Come mai un successo può generare disagio? Alcuni studi rivelano un legame sorprendente tra bassa autostima ed eventi positivi.
Capita qualcosa di positivo. Un evento che si attendeva da tempo, forse da anni. Un avanzamento di carriera, un legame che finalmente prende forma, un traguardo che pareva irraggiungibile. Dovremmo festeggiare, eppure emerge una sensazione strana, quasi fuori luogo. La notizia positiva è arrivata, ma la mente sembra non averla ancora del tutto accettata.
Questo cortocircuito è noto agli studiosi da tempo, che hanno individuato un dato curioso: in certi gruppi di persone con scarsa autostima, un numero maggiore di eventi favorevoli risultava collegato a condizioni di salute peggiori. Va precisato che si tratta di correlazioni osservate su campioni limitati: non significa che la felicità causi malattie, né che un successo possa farci ammalare per una sorta di ripicca. Questi dati suggeriscono però qualcosa di più sfumato: talvolta la realtà che viviamo cambia più in fretta di quanto riusciamo ad aggiornare l’immagine che abbiamo di noi stessi.
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Quando un lieto evento non ci sembra proprio nostro
Nel 1989 gli psicologi Jonathon Brown e Kevin McGill analizzarono 261 studentesse statunitensi tra la prima e la quinta superiore, quindi ragazze in un’età scolare paragonabile alle nostre medie e superiori. Valutarono il loro livello di autostima, ricostruirono gli episodi positivi e negativi vissuti e raccolsero dati sul loro stato di salute. Parte dei risultati era prevedibile: più episodi negativi corrispondevano a maggiori disturbi fisici. Poi la situazione si capovolse.
Nelle ragazze con autostima piuttosto solida, un maggior numero di eventi positivi coincideva con una salute migliore. In quelle con autostima bassa, invece, la tendenza si invertiva: all’aumentare degli eventi favorevoli crescevano anche i disturbi di salute segnalati.
I ricercatori replicarono l’esperimento su studenti universitari, includendo stavolta anche i dati reali sulle visite effettuate presso l’ambulatorio dell’ateneo. Il fenomeno si ripresentò identico. La ricerca fu pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology.
Brown e McGill avanzarono l’ipotesi che il fenomeno fosse legato alla coerenza dell’identità personale. In termini più semplici: se per lungo tempo ci siamo definiti inadeguati, poco affascinanti, destinati all’insuccesso o semplicemente persone a cui “certe cose belle non capitano”, un traguardo raggiunto genera un problema inatteso. Bisogna fargli spazio dentro la propria narrazione interiore. E magari, in quel racconto che facciamo di noi stessi, quello spazio ancora non esiste.
Quindici anni più tardi, lo stesso schema si ripete
Nel 2004 Mitsuru Shimizu e Brett Pelham tornarono su questo interrogativo coinvolgendo un gruppo di studenti della State University of New York a Buffalo. I partecipanti iniziali erano 244, ma solo 171 furono inclusi nell’analisi finale, tra cui 110 donne e 61 uomini. I ricercatori misurarono sia l’autostima dichiarata apertamente sia quella implicita e, cinque settimane dopo, chiesero nuovamente cosa fosse accaduto nelle loro vite e come si sentissero. La stessa anomalia riemerse.
Tra i partecipanti con livelli più bassi di autostima, gli eventi positivi risultavano legati a condizioni di salute peggiori. Il dato si confermava considerando sia l’autostima esplicita che quella implicita. Lo studio venne pubblicato su Health Psychology. Va detto che si tratta di ricerche di dimensioni ridotte e ormai non recentissime, condotte principalmente su adolescenti e giovani adulti americani. Nello studio del 2004, inoltre, le informazioni sulla salute provenivano direttamente dalle dichiarazioni dei partecipanti.
L’immagine di sé che resiste al cambiamento
Una spiegazione plausibile arriva dalla teoria dell’auto-conferma, elaborata dagli psicologi William Swann e Stephen Read. Attraverso diversi esperimenti dimostrarono come tendiamo a focalizzarci sulle informazioni che confermano l’immagine già consolidata di noi stessi. Fin qui nulla di particolarmente sorprendente. Le difficoltà emergono quando quell’immagine non è affatto lusinghiera.
Una persona può desiderare apprezzamento e, allo stesso tempo, sentirsi disorientata di fronte a chi la considera talentuosa, affascinante o desiderabile, quando lei stessa si è sempre vista in modo diametralmente opposto. A volte l’abitudine prevale persino su un complimento sincero.
Gli esperimenti condotti da Swann e Read sull’auto-conferma evidenziavano proprio questa dinamica: cerchiamo coerenza interna anche quando la versione di noi stessi che difendiamo non è particolarmente favorevole.
Ecco quindi che può verificarsi una situazione paradossale. Qualcuno ci tratta con affetto e noi aspettiamo il momento in cui cambierà atteggiamento. Riceviamo una promozione e pensiamo ci sia stato un errore di persona. Otteniamo finalmente un risultato importante, ma anziché goderci quel successo continuiamo a chiederci quando arriverà la delusione. Il vecchio copione mentale è ancora attivo. Solo che la realtà ha già cambiato trama.
Anche gli studi dello psicologo E. Tory Higgins sulla discrepanza del sé aiutano a comprendere questa tensione interiore. Higgins distingueva tra ciò che riteniamo di essere, ciò che desidereremmo essere e ciò che pensiamo di dover essere. Quando queste diverse rappresentazioni si allontanano eccessivamente possono manifestarsi varie forme di disagio emotivo. La teoria fu formalizzata nel 1987 sulla rivista Psychological Review.
Un successo può quindi risultare piacevole e al contempo scomodo. Una parte di noi celebra il traguardo. L’altra osserva questa novità con diffidenza e ne chiede le credenziali.
Sentirsi disorientati dopo un successo non è una patologia
Provare disagio dopo una bella notizia non equivale automaticamente ad avere un’autostima fragile. E questi studi non dimostrano affatto che le esperienze positive siano dannose in sé.
Una ricerca del 2018 ha cercato di osservare cosa accade nel cervello mentre riceviamo un giudizio positivo. Lo studio, di dimensioni molto contenute, ha coinvolto 46 donne, di cui 14 con livelli di autostima clinicamente bassi. Durante una risonanza magnetica funzionale le partecipanti ricevevano valutazioni che credevano formulate da un’altra persona reale.
Nel gruppo con autostima più bassa, i riscontri positivi risultavano associati a una minore attivazione di alcune aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione delle informazioni relative a sé stessi. Gli stessi autori raccomandavano comunque prudenza: campione ridotto, solo donne, risultati da interpretare senza trasformarli in una mappa definitiva della psiche umana.
Resta comunque un quadro piuttosto chiaro. Ci laureiamo e continuiamo a percepirci come persone “non abbastanza capaci”. Qualcuno ci ama davvero e noi aspettiamo comunque di essere abbandonati. Riceviamo un riconoscimento importante e il primo pensiero è che si siano decisamente sbagliati. I fatti possono trasformarsi in un pomeriggio. L’immagine che abbiamo di noi stessi, purtroppo, segue tempi molto più lunghi. La felicità, in fondo, c’entra relativamente poco. Semplicemente, a volte arriva prima che la nostra autostima sia pronta ad accoglierla.