da sentenze immediate a condizioni gestibili nel tempo. La morte ha modificato il proprio calendario. Ha smesso di colpire prevalentemente bambini e giovani per concentrarsi sempre più nelle fasi avanzate dell’esistenza.

Questa evoluzione emerge chiaramente dall’età mediana al decesso. Nella seconda metà dell’Ottocento oscillava tra 5 e 10 anni, proprio a causa dell’elevata frequenza di decessi infantili. All’inizio del Novecento sale a circa 20-25 anni, oltrepassa i 65 anni nel secondo dopoguerra e continua a crescere, raggiungendo gli 81,6 anni per gli uomini e gli 86,3 per le donne nel 2023. Si tratta di un cambiamento enorme, ma anche fragile, perché non uniforme sul territorio. Nel 2023 l’età mediana alla morte varia da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 nelle Marche, con uno svantaggio evidente per le regioni meridionali più popolose.

La lunga durata della vita in Italia presenta quindi anche differenze geografiche. Tra il 1990 e il 2023 la mortalità standardizzata per età diminuisce del 43% tra gli uomini e di quasi il 40% tra le donne, ma il calo è più pronunciato nel Centro-Nord, dove in alcune regioni supera il 50%, mentre in gran parte del Mezzogiorno si attesta intorno al 35%. Nel 2023 Campania e Sicilia mostrano distanze significative rispetto al resto del territorio nazionale. Anche il livello di istruzione incide: tra gli adulti dai trent’anni in su, chi possiede un basso livello di scolarizzazione presenta una mortalità superiore di circa il 40% rispetto a chi ha un’istruzione elevata.

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Vivere più a lungo implica curarsi più a lungo

Esiste poi il rovescio della medaglia, quello che nessuno inserisce nelle immagini idilliache di una vita lunga e serena. Vivere più a lungo comporta più anni da seguire, più controlli sanitari, più terapie farmacologiche, più diagnosi, più patologie croniche. Le malattie cardiovascolari, che alla fine dell’Ottocento causavano il 6-8% dei decessi, raggiungono il 30% nel 2023 e costituiscono la principale causa di morte dalla seconda metà del Novecento. I tumori passano dal 2-3% dei decessi alla fine del XIX secolo al 26,3% nel 2023. Non perché il passato fosse più salubre. Semplicemente, molte persone oggi raggiungono l’età in cui queste malattie diventano più frequenti.

La percezione della propria salute, tuttavia, mostra un miglioramento significativo. Negli ultimi trent’anni la percentuale di persone che si dichiara in cattive condizioni di salute è scesa dall’8% del 1995 al 5,5% del 2025. Tra le donne di 85 anni e oltre, nel 2025 quasi il 28% dichiara di stare male o molto male, una quota dimezzata rispetto al 1995; tra gli uomini della stessa fascia d’età si passa dal 39,5% al 17,2%. Si vive più a lungo e, almeno parzialmente, si vive meglio anche nelle età in cui un tempo la vecchiaia arrivava con meno risorse e molta più accettazione passiva.

Nel 2025 la multimorbilità, ovvero la compresenza di due o più patologie croniche nella stessa persona, riguarda circa 13 milioni di italiani, contro i 10,3 milioni del 1993. Il dato va interpretato insieme all’invecchiamento demografico: oggi una quota molto più ampia di popolazione raggiunge età avanzate, e il 39% di chi convive con più patologie ha superato i 75 anni. Al netto dell’età, la prevalenza complessiva si riduce di 3 punti e le patologie multiple tendono a manifestarsi più avanti nella vita. È una buona notizia che richiede responsabilità: abbiamo posticipato molti problemi, ora dobbiamo essere capaci di gestirli.

Gli stili di vita rappresentano una parte del quadro complessivo. Nel 1980 fumava oltre la metà degli uomini dai 14 anni in su, il 54,3%; nel 2025 la percentuale scende al 22,9%. Tra le donne la riduzione è molto più contenuta, dal 16,7% al 15,9%. La bronchite cronica, correlata anche al consumo di tabacco, interessava oltre 4 milioni di persone nel 1980 e nel 2025 scende a 2 milioni. Nel frattempo cresce l’obesità adulta, dal 5,9% del 1990 all’11,6% del 2025, con uno svantaggio per uomini, persone meno istruite e residenti nel Mezzogiorno.

Il segreto italiano, quindi, assomiglia poco a una ricetta da centenari sorridenti. È una costruzione graduale, fatta di alimentazione migliore, certamente, insieme a infrastrutture igieniche, immunizzazioni, antimicrobici, diagnostica, sanità pubblica, istruzione, prevenzione, riduzione del fumo tra gli uomini, maggiore attenzione alle malattie croniche. È anche una conquista disomogenea, perché vivere a lungo in Italia dipende ancora troppo dal luogo di nascita, dal titolo di studio, dai servizi disponibili sul territorio, dalla possibilità concreta di curarsi prima che il corpo presenti il conto. L’alimentazione aiuta. Il resto mantiene accesa la luce.

Fonte: ISTAT

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