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La volontà di innamorarsi

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Per innamorarsi bisogna volerlo. La tesi, di per sé, non ha nulla di rivoluzionario. Molti psicologi ed esperti spiegano come la determinazione ad essere aperti a ciò che ci accade e la reale disponibilità a lasciar entrare qualcuno nella propria vita siano le chiavi dell’innamoramento.

La novità sta nel fatto che l’illustre professor Richard Wiseman, uomo dall’incoraggiante cognome, ritiene di aver fornito la prova che comportandosi come se si fosse già innamorati, poi si finisce per esserlo davvero. Secondo lo studioso, recitando la parte del perfetto amante, in poco tempo ci si ritrova realmente a sospirare, con il cuore colmo d’amore. Alla faccia di Cupido, dell’amore romantico, dello Stilnovo e di tutta la poesia, che da questo assunto dovrebbe sentirsi offesa.

Il professore, che è un vero esperto del comportamento umano, ha voluto tentare di dimostrare che la decisione razionale di innamorarsi è condizione sufficiente a far scattare l’amore. Per farlo, ha chiesto ad un gruppo di volontari formato da 50 coppie, di partecipare a incontri combinati (speed date), comportandosi in modo smaccatamente affettuoso. Nel momento in cui si incontravano con il possibile partner, i volontari dovevano prendersi le mani, lanciarsi sguardi intrisi di romantiche promesse e sciorinare frasi dolci e delicate, atte a dimostrare interessamento e coinvolgimento emotivo.

La reazione? Il 45 % dei volontari ha chiesto di rivedere i promettenti attori-amanti, contro la media del 20%, tipica di questa forma di incontro. Dunque, ha concluso Wiseman, questo dimostra che se ci si convince di essere innamorati e se si fa credere alla mente razionale di essere caduti nella trappola dell’amore, poi sarà davvero così.

Per tutti coloro che affermano di non essersi mai innamorati, la scoperta è consolante. Significa che con un po’ di volontà e di addestramento, magari appuntandosi un memo accanto a quello della lista della spesa, potranno finalmente provare gli spasmi propri della condizione amorosa.

Le istruzioni sono semplici. Per prima cosa bisogna dirigere la propria attenzione su un innamorato, magari uno di quelli cronici, infatuati della vita e sempre alle prese con i palpiti del cuore. Una volta che lo si è classificato come tale, osservare le sue reazioni quando si trova di fronte alla persona che suscita il sentimento. Si noterà un certo nervosismo, reazioni scomposte e movimenti strani, oltre al tipico occhietto a forma di cuoricino o di oggetto che rappresenta l’amato (c’è chi ha l’occhio a codice civile, chi quello con le fattezze della sua auto, chi a forma di attrezzo o di strumento musicale).

Poi, se l’amato ricambia lo sguardo, si noterà un certo aumento della temperatura corporea, che induce il cronico a spogliarsi, a sbarazzarsi degli indumenti più pesanti e a tergersi la fronte, imperlata di sudore. Infine, se si sceglie di rivolgergli la parola e di accettare di parlare dell’unico argomento che lo interessi, l’amato bene, si sentiranno una tale mole di zuccherose descrizioni, parole intinte nel miele e sospiri, da rischiare l’impennata del tasso glicemico nel sangue.

Una volta studiato con attenzione il fenomeno (perché un innamorato finisce spesso, suo malgrado, per eccedere nelle dimostrazioni di affetto e diventare un fenomeno, si, ma non per forza in senso positivo), bisogna copiare con la maggior cura possibile ciò che si è visto. Reiterare fino al bisogno, cioè fino a quando si sentiranno i sussulti amorosi.

La ricerca ha suscitato svariate reazioni, non proprio entusiastiche. C’è chi non la considera come una prova effettiva, perché i numeri sono tutt’altro che significativi. Chi prende le difese della mistica dell’amore, per cui una prospettiva del genere è un bieco tentativo di ricondurre il miracolo più sconvolgente della vita a un asettico calcolo matematico. E chi, invece, forte della propria razionalità, afferma che l’amore è provocato da un aumento di una proteina nel sangue e che amare è un processo chimico. Per altri, l’innamoramento è un processo prettamente psichico, perché ci innamoriamo di persone che ci ricordano qualcosa di familiare e in cui ci riconosciamo.

Ad esaminarle con attenzione, tutte le teorie presentano lacune e debolezze. Forse perché il fenomeno in questione è difficilmente spiegabile con una sola causa, oppure, per dirla con Aristotele, perché “il tutto è più della somma delle sue parti”.

Non basta prendere una misura di consapevolezza, una di romanticismo, una di dinamiche familiari e condire il tutto con una proteina per ottenere la spiegazione del perché ci si innamora e di come fare per entrare nello stato di subbuglio amoroso. La volontà guida molte cose, nella nostra vita. Ma ritrovarsi a vibrare di fronte ad un altro essere è il più splendido degli incantesimi e forse è anche giusto lasciare al cuore il suo campo, riservandogli cura e prestando ascolto ai messaggi che ci invia.

Fiammetta Scharf

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