Batteri dell’acne giovanile: futura arma contro le rughe?

Il microbioma cutaneo evolve con l'età e riflette più la fragilità che gli anni. Scopri i possibili trattamenti futuri per la pelle matura.

Esiste un microrganismo che durante la pubertà vorremmo cancellare dalla nostra pelle e che, con il passare dei decenni, effettivamente si riduce. Si tratta del Cutibacterium acnes, uno degli ospiti più diffusi del nostro derma. Con il tempo la sua presenza diminuisce, mentre l’intero insieme di batteri, funghi, virus e altri organismi che popola la superficie cutanea si trasforma insieme alla pelle che lo accoglie. Ed è esattamente questo microscopico ecosistema che potrebbe entrare a far parte dei futuri trattamenti dedicati alla pelle matura.

A formulare questa teoria sono Sasan Jalili, ricercatore del Jackson Laboratory e della UConn School of Medicine, insieme a Julia Oh della Duke University. I due esperti, in una analisi pubblicata sulla rivista Science, hanno raccolto le conoscenze attuali sul legame tra flora cutanea e processo di invecchiamento. Non stiamo ancora parlando di prodotti a base batterica pronti per gli scaffali dei negozi: la maggior parte dei meccanismi individuati finora proviene da colture cellulari e modelli di pelle artificiale. Tuttavia, i segnali raccolti iniziano a formare un quadro davvero interessante.

Con l’invecchiamento della pelle mutano anche i suoi abitanti

Con il passare degli anni la pelle produce meno sebo, fatica a trattenere l’umidità, modifica il proprio equilibrio acido, perde lipidi essenziali per mantenere compatta la barriera protettiva e guarisce più lentamente dalle lesioni. Se cambia l’abitazione, è naturale che cambino anche i suoi occupanti.

Una ricerca condotta su un campione di 158 donne di età compresa tra 20 e 74 anni ha rilevato, con l’avanzare degli anni, una crescente varietà batterica accompagnata da una riduzione del Cutibacterium in tutte le zone cutanee esaminate. Un dato significativo, anche se va precisato che il campione era composto unicamente da donne caucasiche, quindi non generalizzabile automaticamente a tutta la popolazione.

Esiste poi un elemento ancora più sorprendente. Un’indagine pubblicata nel 2022 su Nature Aging, che ha monitorato 47 persone anziane residenti sia a domicilio che in strutture di assistenza, confrontandole con soggetti più giovani, ha evidenziato come le variazioni del microbioma fossero legate più al grado di fragilità che alla semplice età cronologica. Nella pelle dei soggetti più vulnerabili si registrava maggiore instabilità e più differenze individuali, mentre continuava a diminuire la presenza di C. acnes.

Questo non implica che i batteri siano causa della fragilità. Suggerisce piuttosto che la composizione del microbioma possa fornire indizi su come un organismo stia attraversando il processo di invecchiamento, e forse rappresentare in futuro un possibile bersaglio d’intervento.

Il microrganismo dell’acne svolge anche funzioni benefiche

Il nome Cutibacterium acnes porta con sé una reputazione tutt’altro che positiva, e non a torto: alcune sue varianti contribuiscono ai processi che generano l’acne. Su una pelle in salute, però, questo microrganismo non trascorre il tempo a favorire la formazione di brufoli.

Nel 2023 un team di scienziati ha dimostrato che determinati composti prodotti da C. acnes, tra cui acidi grassi a catena breve, sono in grado di stimolare i cheratinociti a sintetizzare maggiori quantità di lipidi essenziali per la barriera cutanea, come ceramidi, colesterolo e acidi grassi. L’osservazione è avvenuta su cellule umane e su campioni di pelle affetta da acne, come riportato dallo studio pubblicato su Science Advances.

Un altro residente frequente della cute, lo Staphylococcus epidermidis, sembra possedere una strategia analoga. Questo batterio genera un enzima chiamato sfingomielinasi che, in test di laboratorio, ha incrementato i livelli di ceramidi nella pelle lesionata e limitato la perdita di acqua attraverso la barriera cutanea. Anche in questo caso, come pubblicato su Cell Host & Microbe, si tratta di un meccanismo biologico documentato, non ancora trasformato in cura per i pazienti.

Ed è qui che la questione diventa più stimolante rispetto al semplice censimento dei batteri presenti. Jalili e Oh sottolineano proprio questo aspetto: conoscere chi abita sulla pelle è utile solo fino a un certo limite. Occorre comprendere quali azioni sta compiendo.

Le cure future potrebbero puntare sui microbi e sul loro ambiente

L’idea di sfruttare il microbioma nel campo dermatologico non implica necessariamente l’applicazione di batteri vivi sulla cute in attesa che agiscano autonomamente. Un microrganismo, per quanto potenzialmente utile, se si trova su una superficie eccessivamente secca, infiammata, carente di nutrimento o con un pH sfavorevole rischia semplicemente di non riuscire a insediarsi.

Gli studiosi propongono quindi due percorsi complementari. Il primo si concentra direttamente sui microrganismi, tramite probiotici topici, comunità microbiche appositamente selezionate o ceppi modificati per generare specifiche molecole. Il secondo cerca invece di riqualificare l’ambiente circostante, ad esempio agendo sui lipidi barriera e sui processi inflammatori.

Si tratta di una distinzione che appare minima solo superficialmente. Significa abbandonare il concetto di “batterio benefico” applicato dall’esterno per abbracciare quello di un ecosistema da ripristinare nelle condizioni ottimali di funzionamento. Il Jackson Laboratory sintetizza l’obiettivo in modo molto pratico: verificare se alcune capacità perdute dalla pelle anziana possano essere ripristinate agendo sui microrganismi, sulle cellule del sistema immunitario o sulle interazioni reciproche tra questi elementi.

Prima delle creme anti-età serve comprendere meglio la pelle senile

Esiste un ostacolo piuttosto concreto da superare. Il classico tampone cutaneo raccoglie principalmente ciò che vive sulla superficie, mentre una porzione rilevante del microbioma risiede nei follicoli e nelle ghiandole. Le biopsie permettono di raggiungere strati più profondi, ma risulta difficile ripeterle frequentemente su una persona anziana solo per monitorare l’andamento mensile di C. acnes.

A ciò si aggiunge un limite intrinseco della ricerca disponibile: numerosi esperimenti vengono realizzati su modelli costruiti con cellule giovani. La pelle anziana reale risulta più asciutta, produce lipidi differenti, presenta alterazioni del sistema immunitario e rappresenta un contesto molto più complesso da riprodurre fedelmente in laboratorio. Gli stessi ricercatori richiedono quindi modelli più aderenti alla realtà e analisi in grado di quantificare metaboliti e attività microbiche, non limitandosi alla mera rilevazione delle specie presenti.

La prospettiva terapeutica esiste dunque, ed è sufficientemente solida da essere approdata sulle pagine di Science. Per trasformarla in una terapia concreta sono necessari ulteriori studi sull’uomo capaci di dimostrare che modificare quei microrganismi produca effettivamente miglioramenti misurabili nelle funzioni cutanee: minore secchezza, riduzione delle infezioni, barriera più efficace, guarigione più rapida, minore stato inflammatorio.

Le rughe, curiosamente, arrivano solo dopo. Per valutare se una pelle stia invecchiando in modo sano potrebbe risultare più utile osservare cosa accade in quel densamente popolato condominio microscopico che convive con noi da sempre.

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