Tragedia a Londra: bimbo perde la vita per sfida social letale

Freddie Davis, 11 anni, perde la vita a Londra per la sfida del chroming diffusa su TikTok. Esperti chiedono limiti ai social per i minori.

Un’altra giovane esistenza stroncata da una tendenza virale dei social network. Nella capitale britannica, un bambino di undici anni, Freddie Davis, ha perso la vita mentre dormiva dopo aver respirato vapori di uno spray deodorante a base di butano, un propellente gassoso comunemente presente nei prodotti aerosol. La conclusione dell’indagine sulla sua scomparsa – verificatasi nel gennaio del 2025 – ha riportato l’attenzione su una condotta estremamente rischiosa denominata chroming, diffusasi in modo virale tra i giovanissimi tramite contenuti su TikTok e YouTube.

Una drammatica perdita che rilancia una questione sempre più pressante: quanto sono protetti i minori e i preadolescenti nell’ambiente dei social media?

Che cosa significa chroming e quali rischi comporta

Il chroming (chiamato anche huffing) prevede l’inspirazione di composti chimici volatili facilmente disponibili in ambito domestico, come spray deodoranti, diluenti, smalti per unghie, bombolette di aria compressa, carburanti e vernici, allo scopo di ottenere un effetto di euforia e un temporaneo stordimento sensoriale.

Ciò che rende questa abitudine particolarmente subdola è proprio la semplicità di reperimento: non si parla di stupefacenti proibiti, bensì di articoli di utilizzo comune. Il butano e il propano, frequentemente presenti negli spray, possono tuttavia causare alterazioni del ritmo cardiaco improvvise, soffocamento, crisi convulsive, lesioni cerebrali permanenti e, nelle situazioni più estreme, il decesso anche alla prima inalazione.

Nel 2024 il fenomeno è stato oggetto di discussione durante la conferenza nazionale dell’American Academy of Pediatrics. Una ricerca esposta durante l’evento aveva esaminato 109 filmati sul chroming caricati su TikTok, che avevano raccolto oltre 25 milioni di visualizzazioni. Cifre allarmanti, che dimostrano quanto la diffusione virale possa trasformarsi in minaccia concreta.

La storia di Freddie

Secondo le ricostruzioni della stampa inglese, Freddie non aveva mai cercato informazioni online su aerosol o gesti autolesionistici. Sua madre, Roseanne Thompson, aveva addirittura interrotto l’acquisto di deodoranti spray per tutelarlo, dopo essere venuta a conoscenza della challenge. Ciononostante non è stato sufficiente. E purtroppo questa non è un’eccezione isolata.

Tra il 2001 e il 2020, in Inghilterra e Galles sono stati documentati 716 morti collegati all’inspirazione di sostanze volatili, con una media annuale di 36 casi. In quasi il 60% delle circostanze si trattava di combustibili; butano e propano sono stati menzionati in centinaia di referti medici.

L’elemento cruciale è proprio la propagazione attraverso i social. Filmati che presentano o minimizzano queste condotte possono raggiungere milioni di utenti in pochissime ore, spesso senza un sistema di monitoraggio adeguato o una rimozione tempestiva.

L’intervento di Matteo Bassetti

A esprimersi con fermezza su questa vicenda nei giorni scorsi è stato anche l’infettivologo Matteo Bassetti, che attraverso i social ha rilanciato l’allerta:

Il chroming è una condotta che prevede l’inalazione di sostanze chimiche nocive facilmente accessibili in ambito domestico per sperimentare un’esperienza adrenalinica. Diffusa principalmente tra i giovani attraverso i social network, può causare capogiri, dipendenza e nei casi più estremi condurre alla morte.

Bassetti evidenzia come il fatto che queste sostanze siano legali e di uso quotidiano renda più complesso per i genitori riconoscere il pericolo. E conclude con una presa di posizione decisa:

Anche questa vicenda conferma che i social network dovrebbero essere proibiti sotto i 16 anni. È comunque fondamentale che i genitori sorveglino i figli e i contenuti che ricevono tramite i social.

Cresce il numero di Paesi che limitano l’accesso ai social per i minori

Il tema ha assunto carattere prioritario. Numerose nazioni stanno implementando limitazioni sull’utilizzo dei social da parte dei più giovani. In Francia è stata promulgata una normativa che richiede l’autorizzazione genitoriale per la registrazione ai social sotto i 15 anni. In Australia il governo ha avviato un iter per impedire l’accesso ai social (incluso YouTube) agli under 16.

Anche nel Regno Unito il confronto è intenso, con sollecitazioni per potenziare le protezioni online dopo diversi episodi di challenge rischiose. E più recentemente in Spagna si valuta di bloccare l’accesso ai social ai minori di 16 anni.

Il punto non è colpevolizzare i genitori – come sottolineano anche numerosi commenti comparsi sui social dopo la notizia della scomparsa di Freddie – ma riconoscere che l’ambiente digitale attuale espone bambini sempre più piccoli a contenuti che possono avere ripercussioni gravissime.

Sono necessari controlli più rigorosi sulle piattaforme, formazione digitale nelle istituzioni scolastiche e un dibattito serio sull’età minima di accesso alle reti sociali.

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