Come i felini domestici mantengono atteggiamenti infantili per tutta la vita, attivando in noi istinti genitoriali attraverso la neotenia.
Ogni sera si ripete lo stesso rituale. Il felino balza sul sofà, si rannicchia accanto a te, comincia il caratteristico movimento di impastamento sul cuscino e, poco dopo, ecco le vibrazioni sonore inconfondibili. Può avere cinque, otto o perfino dodici anni. Tuttavia, si atteggia proprio come un micino di pochissime settimane. Non si tratta di rimpianto del passato né di involuzione. È neotenia. E secondo Giorgio Celli, celebre etologo italiano scomparso nel 2011, rappresenta l’elemento chiave per comprendere come i felini ci abbiano sedotto senza che nemmeno ce ne rendessimo conto.
La neotenia costituisce un fenomeno evolutivo sorprendente: determinate specie conservano in età matura tratti fisici o atteggiamenti caratteristici della fase giovanile. Non rappresenta un’anomalia, anzi. Si configura come un adattamento che, in particolari circostanze, garantisce benefici inattesi. Si osserva in alcuni anfibi, come l’axolotl, che mantiene le branchie esterne anche da maturo. E si manifesta, eccome, nei felini da compagnia.
Nel caso del micio domestico, non riguarda tanto modifiche anatomiche quanto atteggiamenti. Le fusa, per esempio, nascono come modalità comunicativa tra il cucciolo e la genitrice durante la poppata. Nei felidi selvatici adulti scompaiono. Nel micio casalingo, invece, permangono per l’intera esistenza. Identico discorso per il movimento di impasto con le zampe, quella gestualità che i micini eseguono sul ventre della madre per favorire la fuoriuscita del latte. Nessun felino maturo in libertà continua questa pratica. Il micio domestico, al contrario, la ripropone ogni volta che prova sicurezza e benessere. Magari proprio su di te.
Anche il verso vocale racconta una storia simile. I felini selvatici maturi comunicano prevalentemente attraverso posture corporee, sguardi, atteggiamenti. Il verso è un richiamo dei piccoli verso la genitrice. Eppure, il micio casalingo vocalizza intensamente, e spesso in maniera molto insistente, specialmente quando desidera qualcosa da noi. Nutrimento, attenzioni, un passaggio aperto. Ha compreso che risulta efficace. E persiste nell’utilizzarlo.
Indice
Noi rappresentiamo l’imitazione della madre felina
Celli, etologo ma anche letterato, drammaturgo e appassionato irriducibile dei felini, ha consacrato gran parte del suo impegno a questi animali. In opere come Il gatto di casa: etologia di un’amicizia e La vita segreta dei gatti, ha osservato, narrato, analizzato. E una delle sue intuizioni più geniali riguarda proprio la neotenia comportamentale.
Celli si domandava se per il felino, creatura che ignora la gerarchia, noi umani non potessimo essere proprio la rappresentazione della madre-gatta. Non in senso biologico, naturalmente. Ma operativo. Noi forniamo il nutrimento, assicuriamo protezione, offriamo tepore. Esattamente come farebbe una genitrice. E il felino, astuto com’è, ha compreso che mantenere attivi determinati atteggiamenti infantili gli assicura tutto questo. Per sempre.
Secondo ricerche etologiche comparative, l’intelligenza del felino maturo corrisponde a quella di un infante di circa diciotto mesi. Non è trascurabile. È il livello cognitivo in cui un bambino comprende che un oggetto persiste anche quando non lo osserva, sa ricercarlo, ricorda la sua posizione. Un’intelligenza già elaborata, ma ancora fortemente connessa al bisogno di accudimento. E il felino ha trasformato questa fase in un punto d’arrivo evolutivo perfetto.
Una strategia evolutiva in cui cadiamo con piacere
L’intelligenza speculativa del felino ha individuato i benefici della neotenia e ne ha fatto propri i vantaggi. Non è casuale che nel corso di millenni il felino domestico sia rimasto fisicamente contenuto, con proporzioni che evocano quelle di un cucciolo o di un neonato umano. Occhi ampi rispetto al viso, cranio arrotondato, movenze agili ma mai aggressive. Tutto contribuisce a scatenare in noi una reazione istintiva di protezione e assistenza.
La psicologia evolutiva ha evidenziato che determinate caratteristiche anatomiche – gli occhi grandi, la fronte spaziosa, le guance piene – attivano automaticamente in noi sentimenti di tenerezza. È un meccanismo che la selezione naturale ha perfezionato per farci occupare dei nostri piccoli. Ma opera anche con altre specie. Nel corso della domesticazione, il felino ha appreso a sfruttare questo meccanismo. E ne trae profitto.
Non si tratta di manipolazione in senso negativo. È coevoluzione. Noi abbiamo necessitato di loro per allontanare i roditori dai depositi di grano, loro hanno necessitato di noi per nutrimento e rifugio. Ma mentre i cani si sono adattati apprendendo l’obbedienza, i felini hanno scelto un percorso differente: restare cuccioli. E risulta estremamente efficace.
Nell’imprinting neonatale del felino esiste una fase di svezzamento precoce gestita dalla gatta madre che in natura porta ai micini piccole prede come nutrimento. Quando un gattino di due mesi si trova davanti una ciotola colma portata da un essere umano, non può che associare quel gesto a quello materno. Il legame affettivo-alimentare si crea lì, in quel momento. E una volta stabilito, difficilmente si rompe.
