Come una parola ha reso accettabile colpire per primi

Raid su Iran e linguaggio della sicurezza: la psicologia rivela perché il termine "preventivo" rende accettabile la violenza organizzata.

Nelle ultime settimane, osservando Israele lanciare offensive contro l’Iran mentre gli Stati Uniti giustificano tutto attraverso il linguaggio della difesa globale, mi sono domandato in quale momento preciso abbiamo accettato di normalizzare il termine “bombardamento”. Quando la collettività ha smesso di porsi interrogativi scomodi preferendo risposte rassicuranti?

La soluzione non risiede nelle stanze del potere politico ma dentro ciascuno di noi, nei processi attraverso cui la mente umana converte il disagio etico in qualcosa di più tollerabile: accade nei commenti sui social, nei dibattiti televisivi, nelle chiacchierate tra conoscenti davanti a un drink. È l’istante in cui la brutalità comincia a sembrare sensata. Anzi, indispensabile. Anzi, preventiva.

Il termine “preventivo” è diventato il più inflazionato degli ultimi anni. Israele attacca prima degli altri: azione preventiva. Gli Stati Uniti appoggiano: dissuasione preventiva. L’Iran reagisce: legittima difesa. Ciascuno possiede la propria motivazione, ciascuno dispone del proprio gergo specialistico per evitare di definire le cose con precisione. E nel frattempo il confronto pubblico si trasforma in qualcosa che ricorda più un evento sportivo che un’analisi seria della realtà. Perché la mente umana, quando la situazione diventa critica, attiva un sistema straordinariamente efficace per schermarsi dal tormento etico. Gli studiosi lo definiscono disimpegno morale, e opera su chiunque, a prescindere dall’ideologia professata.

Come la mente rende un raid aereo una decisione “logica”?

Il fenomeno è stato esaminato dallo psicologo Albert Bandura e studiato sistematicamente in una rassegna pubblicata nel 2016 (Moral Disengagement). Si riferisce a un insieme di meccanismi cognitivi mediante i quali gli individui riescono a perpetrare, appoggiare o legittimare comportamenti dannosi continuando a vedersi come persone eticamente integre. Non parliamo di soggetti patologici. Parliamo di persone normali, con famiglia, professione, valori.

Secondo la letteratura scientifica, in particolare lo studio apparso su Aggressive Behavior, quando un atto violento viene presentato come indispensabile, protettivo o ineludibile, il cervello diminuisce spontaneamente il conflitto morale interiore. L’azione viene ridenominata: un’aggressione diventa tutela nazionale, un attacco su aree popolate diventa intervento mirato, la devastazione diventa prevenzione. La mente riclassifica tutto con una naturalezza quasi impressionante.

Il sistema opera attraverso tattiche precise e documentate: la legittimazione morale, la dispersione della responsabilità, la disumanizzazione dell’avversario e il paragone favorevole, ovvero quell’automatismo che spinge a dire “ma loro fanno ben peggio”. Non è cattiveria. È struttura psicologica. È il modo in cui il cervello gestisce la contraddizione tra “mi ritengo una persona giusta” e “sto approvando un attacco su Gaza o su Teheran”.

Quando questi processi si innescano su scala collettiva – e in questi mesi lo stanno facendo in modo piuttosto palese – la violenza cessa di essere vista come questione etica e diventa una scelta tattica legittima. Inizialmente si afferma “è inevitabile”. Poi “è necessario”. Alla fine diventa semplicemente la normalità, qualcosa che non merita nemmeno più attenzione.

Cosa accade quando le regole internazionali diventano facoltative?

L’attacco preventivo, dal punto di vista normativo internazionale, abita una zona ambigua costruita deliberatamente per essere occupata comodamente. Il sistema di norme nato dopo il secondo conflitto mondiale esiste, è documentato, è ratificato: la Carta delle Nazioni Unite stabilisce che nessuna nazione dovrebbe usare la forza senza un’autorizzazione esplicita, senza un accordo collettivo, senza seguire almeno le procedure formali.

Il nodo è che quel sistema manca di un’autorità coercitiva. Funziona finché gli Stati scelgono spontaneamente di osservarlo, e quando una superpotenza decide di reinterpretare il “diritto alla difesa preventiva” secondo i propri interessi – senza autorizzazione ONU, senza consultare alcuno – le norme cessano di essere universali e diventano facoltative per chi possiede sufficiente potere per permetterselo.

Il Segretario generale dell’ONU ha condannato esplicitamente le offensive di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran richiamando la violazione della sovranità e del divieto di aggressione previsti dalla Carta stessa. Una condanna rimasta, come spesso succede, priva di effetti concreti. Quando queste trasgressioni si moltiplicano e l’opinione pubblica le metabolizza come eventi ordinari, il termine “preventivo” smette di essere una categoria legale e diventa qualcosa di molto più elementare: una giustificazione con il sigillo ufficiale.

