Plastica nel biberon: quanto ne ingeriscono realmente i bambini piccoli?

Uno studio esamina l'esposizione dei neonati alle microplastiche tramite biberon, pappe e contenitori alimentari.

Ogni volta che un neonato succhia dal biberon o assaggia una pappa, entra potenzialmente in contatto con svariati materiali derivati dalla plastica. Contenitori, tettarelle e confezioni alimentari possono infatti cedere agli alimenti particelle microscopiche come microplastiche, nanoplastiche e altri composti sintetici.

Una recente revisione sistematica apparsa su npj Science of Food ha messo insieme per la prima volta, in maniera strutturata, tutte le indagini condotte sull’esposizione alimentare dei bambini nel primo anno di vita, includendo non solo le microplastiche ma anche nanoparticelle e oligomeri di origine sintetica.

Il team di ricercatori ha esaminato 92 pubblicazioni scientifiche reperite tramite ricerca bibliografica, di cui 26 hanno superato la fase di screening iniziale per essere valutate approfonditamente. Tuttavia, la forte disomogeneità nei metodi impiegati, nei materiali oggetto di analisi e nelle tecniche di rilevazione ha impedito di realizzare una meta-analisi quantitativa vera e propria.

Il risultato finale restituisce un quadro tutt’altro che semplice: i più piccoli sembrano essere particolarmente esposti a queste sostanze, ma resta ancora impossibile quantificare con precisione quanta plastica ingeriscano quotidianamente. Uno degli ostacoli principali è la disparità qualitativa tra gli studi disponibili, che adottano approcci molto differenti per individuare e misurare questi contaminanti.

Perché i neonati rischiano più degli adulti

Un aspetto centrale evidenziato dalla revisione riguarda proprio la maggiore vulnerabilità dei bambini piccoli. Nei primissimi mesi di vita, il volume di cibo e liquidi consumato risulta elevato se confrontato con il peso corporeo. Questo significa che, a parità di livello di contaminazione, la dose di micro e nanoplastiche assorbita per ogni chilo di peso può risultare notevolmente superiore rispetto a quella di un adulto.

In base alle stime raccolte dai ricercatori, l’esposizione nei neonati potrebbe essere fino a dieci volte maggiore rispetto a quella riscontrata negli adulti. Un dato rilevante, che tuttavia richiede cautela interpretativa considerate le numerose incertezze che ancora avvolgono i metodi di rilevazione e quantificazione di queste particelle.

Ed è proprio qui che si annida uno dei problemi centrali sollevati dalla revisione: non è sufficiente rilevare la presenza delle particelle, occorre anche garantire che vengano misurate in modo affidabile. Quando i metodi utilizzati nei vari studi non sono paragonabili tra loro, anche le stime finali sull’esposizione possono divergere notevolmente.

Da dove arriva la contaminazione

Tra le possibili fonti di esposizione prese in esame, biberon e tettarelle risultano di gran lunga le più studiate: oltre il 68% delle ricerche analizzate nella revisione si concentra proprio su questi prodotti.

Il motivo è facilmente intuibile. Un biberon in plastica viene sottoposto quotidianamente a numerosi stress: riempito con liquidi caldi, scosso, lavato, sterilizzato, aperto e richiuso più volte al giorno. Ognuno di questi passaggi può favorire il rilascio di particelle.

Uno studio molto citato aveva stimato il rilascio fino a 16,2 milioni di microplastiche per litro durante la preparazione del latte in formula in alcuni biberon realizzati in polipropilene. La revisione, tuttavia, invita a non considerare automaticamente questo dato come una misura definitiva dell’esposizione reale dei bambini, poiché le stime variano sensibilmente a seconda delle condizioni sperimentali adottate e dei metodi impiegati.

Anche la sterilizzazione a vapore delle tettarelle in silicone merita un’attenzione particolare. Calore e umidità possono infatti innescare processi di degradazione del materiale, con conseguente rilascio di particelle e oligomeri sintetici.

