Trump e la guerra-spettacolo: dal Papa a Meloni, così manipola l’opinione pubblica

Come Trump trasforma il conflitto in show: minacce apocalittiche, retromarce improvvise e bersagli che cambiano ogni giorno tra Iran, Papa e Meloni.

Ci sono momenti in cui il conflitto armato, visto dallo schermo di Donald Trump, ricorda più un reality show che una crisi internazionale. Annunci roboanti, dichiarazioni contraddittorie, cambi di rotta improvvisi. L’offensiva contro l’Iran, partita il 28 febbraio 2026 con l’azione coordinata di Washington e Tel Aviv, è diventata il palcoscenico perfetto per questo teatro dell’assurdo.

Già il 3 marzo Trump proclamava la vittoria, ripetendola ossessivamente nei giorni successivi con l’insistenza di chi cerca di auto-convincersi. Il 12 marzo emerge un primo dubbio:

Abbiamo trionfato, ma non del tutto.

Ventiquattro ore dopo, nuovamente:

Il conflitto è nostro.

Il 14 marzo arriva il risveglio: forse serve l’appoggio della NATO. Inizialmente la richiesta appare educata, poi esplode il capriccio del 15 marzo:

Chi non ci sostiene, se lo ricordi bene.

Il giorno seguente, 16 marzo:

In verità non ci serve nessuno, stavo solo verificando chi è fedele. Mancato supporto NATO? Ci saranno ripercussioni.

Qui mancherebbe solo un emoticon linguaccia. Perché dal 17 marzo l’Alleanza Atlantica diventa improvvisamente il nemico da abbandonare. Il presidente si è risentito.

Il culmine dello spettacolo arriva il 7 aprile 2026:

Stanotte una civiltà intera scomparirà per sempre. Non lo desidero, ma probabilmente avverrà.

Poche ore più tardi ecco la tregua bisettimanale. L’indomani spunta la versione agente di viaggio del Medio Oriente, con promesse di collaborazione “stretta” con Teheran e visioni di una “Età d’oro mediorientale”, più da brochure turistica che da strategia diplomatica. Il 5 aprile si scatena il linguaggio da scaricatore:

Aprite quello stretto maledetto, folli imbecilli, o vivrete nell’inferno.

Poco dopo, il 13 aprile, ricompare Trump versione comandante navale, pronto a “neutralizzare” le imbarcazioni iraniane troppo vicine al blocco marittimo. Il 14 aprile riapre il capitolo negoziati e, già che c’era, tira in ballo anche Meloni. Un individuo, cinque tonalità diverse, due giorni. Un conflitto reale trasformato in programmazione televisiva.

La situazione sul campo racconta una storia differente. A metà aprile gli Stati Uniti hanno imposto il blocco dei porti iraniani, numerose imbarcazioni hanno cambiato direzione, le Nazioni Unite vedono possibile una ripresa dei negoziati e la questione nucleare rimane aperta. Sul terreno persistono tensioni, questioni petrolifere, rotte commerciali, pressioni diplomatiche e un equilibrio instabile. Nella narrazione trumpiana, invece, ogni giornata richiede il suo titolo sensazionale: trionfo, ultimatum, intesa imminente, avvertimento finale, nuovo avversario. È il metodo più veloce per rendere semplice una situazione che semplice non è.

Prima l’apocalisse, poi la diplomazia, infine l’offesa

Trump utilizza Hormuz come sfondo ideale. Lo stretto rappresenta un’arteria vitale del pianeta: attraverso quel passaggio transita una porzione significativa del greggio globale, il blocco statunitense ha colpito la via commerciale marittima iraniana e le conseguenze sui mercati energetici sono state immediate. A quel punto il conflitto smette di apparire distante e si manifesta concretamente attraverso il costo del carburante, i trasporti, i prezzi in salita e i governi europei in allarme. La geopolitica, quando entra nella vita quotidiana attraverso il distributore, perde rapidamente l’aura da conferenza accademica.

Con il Pontefice è andata similmente. Dopo le critiche vaticane alla guerra e alla sua comunicazione, Trump lo ha bollato come debole e incompetente in materia internazionale. Poi condivide un’immagine di sé che diventa virale, interpretata da molti come un richiamo cristologico. Lui, naturalmente, fornisce una spiegazione alternativa:

L’ho condivisa io, credevo fosse un’immagine che mi ritraeva come medico, collegata alla Croce Rossa, che appoggiamo. Solo i media disonesti potevano inventarsi una storia simile. Quando l’ho saputo, ho pensato: “Come hanno potuto pensarlo?” Era semplicemente una foto di me come dottore che aiuta la gente, perché io aiuto la gente.

