Ampia ricerca documenta associazione tra marijuana in adolescenza e rischio aumentato di psicosi, bipolarità, depressione e ansia nei giovani.
Quasi cinquecentomila ragazzi monitorati per quasi dieci anni. Questi i numeri alla base di una delle indagini più ampie mai realizzate sulla correlazione tra utilizzo di marijuana durante l’adolescenza e insorgenza di problematiche psichiatriche. Le conclusioni, diffuse a febbraio 2026 sulla rivista JAMA Health Forum, riportano al centro dell’attenzione un tema di salute pubblica mai davvero archiviato.
L’indagine ha coinvolto 463.396 ragazzi americani di età compresa tra 13 e 17 anni, tutti seguiti dalla Kaiser Permanente Northern California, una delle maggiori organizzazioni sanitarie integrate degli Stati Uniti. Diversamente da precedenti ricerche, i giovani non sono stati reclutati sulla base di un consumo problematico o di una condizione clinica già nota, ma sono stati sottoposti durante i controlli medici abituali a un questionario universale e confidenziale sull’uso di sostanze. Una metodologia che ha limitato notevolmente i pregiudizi di selezione comuni in questo genere di studi.
I giovani sono stati osservati fino al compimento dei 25 anni (o fino alla conclusione del 2023), con un periodo medio di monitoraggio di circa 3-4 anni per ogni esito analizzato. L’elaborazione ha combinato le dichiarazioni dei questionari con le diagnosi registrate nei fascicoli sanitari elettronici, per rispondere a un quesito chiaro: chi ha dichiarato di aver consumato marijuana nell’anno precedente presenta maggiori probabilità di ricevere in seguito una diagnosi psichiatrica?
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Le evidenze emerse
La risposta, corretta per età, genere, origine etnica, condizione socioeconomica e consumo di altre sostanze, è risultata positiva e particolarmente marcata per alcune patologie. I ragazzi che avevano dichiarato l’utilizzo di marijuana nell’anno precedente presentavano un rischio di episodi psicotici più che duplicato rispetto ai coetanei che non ne facevano uso (rapporto di rischio corretto: 2,19). Pressoché identico il valore per il disturbo bipolare (2,01).
Incrementi rilevanti, sebbene più moderati, sono emersi anche per le patologie depressive (1,34) e per i disturbi ansiosi (1,24).
Un aspetto particolarmente significativo riguarda il fatto che, mediamente, il consumo di marijuana ha preceduto la diagnosi psichiatrica di 1,7-2,3 anni. Questo elemento consolida, almeno dal punto di vista cronologico, l’ipotesi che l’esposizione alla sostanza non sia soltanto una risposta a un malessere già presente, ma possa concorrere attivamente alla sua manifestazione.
Le correlazioni sono rimaste valide anche dopo aver escluso dall’elaborazione i giovani con un pregresso di disturbi psichiatrici — un accorgimento metodologico rilevante, che attenua (senza eliminare completamente) il rischio che i risultati riflettano semplicemente la propensione di chi già soffre a ricorrere alla marijuana come forma di automedicazione.
Sarebbe tuttavia improprio interpretare questi dati come dimostrazione incontrovertibile che la marijuana provochi malattia mentale. Gli stessi ricercatori sono chiari su questo aspetto: il nesso tra marijuana e benessere psichico è articolato e verosimilmente reciproco.
Chi manifesta già sintomi prodromici – quei segnali iniziali, spesso sfumati, che anticipano un disturbo manifesto – può essere più incline a utilizzare la marijuana per alleviare il disagio, anche prima di qualsiasi diagnosi formale. In questa prospettiva, l’uso di marijuana costituirebbe sia causa che conseguenza di una fragilità già esistente. Esistono inoltre elementi di rischio comuni – di natura genetica, ambientale, sociale – che possono predisporre contemporaneamente all’uso di sostanze e allo sviluppo di patologie psichiatriche, senza che vi sia necessariamente un rapporto causale diretto.
Ciò che l’indagine documenta con rigore è un’associazione statistica solida e costante, non eliminabile attraverso le correzioni per le principali variabili confondenti. Una distinzione rilevante, ma che non va minimizzata.
La marijuana è cambiata
A rendere lo scenario più allarmante è la trasformazione del prodotto disponibile. La marijuana attuale non è paragonabile a quella di due decenni fa. Nei mercati dove è stata legalizzata, i livelli medi di THC – il principale principio psicoattivo – nei fiori di marijuana californiani superano il 20%. I concentrati possono raggiungere il 95%. Concentrazioni impensabili fino a pochi decenni fa, che rendono problematico applicare direttamente ai giovani contemporanei le conclusioni di studi condotti su popolazioni esposte a prodotti molto meno potenti.
Il THC interagisce con i recettori cannabinoidi cerebrali, particolarmente numerosi e attivi durante l’adolescenza, una fase in cui il sistema nervoso centrale è ancora in pieno sviluppo. L’ipotesi neurobiologica più condivisa è che un’esposizione precoce e continuativa possa compromettere la maturazione di zone cerebrali connesse alla regolazione emotiva, alla motivazione e all’interpretazione della realtà – proprio quelle maggiormente implicate nei disturbi psicotici e dell’umore.
Chi è più a rischio
L’indagine ha inoltre evidenziato che il consumo di marijuana era più diffuso tra gli adolescenti iscritti a Medicaid (il programma sanitario pubblico americano per le categorie più vulnerabili) e tra quelli che vivono in aree socioeconomicamente svantaggiate. Un dato che solleva questioni importanti sulle disuguaglianze: se l’espansione dei mercati legali della marijuana finisce per concentrare i rischi sulle fasce di popolazione già più deboli, il problema non è solo personale ma sistemico.
L’indagine tuttavia non invoca divieti o stigmatizzazione ma chiede di considerare seriamente un rischio documentato, specialmente in una fase – quella dell’espansione della legalizzazione – in cui la percezione del pericolo tende a calare proprio mentre la disponibilità del prodotto cresce.
Le raccomandazioni degli autori puntano verso azioni concrete: avvertenze sanitarie più esplicite e visibili, restrizioni più rigorose sul marketing e sul confezionamento, controllo severo delle vendite ai minori, programmi di prevenzione e intervento precoce mirati. E, sul versante clinico, l’integrazione sistematica dello screening per l’uso di marijuana nelle visite mediche ordinarie, esattamente come già accade nel sistema Kaiser Permanente che ha reso possibile questa ricerca.
Si tratta di assicurare che genitori, adolescenti e medici possano accedere a informazioni aggiornate, chiare e scientificamente fondate per compiere scelte consapevoli. In un contesto in cui il prodotto è mutato, i mercati sono mutati e le conoscenze sui rischi si sono ampliate, è ragionevole attendersi che anche la comunicazione pubblica si adegui di conseguenza.
Fonte: JAMA