Poi arrivano le fusa. Chi può resistere a un tenero essere capace di far vibrare non solo il suo diaframma ma anche le corde dell’emotività di chi lo sta accarezzando? È una domanda retorica, ovviamente. La risposta è: nessuno. E il felino lo sa perfettamente.
L’archetipo dell’infanzia e il felino che rimane sempre piccolo
Carl Gustav Jung parlava di archetipi, quelle immagini primordiali presenti nell’inconscio collettivo di tutta l’umanità. Tra questi c’è l’archetipo del bambino: il simbolo della fragilità, dell’innocenza, del potenziale puro. Quando osserviamo un cucciolo, qualsiasi cucciolo, si attiva in noi una risposta istintiva di protezione e assistenza. Ma il felino domestico ha compiuto un passo oltre: ha compreso che se mantiene attivi determinati atteggiamenti infantili, può continuare ad attivare quella risposta per tutta l’esistenza.
Le fusa, per esempio, sono un suono che in natura appartiene solo ai gattini durante l’allattamento. Nei felini selvatici adulti scompaiono. Nel felino di casa, invece, diventano un linguaggio permanente. Lo stesso vale per l’impastamento con le zampe, quel movimento ritmico che i cuccioli fanno sul ventre materno per stimolare il latte. Il felino adulto continua a farlo su di te, sul divano, sulla coperta. Non è un ricordo confuso: è una strategia precisa. Perché sa che funziona.
Jung avrebbe probabilmente riconosciuto in questo comportamento felino una sorta di dialogo con il nostro archetipo materno o paterno. Il felino non è un bambino, ovviamente. Ma attiva in noi le stesse risposte emotive, gli stessi istinti protettivi. E noi rispondiamo di conseguenza, trattandolo esattamente come tratteremmo un figlio. Gli parliamo con voce dolce, ci preoccupiamo della sua salute, gli prepariamo il cibo, gli creiamo spazi sicuri. Perché dentro di noi, qualcosa lo riconosce come un essere che ha bisogno di cure.
Freud e il bisogno reciproco di accudimento
Sigmund Freud, dal canto suo, ci avrebbe probabilmente posto di fronte a una verità scomoda: il nostro bisogno di accudire un felino come se fosse un figlio dice molto più di noi che del felino stesso. Nella teoria freudiana, l’istinto genitoriale non è solo un impulso biologico finalizzato alla sopravvivenza della specie. È anche un modo per soddisfare bisogni psicologici profondi: il bisogno di sentirsi utili, necessari, amati incondizionatamente.
Il felino, con la sua straordinaria intelligenza emotiva, ha compreso come sfruttare questo meccanismo. Non obbedisce come un cane, non si sottomette, non riconosce gerarchie. Eppure riesce a farci sentire indispensabili. Quando fa le fusa mentre lo accarezziamo, quando si accoccola sulle nostre ginocchia, quando ci sveglia al mattino vocalizzando per la colazione, ci sta comunicando: “Ho bisogno di te”. E noi rispondiamo con un’ondata di gratificazione emotiva che pochi altri rapporti sono in grado di dare.
Freud avrebbe probabilmente parlato di sublimazione: la trasformazione di impulsi primari in comportamenti socialmente accettabili. Il nostro istinto genitoriale, quando non trova sbocco in figli umani o quando cerca canali aggiuntivi di espressione, si riversa sugli animali domestici. E il felino, con la sua neotenia comportamentale, è il candidato perfetto. È abbastanza indipendente da non essere opprimente, ma abbastanza bisognoso da farci sentire importanti.
Occhi grandi e cranio rotondo: il richiamo dello schema infantile
Nel 1943, l’etologo Konrad Lorenz identificò il cosiddetto “Kindchenschema“, traducibile come “schema del bambino”: un insieme di caratteristiche fisiche tipiche dei cuccioli di mammifero che scatenano automaticamente in noi una risposta di tenerezza e protezione. Come specificato poco fa, migliaia di anni di convivenza con l’uomo hanno selezionato felini che conservassero proporzioni cucciolesche anche in età adulta.
Un felino domestico adulto è fisicamente più simile a un gattino selvatico che a un felino selvatico adulto. E questo attiva in noi, in modo del tutto automatico, quegli stessi meccanismi psicologici che ci fanno accudire i bambini.
È una trappola evolutiva in cui cadiamo volentieri. Anzi, in cui scegliamo di cadere. Perché quella risposta emotiva, quella ondata di tenerezza, è anche piacevole. Ci fa stare bene. E il felino lo sa.
Una conquista silenziosa e perfetta
Giorgio Celli amava ripetere che forse il felino non è un animale domestico, ma il solo animale ad aver addomesticato l’uomo. Non è un paradosso. È una lettura lucida di un rapporto che, a guardarlo bene, funziona esattamente al contrario di come pensiamo. Noi crediamo di aver scelto i felini. Ma sono stati loro a scegliere noi, modulando i loro comportamenti per rendersi indispensabili, affettuosi, irresistibili.
E ci sono riusciti. Oggi i felini sono tra gli animali domestici più diffusi al mondo. Non lavorano, non obbediscono, non ci seguono in passeggiata. Eppure li amiamo. Li accudiamo. Li coccoliamo come si fa con i bambini. Perché, in fondo, è esattamente questo che loro vogliono farci credere di essere. Eterni cuccioli che hanno bisogno di noi. Anche quando, in realtà, potrebbero cavarsela benissimo da soli.
Ma chi avrebbe il coraggio di dirlo a quel batuffolo che fa le fusa acciambellato sul divano?