Papà pestato da una baby gang per proteggere le figlie: colpa di chi?

Un padre aggredito per difendere le figlie: la violenza giovanile interroga genitori, scuola e istituzioni sulle vere responsabilità

Mi gela il sangue scrivere di questa storia. Ho due figli maschi, adolescenti, e proprio per questo sento il dovere di affrontare l’argomento fino in fondo. Serve ricostruire il filo degli eventi, tornare indietro, capire quale sia l’anello mancante, quel passaggio essenziale che noi genitori di oggi abbiamo troppo spesso trascurato.

Perché, diciamocelo senza girarci intorno, la responsabilità di quanto accaduto ricade prima di tutto su di noi genitori, spesso troppo distratti, ancor prima che sulla scuola (che pure porta le sue colpe), sui social media (altrettanto coinvolti) o sulle istituzioni assenti (anch’esse responsabili). Tutto si intreccia, è vero, ogni elemento ne richiama un altro in una catena senza fine. Eppure sono convinta che qualcosa potrebbe cambiare se solo iniziassimo a guardare dentro le nostre case. Basterebbe un po’ più di attenzione.

Ecco i fatti: nella notte tra sabato e domenica, verso l’una, un padre ha commesso l’imprudenza di voler proteggere le proprie figlie da un’aggressione. Siamo nel cuore del Vomero, il quartiere simbolo della Napoli “bene”.

Da quel momento è scoppiato il caos. L’uomo viene colpito ripetutamente con calci e pugni, anche quando è già caduto a terra, a pochi metri da un camion compattatore dell’Asìa, la società che gestisce la raccolta rifiuti cittadina. Nei filmati circolati sui social si vedono gli addetti ecologici continuare il proprio lavoro mentre a breve distanza si consuma la violenza. Successivamente, con la vittima ancora distesa al suolo, il mezzo riparte e gli passa sopra una gamba, peggiorando drammaticamente la situazione.

Ciò che rende questa vicenda ancora più agghiacciante è che l’aggressione si sia svolta sotto gli occhi della moglie e delle figlie dell’uomo. Dal racconto della donna emerge che tutto sarebbe partito da un litigio tra le due ragazze e un gruppo di coetanei. La figlia maggiore sarebbe intervenuta per proteggere la sorella più piccola, diventando a sua volta bersaglio della violenza. La madre ha riferito di aver ricevuto, intorno all’una di notte, una chiamata che la avvertiva dell’accaduto: insieme al marito si sarebbe precipitata al Vomero, trovandosi davanti a un gruppo numeroso di giovani e alle due figlie già ferite. Secondo la sua testimonianza, la ragazza più grande sarebbe stata scagliata con la testa contro il parabrezza di un’auto. Portata al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli, dovrà portare un collare cervicale per circa trenta giorni.

Il padre, accorso per difendere le ragazze, è finito vittima a sua volta di un’aggressione brutale.

Nel frattempo, è finito sotto accusa anche il comportamento degli operatori dell’azienda rifiuti. Asìa ha reso noto di aver avviato un’indagine interna per fare chiarezza sull’accaduto e stabilire in che modo il mezzo abbia investito la gamba dell’uomo.

Al momento, come riportato da Fanpage.it, risultano già identificati dieci giovani coinvolti nel pestaggio. L’uomo è tuttora ricoverato all’ospedale Cardarelli.

Restano ancora da chiarire i dettagli esatti dell’aggressione, le colpe dei responsabili e l’operato degli addetti Asìa. Ma cosa ci rivela questa vicenda sulla ferocia del gruppo?

Ci dice che qualcosa si è spezzato ben prima di quella notte napoletana, e che continuare a definirli “ragazzini” non può più servire a minimizzare la gravità dei loro gesti. Noi genitori dovremmo tornare a conoscere davvero i nostri figli quando varcano la soglia di casa: con chi stanno, cosa fanno, come parlano degli altri, come reagiscono davanti a un rifiuto. Dovremmo smettere di difenderli a priori, di interpretare ogni rimprovero come un’offesa e ogni regola come una limitazione della loro libertà.

Anche la scuola, da parte sua, non può restare sola nel gestire rabbia, frustrazione e difficoltà relazionali. Basterebbe poco: momenti dedicati all’educazione alle relazioni, strumenti pratici per gestire i conflitti, personale qualificato e famiglie pronte a collaborare. E le istituzioni? Hanno un compito fondamentale: garantire presìdi educativi, spazi di incontro, azioni di prevenzione e risposte tempestive, non limitarsi a indignarsi pubblicando un post quando un video diventa virale.

Una norma anti-baby gang basterà a fermare la violenza?

Viene spontaneo domandarsi quanto potrà realmente incidere la cosiddetta legge anti-maranza, la stretta sulla criminalità minorile voluta dal Governo Meloni. Il testo approvato lo scorso luglio prevede, tra l’altro, che per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni la capacità di intendere e volere sia considerata presunta fino a prova contraria. Una misura pensata per velocizzare l’accertamento dell’imputabilità, che però ha suscitato le perplessità dell’Unione delle Camere penali e dell’UNICEF, preoccupati per gli effetti sulla giustizia minorile, oltre a quelle di buona parte dell’opinione pubblica.

Ma crediamo davvero che un ragazzo rinuncerà ad aggredire qualcuno solo per paura di una pena più dura? Chi commette violenza deve certamente rispondere delle proprie azioni, ma la sanzione penale interviene quando il male è già stato compiuto. Nessuna legge, da sola, potrà insegnare il rispetto altrui, il controllo della rabbia o il senso del limite.

La vera prevenzione nasce molto prima. Nasce nelle nostre famiglie, quando smettiamo di coprire i figli anche di fronte all’evidenza dei fatti. Continua a scuola, dove occorrono tempo e strumenti adeguati per affrontare conflitti, prepotenze e violenza, senza scaricare tutto sul corpo docente. E coinvolge le istituzioni, chiamate a garantire educatori, servizi sul territorio, luoghi di socializzazione e sostegno concreto alle famiglie.

Possiamo continuare a chiamarli “maranza”, “baby gang”, da Milano a Napoli e in ogni altra città, inventare nuove etichette e nuove sanzioni, ma se non ci interroghiamo seriamente su cosa stiamo trasmettendo, o non trasmettendo, alle nuove generazioni, avremo già perso in partenza.

La protesta delle madri

Le madri del quartiere Vomero non intendono restare in silenzio e hanno deciso di scendere in piazza. Sabato 17 ottobre è previsto un presidio in piazza Vanvitelli, nel cuore del Vomero, per chiedere più sicurezza, azioni concrete contro la violenza tra i giovani e maggiore responsabilizzazione dei nuclei familiari.

Desta preoccupazione anche quanto sarebbe avvenuto nei giorni successivi all’aggressione. Secondo quanto denunciato dal deputato Francesco Emilio Borrelli e da Nelide Milano, portavoce del movimento delle mamme antiviolenza, le figlie dell’uomo continuerebbero a subire minacce e offese, anche attraverso i social network, mentre l’intera famiglia teme possibili ritorsioni.

“Non può essere liquidata come una semplice bravata tra giovani“, affermano i promotori della manifestazione, che chiedono una presenza più assidua delle istituzioni sul territorio e provvedimenti anche verso le famiglie dei responsabili, una volta accertate le rispettive colpe.

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin