Cosa sapere sull'influenza australiana 2026-2027: virus in circolazione, sintomi da riconoscere e categorie più a rischio in Italia.
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Con l’arrivo dei primi freddi torna puntuale il dibattito sulla cosiddetta “influenza australiana”, termine con cui si indica comunemente la stagione influenzale legata soprattutto al virus A/H3N2. Questo ceppo viene tenuto sotto stretta osservazione perché nell’emisfero meridionale del pianeta la stagione dei contagi anticipa di diversi mesi quella europea.
Siamo ancora a fine settembre, quindi è prematuro azzardare previsioni sulla portata dell’epidemia che colpirà l’Italia. Tuttavia alcuni dati preliminari sono già disponibili. I virus dell’influenza, infatti, mutano di continuo e per questo motivo la loro diffusione viene tracciata durante tutti i dodici mesi, e non solo nella stagione fredda.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha già selezionato i ceppi di riferimento su cui basare i vaccini per l’emisfero boreale nella stagione 2026-2027. Il preparato trivalente conterrà componenti dei sottotipi A(H1N1)pdm09 e A(H3N2), insieme a un virus del lignaggio B/Victoria. Questa composizione viene rivista con regolarità proprio perché i patogeni influenzali si trasformano nel tempo, con l’obiettivo di rendere il vaccino il più possibile aderente ai ceppi realmente in circolazione.
Ciò non permette comunque di stabilire già oggi quale virus prevarrà nel nostro Paese né quanto sarà severa la prossima ondata. I dati che arrivano dalle nazioni dell’emisfero australe, dove l’inverno si presenta con mesi di anticipo, vengono seguiti con grande interesse dagli esperti di epidemiologia, ma non rappresentano un’anteprima fedele di ciò che accadrà da noi. Fattori come il clima, il livello di immunità della popolazione, le percentuali di copertura vaccinale e le caratteristiche stesse dei virus possono cambiare notevolmente la situazione da un continente all’altro.
Indice
Un solo nome per virus diversi
Quando si parla genericamente di influenza stagionale, in realtà si fa riferimento a un insieme di virus differenti tra loro. Tra quelli monitorati dall’OMS per il prossimo inverno europeo troviamo A(H1N1)pdm09 e A(H3N2), oltre al già citato lignaggio B/Victoria. Il vecchio ceppo B/Yamagata non viene più inserito nei vaccini trivalenti: da marzo 2020 non risultano infatti casi documentati di questa linea virale in circolazione naturale.
L’aggiornamento periodico dei vaccini non è quindi un semplice tecnicismo. I virus influenzali accumulano di continuo variazioni genetiche e antigeniche, e la protezione acquisita negli anni passati non basta automaticamente a difenderci da quelli che gireranno nella stagione successiva.
Per capire con precisione cosa succederà in Italia, bisognerà attendere l’avvio della nuova rete di sorveglianza. L’Istituto Superiore di Sanità infatti non tiene d’occhio soltanto l’influenza, ma l’intero panorama delle infezioni respiratorie acute attraverso il sistema RespiVirNet. A partire dalla stagione 2025-2026 il monitoraggio nazionale ha ampliato deliberatamente il proprio raggio d’azione, dato che influenza, SARS-CoV-2, virus respiratorio sinciziale e numerosi altri agenti patogeni possono diffondersi in contemporanea generando sintomi molto simili tra loro.
Quando influenza, covid e rsv si confondono
La sfida principale dei prossimi mesi sarà riuscire a distinguere malattie che, soprattutto nelle fasi iniziali, possono manifestarsi in modo praticamente identico.
Il SARS-CoV-2 continua a circolare tutto l’anno, senza necessariamente seguire lo stesso calendario stagionale dell’influenza. Anche l’ECDC ribadisce che il Covid non è diventato una malattia esclusivamente invernale e che i picchi dei vari virus respiratori possono verificarsi anche fuori dai periodi tradizionalmente associati alla loro diffusione.
C’è poi il virus respiratorio sinciziale, noto come RSV, particolarmente pericoloso per i neonati e i bambini piccolissimi ma potenzialmente rischioso anche per gli anziani e per chi soffre di determinate patologie croniche. Nella maggioranza degli adulti provoca sintomi simili a quelli di un banale raffreddore, mentre nelle persone più fragili può colpire più a fondo le vie respiratorie, arrivando a causare polmonite o ad aggravare condizioni cardiache e polmonari già esistenti.
È proprio questa capacità di sovrapporsi a rendere poco affidabile il tentativo di riconoscere il virus responsabile basandosi su un unico sintomo.
Come riconoscere davvero l’influenza
Una delle caratteristiche più distintive dell’influenza è la sua comparsa improvvisa. Si può stare relativamente bene al mattino e trovarsi, poche ore dopo, con febbre alta, dolori muscolari diffusi, brividi, cefalea, tosse e una stanchezza opprimente.