Questo non significa che utilizzare un biberon comporti automaticamente un pericolo, ma piuttosto che fattori come temperatura, modalità d’uso, tipo di materiale e livello di usura possono influenzare quanto migra dal prodotto all’alimento.

La plastica non entra in gioco soltanto tramite il biberon. La revisione considera anche le sacche destinate alla conservazione del latte materno, che possono contribuire all’esposizione attraverso il contatto prolungato tra il latte e il materiale plastico. Alcuni studi hanno stimato quantità rilasciate comprese tra circa 0,62 e 0,86 milligrammi al giorno.

È fondamentale distinguere, anche in questo caso, tra la quantità di sostanza che può essere rilasciata in specifiche condizioni sperimentali e quella effettivamente assorbita dall’organismo del neonato. Si tratta di due passaggi distinti che non sempre gli studi disponibili riescono a ricostruire con precisione.

Con l’avvio dello svezzamento, il numero di potenziali fonti di esposizione aumenta ulteriormente. Vasetti, contenitori, bustine flessibili e altri materiali usati per conservare o scaldare le pappe possono entrare in contatto diretto con il cibo. E il calore, in questo caso, gioca un ruolo determinante.

La revisione segnala come temperature elevate e cottura al microonde possano favorire il rilascio di micro e nanoplastiche dai contenitori. Anche la composizione dell’alimento sembra incidere: il contatto con cibi grassi o acidi può infatti amplificare i fenomeni di migrazione.

Oltre alle microplastiche, alcuni materiali possono rilasciare anche oligomeri sintetici, composti di dimensioni molto ridotte derivati dai processi produttivi o dalla degradazione dei polimeri.

Il caso del latte

Un altro elemento interessante riguarda specificamente il latte in formula. La contaminazione può infatti derivare non solo dal contenitore utilizzato per la preparazione, ma anche dalla polvere stessa, dall’ambiente circostante e dalle procedure adottate.

Secondo gli studi presi in esame, la deposizione di microplastiche presenti nell’aria durante la preparazione del biberon può incidere in modo significativo sull’esposizione complessiva. In uno degli studi analizzati, la contaminazione proveniente dall’ambiente domestico durante la preparazione risultava addirittura 1,7 volte superiore rispetto a quella già presente nella polvere di latte.

Sono state inoltre individuate particelle plastiche sia nel latte materno sia in quello in polvere, oltre che negli alimenti per l’infanzia. Anche la tipologia di confezionamento del latte in polvere sembra poter influenzare i livelli di contaminazione riscontrati.

Questo non implica che il latte materno o quello artificiale siano “saturi di plastica”, né consente di definire una quantità standard assorbita da ogni bambino. Significa piuttosto che le vie di esposizione possibili sono più numerose di quanto si potrebbe immaginare.

Metodi di misurazione: non tutti gli studi sono uguali

Scorrendo solo i titoli delle ricerche sulle microplastiche, si potrebbe pensare di trovarsi davanti a numeri facilmente comparabili: milioni di particelle in un biberon, miliardi in un contenitore, migliaia in un alimento. La realtà è però molto più complessa.

Gli autori hanno individuato importanti carenze qualitative e mancanza di standardizzazione nella letteratura scientifica esistente. Alcune ricerche non prevedono controlli adeguati per verificare se le particelle rilevate nel campione provengano realmente dall’alimento o dal prodotto analizzato, oppure siano state introdotte accidentalmente durante le procedure di laboratorio.

Si tratta di un problema notevole quando si cercano contaminanti diffusi praticamente ovunque nell’ambiente.

Anche alcune tecniche di preparazione dei campioni possono alterare i risultati. Procedure come congelamento o trattamento con ultrasuoni, in determinate condizioni, possono contribuire alla frammentazione dei materiali, modificando così ciò che viene successivamente rilevato.

La revisione invita quindi a prestare molta attenzione ai dati estremi. Uno degli studi citati aveva calcolato che il riscaldamento nel microonde di contenitori plastici potesse portare al rilascio di fino a 2,15 miliardi di particelle per centimetro quadrato di superficie a contatto con l’alimento.