L’esaltazione del “noi” che cancella chi sta dall’altra parte

Esiste un aspetto ancora più preoccupante, evidenziato dallo studio Ingroup Glorification, Moral Disengagement and Justice in the Context of Collective Violence. La ricerca dimostra come l’esaltazione del proprio gruppo di riferimento incrementi concretamente la tendenza a giustificare azioni violente verso chi viene identificato come esterno a quel gruppo.

Non si tratta di senso di appartenenza, che è normale e salutare. Il problema sorge quando il proprio gruppo viene idealizzato come moralmente superiore, storicamente giustificato, immune da ogni critica. In quel frangente, ogni voce critica diventa slealtà e ogni azione aggressiva viene automaticamente riletta come difesa. L’avversario smette di essere un individuo con una biografia, una famiglia, timori. Diventa etichetta, “l’Iran”, “il regime”, “il terrorismo“. Le esistenze individuali si dissolvono dentro le definizioni geopolitiche, che è un modo raffinato per dire che quelle persone, in qualche recesso della mente di chi osserva da lontano, hanno cessato di esistere realmente.

Questo processo è particolarmente evidente nel modo in cui viene narrata la strategia di Israele, supportata economicamente e militarmente dagli Stati Uniti, di colpire preventivamente in nome di una sicurezza futura. L’attacco preventivo è, per sua natura, una violenza esercitata contro qualcosa che non si è ancora verificato: una proiezione, un’ipotesi, una previsione trasformata in legittimazione. La ricerca sul disimpegno morale indica che più il “noi” viene santificato, più il “loro” diventa sacrificabile. E quando il “noi” è anche quello che controlla un arsenale tra i più sofisticati al mondo, sostenuto dalla prima forza militare del pianeta, il termine “preventivo” rischia davvero di trasformarsi in un lasciapassare per qualunque cosa.

Opera con identica efficacia anche dall’altra parte, e trascurarlo significa replicare esattamente ciò che si critica. Consideriamo la narrazione iraniana: ogni provocazione israeliana viene inquadrata come componente di un disegno di annientamento storico, ogni risposta militare come resistenza legittima di un popolo sotto assedio. Il linguaggio si modifica, poiché non si parla di “operazioni chirurgiche”, ma di “difesa della nazione islamica”, tuttavia la struttura psicologica è identica: legittimazione morale, esaltazione del gruppo, disumanizzazione dell’altro. L’ingroup non è Israele ma la umma, o la Repubblica Islamica, secondo chi parla. Il “noi” cambia, il meccanismo rimane.

Lo stesso vale per Hamas e Hezbollah. La violenza contro civili israeliani viene sistematicamente reinterpretata come gesto di resistenza anticoloniale, il che produce l’effetto di spostare il peso morale dall’azione alle sue radici storiche, una forma di legittimazione morale particolarmente efficace perché incorpora elementi di verità effettiva, il che la rende molto più difficile da identificare come disimpegno.

C’è poi un ultimo meccanismo, forse il più conveniente di tutti: la dispersione della responsabilità. Quando la violenza è perpetrata da uno Stato, da un esercito, da una coalizione, il singolo cittadino percepisce di non avere alcun coinvolgimento morale nella questione. Le decisioni sono “loro”. La coscienza resta “mia”.

Questo distacco permette di appoggiare politiche violente preservando un’immagine di sé intatta, e funziona in ogni contesto, sia chiaro. In Iran, in Israele, negli Stati Uniti e anche qui, sul divano, mentre si scorre lo smartphone. Pensa all’ultima volta che hai letto un titolo su un attacco di Hamas e hai pensato “se la sono cercata”. O all’ultima volta che hai letto un titolo su un bombardamento israeliano e hai pensato “almeno qualcuno li ferma”. Non importa quale dei due: entrambi sono disimpegno morale. Il cervello ha già compiuto il suo lavoro prima che tu finissi di leggere il titolo.

La buona notizia è che la psicologia offre anche una possibilità di uscita. Gli studi citati mostrano che la consapevolezza dei meccanismi di disimpegno riduce la probabilità di attivarli automaticamente. Comprendere come funziona la legittimazione della violenza è già un primo passo per non caderci. Non significa adottare una posizione geopolitica (quella già ce l’abbiamo, o no). Significa almeno sapere che quando una bomba viene definita “misura preventiva”, qualcosa nella nostra mente è già stato predisposto per accettarla. E riconoscere quel momento è, forse, l’unico gesto davvero utile che si possa compiere da osservatori di questa guerra.

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