Non tutti però sviluppano necessariamente febbre. Negli anziani, in particolare, il quadro clinico può risultare più sfumato, mentre nei bambini ai sintomi respiratori si possono aggiungere disturbi a livello gastrointestinale.
Il comune raffreddore, al contrario, tende a manifestarsi più gradualmente e a concentrarsi principalmente su naso chiuso, starnuti frequenti e mal di gola. Si tratta comunque di indicazioni generali e non di criteri diagnostici veri e propri: influenza, Covid e altri virus respiratori possono infatti dare origine a quadri clinici molto simili tra loro.
Anche la perdita di gusto e olfatto, diventata quasi un marchio distintivo del Covid nelle prime fasi della pandemia, oggi da sola non basta più a distinguere l’infezione da SARS-CoV-2 dalle altre patologie respiratorie. Quando conoscere con certezza il virus responsabile può influire sulle scelte terapeutiche o sulla gestione di un paziente fragile, il medico può decidere di ricorrere a un test specifico.
I segnali da non sottovalutare
Nella maggior parte delle persone in buona salute, un’infezione respiratoria si risolve senza particolari complicazioni. Esistono però situazioni in cui aspettare che passi da sola non è la scelta giusta.
Una respirazione affannosa, un dolore o una pressione persistente al petto, uno stato confusionale, una debolezza fuori dal comune o un peggioramento improvviso dopo un iniziale miglioramento richiedono un consulto medico tempestivo. Nei bambini vanno osservati con attenzione particolare il respiro molto rapido o faticoso, i segnali di disidratazione, la scarsa reattività e la difficoltà a bere liquidi.
Nel caso dell’RSV, soprattutto nei lattanti, la difficoltà respiratoria può accompagnarsi a scarso appetito o a una ridotta assunzione di liquidi. Anche in questa circostanza, un peggioramento dei sintomi va valutato tempestivamente da un professionista sanitario.
Chi corre maggiori rischi di complicanze
L’età resta uno dei principali fattori di rischio, ma non l’unico. Anziani, bambini molto piccoli, donne in gravidanza e persone affette da alcune patologie croniche o con difese immunitarie compromesse hanno maggiori probabilità di andare incontro a complicanze legate all’influenza.
Per la stagione 2026-2027 il Ministero della Salute raccomanda la vaccinazione antinfluenzale in particolare alle categorie considerate più esposte alle conseguenze della malattia. Tra queste figurano le persone dai 60 anni in su, i bambini tra i 6 mesi e i 6 anni, le donne in gravidanza, il personale sanitario e chi presenta determinate patologie pregresse. Rispetto ad alcune informazioni ancora diffuse online, quindi, il riferimento italiano non riguarda semplicemente gli over 65.
Il vaccino può essere somministrato già a partire dai sei mesi di vita e rimane uno degli strumenti più efficaci per ridurre il rischio di ammalarsi di influenza e, soprattutto, di sviluppare complicanze nei soggetti più vulnerabili.
Serve davvero il tampone?
Non ogni episodio febbrile accompagnato da tosse richiede automaticamente un test diagnostico. In molti casi il medico può basarsi sui sintomi riportati, sulla visita clinica e sulla circolazione dei virus in quel determinato periodo.
I test diventano invece più rilevanti quando identificare il virus può cambiare concretamente la gestione clinica del paziente, ad esempio nelle persone più a rischio di complicanze o in chi necessita di ricovero ospedaliero. Esistono inoltre test combinati capaci di individuare contemporaneamente influenza, SARS-CoV-2 e RSV.
Se si sospetta una complicanza come la polmonite, il medico può decidere di richiedere ulteriori accertamenti, come esami del sangue o una radiografia del torace. Non esiste dunque un protocollo di esami valido indistintamente per chiunque abbia l’influenza: tutto dipende dall’età, dalle condizioni generali di salute e dall’evoluzione dei sintomi nel tempo.
La prevenzione non parte dagli integratori
Con l’arrivo dell’autunno tornano regolarmente sul mercato prodotti che promettono di “potenziare le difese immunitarie”. La realtà, però, è decisamente meno miracolosa. Non esiste alcun alimento, integratore o rimedio naturale in grado di costruire da solo una barriera efficace contro i virus respiratori.
Le misure che funzionano davvero sono molto più semplici e concrete: vaccinarsi quando indicato, evitare di esporre altre persone quando si è malati, lavare frequentemente le mani, migliorare il ricambio d’aria negli ambienti chiusi e valutare l’uso della mascherina nelle situazioni a maggior rischio di contagio. Anche limitare i contatti con soggetti fragili quando si presentano febbre, tosse o altri sintomi respiratori può fare una differenza concreta.
Dormire a sufficienza, praticare attività fisica regolare, seguire un’alimentazione varia ed equilibrata e non fumare restano naturalmente comportamenti importanti per la salute generale, ma sarebbe un errore considerarli sostituti della vaccinazione o garanzie assolute contro il contagio.