Un valore impressionante, che però non può essere considerato come rappresentativo dell’esposizione quotidiana reale di un bambino. Gli autori hanno infatti classificato quello studio come poco affidabile, anche per l’assenza di controlli di laboratorio adeguati e di un’analisi composizionale sufficiente a confermare che le particelle individuate fossero effettivamente di natura plastica.

Complessivamente, le stime di migrazione riportate dai diversi studi possono variare addirittura di nove ordini di grandezza. Una variabilità così estrema rende impossibile ricavare un valore medio affidabile semplicemente calcolando la media dei risultati.

Esiste poi un’ulteriore difficoltà: identificare con certezza cosa si trovi effettivamente nel campione analizzato. Per confermare che una particella sia realmente di origine plastica non basta osservarne forma e dimensioni: servono analisi approfondite sulla composizione chimica. La revisione segnala infatti casi in cui sostanze non plastiche, come alcuni esteri degli acidi grassi, sono state erroneamente classificate come microplastiche.

Questo spiega perché gli autori insistano così tanto sulla necessità di affinare i metodi di analisi. Se non c’è certezza su cosa venga effettivamente conteggiato, anche una stima matematicamente precisa rischia di perdere significato reale.

Quali rischi per la salute dei più piccoli

Ma cosa significa tutto questo per la salute dei neonati? È probabilmente la domanda che più preoccupa i genitori, ed è anche quella a cui la scienza non può ancora fornire una risposta certa.

La revisione analizza le possibili conseguenze biologiche legate all’esposizione a microplastiche, nanoplastiche e altre sostanze derivate dai materiali plastici. Tra gli effetti osservati in via sperimentale figurano stress ossidativo, infiammazione, possibili squilibri del microbiota intestinale e interferenze nell’assorbimento dei nutrienti.

Per alcuni oligomeri sintetici sono state inoltre riscontrate proprietà biologiche che suggeriscono una possibile attività estrogenica, aprendo interrogativi dal punto di vista endocrinologico.

Attenzione però a un punto cruciale: questi meccanismi ed effetti biologici osservati non dimostrano che i neonati esposti alle quantità normalmente presenti negli alimenti sviluppino effettivamente patologie.

La stessa revisione sottolinea come l’impatto reale sulla salute, alle concentrazioni effettivamente riscontrate, resti tuttora incerto. La difficoltà nel quantificare con precisione l’esposizione rende ancora più complesso stabilire una relazione dose-effetto affidabile.

A complicare ulteriormente il quadro c’è anche l’assetto normativo attuale. Secondo la revisione, al momento non esistono limiti specifici di esposizione o migrazione per micro e nanoplastiche pensati appositamente per la popolazione infantile. Questa lacuna rende difficile per le autorità sanitarie condurre una valutazione del rischio adeguata, soprattutto in assenza di dati raccolti con metodologie uniformi e standardizzate.

Consigli pratici per i genitori

La revisione suggerisce alcune strategie utili per ridurre l’esposizione, senza però trasformarle in divieti categorici.

Quando possibile, l’allattamento al seno consente di evitare alcune fonti di contaminazione legate alla preparazione e somministrazione del latte tramite prodotti in plastica. Tuttavia, la presenza di microplastiche riscontrata anche nel latte materno dimostra che non è possibile eliminare completamente l’esposizione semplicemente scegliendo una modalità di alimentazione piuttosto che un’altra.

Per quanto riguarda biberon e contenitori, gli esperti consigliano di preferire materiali alternativi alla plastica come il vetro e di limitare il riscaldamento di cibi e bevande in contenitori plastici, specialmente nel forno a microonde.

Anche evitare il contatto prolungato tra plastica e alimenti particolarmente caldi, grassi o acidi può contribuire a ridurre i fenomeni di migrazione.

La revisione raccomanda inoltre l’utilizzo di acqua filtrata con sistemi in grado di trattenere particelle fino a 100 nanometri e, per la preparazione del latte, l’impiego di contenitori privi di plastica.

Fonte: npj Science of Food

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