Scopri come i germi del sanitario raggiungono lo spazzolino attraverso aerosol invisibili e quali strategie adottare per proteggere la tua igiene.
La contaminazione degli spazzolini dai microrganismi del WC non è un mito urbano né un’ossessione di chi è troppo attento alla pulizia. Da molti anni, gli scienziati studiano attentamente quello che succede ogni volta che azioniamo lo scarico del bagno. E i risultati, va detto chiaramente, sono tutt’altro che confortanti.
Il bagno rappresenta uno degli spazi più contraddittori dell’abitazione: in un’unica stanza si mescolano l’espulsione delle sostanze di scarto del corpo e la routine quotidiana dedicata all’igiene personale. Una coesistenza che, secondo le indagini scientifiche più aggiornate, comporta maggiori pericoli di quanto comunemente si pensi.
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Che cosa succede azionando lo scarico
Nel momento in cui attiviamo lo sciacquone, non avviene semplicemente l’eliminazione di ciò che deve essere rimosso. Il getto d’acqua crea un fenomeno ampiamente documentato dai ricercatori: il cosiddetto toilet plume, una nebbia di minuscole gocce che si alza e si diffonde nello spazio del bagno.
L’acqua impiegata per lo scarico è in origine pulita e adatta al consumo. Tuttavia, appena viene a contatto con le deiezioni, la condizione si trasforma drasticamente. L’azione dello scarico provoca un evento di dinamica dei fluidi intenso, analizzato fin dagli anni Cinquanta e confermato da uno studio del 1975 che evidenziò come lo sciacquone fosse capace di spargere agenti infettivi nell’atmosfera circostante.
Due sono i meccanismi fondamentali che generano aerosol. Il primo è lo splashing, cioè l’urto dell’acqua sulla superficie ceramica, che crea gocce abbastanza grandi, frequentemente oltre i 50 micrometri. Queste particelle, essendo più pesanti, hanno la tendenza a posarsi sulle superfici prossime al sanitario, sporcando pavimenti e oggetti nelle immediate vicinanze.
Il secondo meccanismo riguarda l’esplosione delle bolle. Durante lo scarico, notevoli quantità d’aria vengono catturate nell’acqua e riemergono come bolle che, scoppiando sulla superficie, generano particelle minuscole. Queste goccioline sono leggere, rimangono nell’aria anche per diverse ore e possono spostarsi per distanze notevoli, frequentemente oltre 1,8 metri. Aerazione insufficiente e forma del sanitario contribuiscono a incrementare ulteriormente la diffusione.
Lo spazzolino: perché rientra tra gli oggetti più vulnerabili
Se il sanitario costituisce la fonte di contaminazione, lo spazzolino dentale rappresenta uno dei principali obiettivi. La sua conformazione lo rende particolarmente esposto. Le setole in nylon, dense e compatte, generano un effetto capillare che cattura l’umidità e trattiene le particelle presenti nell’aria del bagno.
Una ricerca effettuata dalla Quinnipiac University ha identificato la presenza di coliformi fecali nel 60% degli spazzolini esaminati in servizi igienici condivisi. Il dato più allarmante è che, nell’80% dei casi, quei residui fecali provenivano da persone diverse dal proprietario dello spazzolino.
Tuttavia, lo spazzolino non è un elemento inerte. Ricerche successive, come il progetto conosciuto informalmente come “Operation Pottymouth”, hanno evidenziato che le setole ospitano un vero ecosistema microbico. L’esposizione continua a dentifricio, saliva e frammenti di cibo favorisce lo sviluppo di batteri della bocca che, in parte, riescono a opporsi a quelli derivanti dal WC. Questo non equivale all’assenza di contaminazione, ma a una diminuzione della quantità dei patogeni esterni.
Anche la tipologia di spazzolino incide. Alcuni modelli elettrici con testina vuota, progettati per trasmettere il movimento tramite un meccanismo interno, possono accumulare fino a 3.000 volte più microrganismi rispetto agli spazzolini manuali. Una vera riserva per i batteri.
Abbassare il coperchio o proteggere lo spazzolino non risolve
La soluzione più comune è intuitiva: abbassare il coperchio del sanitario prima di azionare lo scarico. Sfortunatamente, le analisi fluidodinamiche e una ricerca del 2024 pubblicata sull’American Journal of Infection Control mostrano che l’efficacia è parziale. Con il coperchio abbassato, gli aerosol non si diffondono verticalmente, ma vengono indirizzati orizzontalmente, contaminando comunque lo spazio.
Anche le custodie per spazzolini appaiono una soluzione logica, ma presentano un inconveniente rilevante: mantengono l’umidità. Studi recenti hanno rilevato su spazzolini protetti una maggiore presenza di Candida e Pseudomonas, microrganismi potenzialmente dannosi quanto quelli veicolati dal toilet plume.
L’approccio più valido consiste in una combinazione di diversi accorgimenti. La disinfezione chimica resta l’arma primaria. I contenitori per spazzolini dotati di luce UV sono capaci di diminuire significativamente la carica batterica sulle setole, benché agiscano esclusivamente sulle superfici direttamente illuminate. Pulire con regolarità il sanitario con prodotti disinfettanti riduce la quantità di patogeni all’origine, rendendo la nube aerosol decisamente meno problematica.
Anche la distanza è importante: conservare lo spazzolino ad almeno due metri dal sanitario, preferibilmente all’interno di un armadietto ben aerato, contribuisce a limitare l’esposizione. Essenziale è consentire allo spazzolino di asciugarsi del tutto: l’umidità prolungata rappresenta un invito aperto per microrganismi indesiderati.
Il toilet plume è una conseguenza inevitabile dei sistemi di scarico convenzionali. Finché non adotteremo diffusamente i sanitari a vuoto impiegati negli aerei, convivere con questa realtà è inevitabile. L’obiettivo non è raggiungere la sterilità totale, ma diminuire la contaminazione incrociata e, soprattutto, il senso di disgusto. Spesso, semplici accorgimenti fanno una grande differenza.