Un medico con l’aureola, naturalmente. D’altronde negli ospedali ormai si entra così: camice, fonendoscopio e resurrezione il terzo giorno. Poi tocca alla sua alleata Giorgia Meloni, che fino a quel momento aveva sostenuto ogni sua decisione. Dopo dodici ore di silenzio sugli attacchi di Trump contro il Papa, definendoli inaccettabili, ecco che diventa anche lei bersaglio.

Sono deluso da lei. Credevo avesse fegato. Mi ero sbagliato.

Verrebbe da pensare che sia semplicemente suscettibile. Se fosse così elementare. Reuters ha descritto questa oscillazione per quello che rappresenta: una serie di bruschi cambiamenti che evidenzia i limiti del suo potere e la natura volatile del suo approccio. Negli Stati Uniti gli hanno perfino affibbiato l’acronimo TACO, “Trump always chickens out”, per deridere questa continua alternanza tra atteggiamento aggressivo e ritirata improvvisa. Il soprannome è pungente, ma coglie un aspetto della questione. Trump vende determinazione anche quando sta retrocedendo. Ha necessità che ogni passo indietro appaia come una mossa di potere. La realtà poi interviene con la delicatezza di un elefante in cristalleria.

Il clamore serve a mantenerlo al centro dell’attenzione

Ogni volta che Trump passa da “fine della civiltà” a “negoziati costruttivi”, riemerge il dibattito sulla sua stabilità mentale e la vecchia definizione di “narcisismo patologico”, con tanto di lettera aperta firmata nel 2024 da oltre 200 specialisti che menzionavano megalomania, irritabilità e falsità sistematiche. Nello stesso ambito si inserisce anche il sondaggio Reuters/Ipsos di febbraio: il 61% degli statunitensi considera Trump più erratico con l’età, mentre solo il 45% lo ritiene mentalmente stabile e adeguato alle sfide del ruolo.

Conviene mantenere un approccio razionale. L’American Psychiatric Association ribadisce ancora la Goldwater Rule, ovvero il principio secondo cui è inappropriato esprimere un parere professionale su una personalità pubblica senza valutazione diretta e consenso. La diagnosi a distanza ha sempre quel sapore di scorciatoia comoda che precede di poco la semplificazione e di poco la figura barbina. Più produttivo osservare le conseguenze pubbliche di questo approccio: è sufficiente per comprendere il meccanismo senza improvvisarsi clinici.

L’algoritmo, è noto, premia gli eccessi

La spiegazione di questo caos è tristemente contemporanea. La negatività produce risultati. Uno studio pubblicato su Nature Human Behaviour ha dimostrato che i termini negativi incrementano il consumo di informazioni online. La frase equilibrata procede lentamente, la frase aggressiva vola. Sono anni che Trump vive dentro questo sistema e lo padroneggia come si conoscono i difetti della propria abitazione. Sa dove cigola il parquet, sa dove alzare il tono, sa che una provocazione ben calibrata si propaga più di una posizione ragionata.

Uno studio su Perspectives on Politics descrive il movimento MAGA come una politica dello status, del riconoscimento smarrito, del bisogno di vedere pubblicamente riabilitate identità che si percepiscono disprezzate. In quel contesto, la provocazione funziona da risarcimento simbolico. E Trump commercializza potenza. Anche quando retrocede, deve apparire che stia caricando. Uno studio del 2025 su Language and Literature descrive Trump come un “tough-guy politician”, uno che costruisce la propria efficacia attraverso un personaggio ruvido, conflittuale, muscolare.

Un altro studio di Cambridge sui linguaggi dei populisti di destra evidenzia che la loro efficacia risiede nella chiarezza brutale del messaggio: popolo contro élite, alleati contro nemici, innocenti contro traditori. Funziona perfettamente in guerra, perché la guerra è già di per sé un meccanismo che semplifica tutto. Reuters, commentando i giorni più critici della crisi, ha scritto che Trump ha utilizzato il suo tipico showmanship per mantenere l’attenzione pubblica su di sé mentre gli obiettivi concreti rimanevano nebulosi e il cessate il fuoco mostrava già tutte le sue ambiguità. La contraddizione, in questo schema, conta poco. La rapidità conta moltissimo. La coerenza, in questo teatro, è una comparsa silenziosa.

Il punto conclusivo è quasi offensivamente banale. Trump utilizza la guerra come uno spettacolo perché funziona meglio. La guerra richiede tempi, limiti, conseguenze, alleati, prezzi da pagare. Lo spettacolo richiede soltanto un palcoscenico, un riflettore e qualcuno da umiliare prima della pausa. Il cast si rinnova, la sceneggiatura rimane. E mentre scrivo, nell’episodio di oggi, 15 aprile 2026, siamo già tornati a “il conflitto è quasi concluso”. Credici.

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin