Silenzio digitale: i piccoli gesti che tutelano la mente secondo Eurispes

Appena il 12,7% limita l'uso dello smartphone: ecco le strategie più efficaci tra notifiche spente e pause offline.

Spegnere una notifica. Impostare un tetto di tempo per Instagram. Lasciare lo smartphone lontano dal tavolo durante la cena, senza per questo dover organizzare un weekend di isolamento in montagna. Secondo l’indagine Eurispes 2026 dedicata a tecnologie digitali e benessere psicologico, appena il 12,7% delle persone intervistate dichiara di aver messo in pratica almeno una tecnica per gestire meglio il proprio rapporto con il digitale. E le abitudini più diffuse sono decisamente più semplici di quanto il termine digital detox lasci immaginare: silenziare gli avvisi e usare un timer sulle app.

Quel dato del 12,7% racconta soprattutto un paradosso: siamo consapevoli che lo smartphone ci sottrae ore, ma raramente trasformiamo questa consapevolezza in un limite concreto. Il 30,4% ammette di non aver adottato nessuna strategia pur riconoscendo che sarebbe necessario farlo. Solo l’11,2% monitora con regolarità, tramite app o impostazioni dedicate, quanto tempo trascorre online; il 52,9% si affida a una stima approssimativa, mentre il 35,9% non saprebbe proprio dare un numero. Il tempo speso online, fatto di controlli lampo ripetuti decine di volte al giorno, ha questa caratteristica: tende a dissolversi proprio mentre lo consumiamo.

Quel 12,7% che ha già tracciato dei confini

Tra chi ha tentato di autoregolarsi, la scelta più frequente è disattivare le notifiche: la adotta il 27,9%. Segue a ruota l’uso di timer e limiti giornalieri sulle applicazioni, indicato dal 27%. Il 16,7% preferisce invece definire luoghi o momenti liberi da dispositivi, ad esempio durante i pasti o nei momenti condivisi in famiglia. Più distanti troviamo i periodi di digital detox veri e propri, praticati dall’11,6%, e le fasce orarie prestabilite senza device, all’8,6%.

Va precisato che queste percentuali sono calcolate solo tra chi ha già adottato qualche forma di autoregolazione, e non rappresentano quindi l’intera popolazione. Questa distinzione è fondamentale, perché mostra le reali proporzioni del fenomeno: chi riesce a trasformare un buon proposito in un’abitudine quotidiana resta un gruppo ristretto.

Eppure il percorso intrapreso da chi ci prova suggerisce una strada percorribile. Nessun gesto eclatante, nessuna esigenza di sparire da WhatsApp per settimane e tornare rigenerati. Si agisce piuttosto sui piccoli stimoli che continuano a spingere la mano verso il telefono.

Il silenzio digitale parte dalle notifiche

Le notifiche rappresentano un buon punto di partenza proprio perché ci raggiungono senza che le cerchiamo. Dall’indagine emerge che il 51,3% controlla gli avvisi appena aperti gli occhi e la stessa quota verifica durante la giornata eventuali aggiornamenti anche in assenza di segnalazioni. Il 29,9% interrompe ciò che sta facendo per controllare messaggi o notizie. Tra i giovanissimi, dai 18 ai 24 anni, questi comportamenti automatici crescono ulteriormente: l’86% guarda le notifiche al risveglio e l’80,3% controlla se sia successo qualcosa anche senza alcun avviso ricevuto.

Il silenzio digitale, dunque, può essere inteso in senso letterale. Eliminare suoni, vibrazioni e badge rossi dalle app meno urgenti significa riprendersi il controllo su quando aprirle, invece di lasciare che siano loro a imporre il momento.

Il secondo passo può essere altrettanto semplice: rendere visibile il tempo trascorso. Eurispes segnala che l’83,9% ha utilizzato lo smartphone più a lungo di quanto avesse pianificato almeno una volta, e il 70,8% ha percepito di aver sprecato troppo tempo davanti allo schermo. Un timer non possiede poteri terapeutici particolari. Fa qualcosa di più concreto e utile: converte la sensazione vaga di “essere stato un po’ sui social” in venti, quaranta o novanta minuti misurabili. Da un numero preciso si può iniziare a ragionare.

Un tavolo, un letto, mezz’ora: costruire piccole zone offline

C’è poi il confine fisico da tracciare. Secondo l’indagine, il 69,9% ha usato il telefono durante i pasti almeno qualche volta; il 66,7% lo consulta a letto, al risveglio o prima di addormentarsi. Nell’ora precedente al sonno, l’81,4% utilizza almeno occasionalmente un dispositivo, e per il 77,5% lo smartphone resta nella stessa camera durante la notte.

Per ritagliarsi uno spazio offline non serve quindi rinunciare a un’intera domenica analogica. Basta scegliere una porzione più piccola della giornata: la cena, mezz’ora prima di dormire, una camminata, il tempo condiviso con qualcuno. È la stessa logica seguita da quel 16,7% di persone che, tra chi si autoregola, ha scelto di definire momenti e spazi liberi da dispositivi.

Questi metodi funzionano davvero? L’indagine misura l’efficacia percepita dagli intervistati, non un miglioramento clinico documentato della salute mentale. Tuttavia, tra chi applica queste strategie, il 36,3% dichiara di aver raggiunto gli obiettivi prefissati e il 44,4% di esserci riuscito almeno parzialmente; l’8,9% continua a provarci pur ritenendole poco efficaci, mentre il 10,4% le ha abbandonate. Questi numeri non consentono di affermare che spegnere le notifiche “curi” ansia, stress o altri disturbi. Suggeriscono qualcosa di più circoscritto: per molte delle persone che hanno provato a porsi dei limiti, quei limiti si sono rivelati almeno in parte utili rispetto all’obiettivo che si erano prefissate.

Lo smartphone non deve sparire, deve smettere di riempire ogni spazio vuoto

La questione si chiarisce ulteriormente osservando dove lo smartphone si è già insediato. Il 65,2% degli intervistati lo usa a tavola quando mangia da solo, il 63,3% mentre guarda la televisione, il 55% in bagno, il 51,1% mentre cammina e quasi la metà durante le uscite con gli amici. Sono minuti apparentemente innocui che, sommati insieme, trasformano numerosi momenti di attesa, noia o semplice quiete in occasioni per controllare qualcosa.

Da qui può nascere una regola minimalista e sostenibile: prima eliminare alcuni richiami, poi rendere visibile il tempo trascorso, infine proteggere uno o due momenti della giornata. Il tutto senza dichiarare guerra a una tecnologia che usiamo per lavorare, orientarci, restare in contatto con gli amici, pagare una bolletta o informarci.

Eurispes rileva anche un dato che spiega perché valga la pena tentare: il 26,6% ha provato a ridurre l’uso del telefono senza riuscirci, una quota che supera il 40% tra i 18 e i 34 anni. La sola intenzione sembra faticare a competere con uno strumento che accompagna le nostre giornate dalla sveglia fino al momento di andare a dormire.

Quel 12,7%, per ora, resta una minoranza. Per entrarne a far parte non è necessario rendersi irraggiungibili. A volte è sufficiente che, per mezz’ora, sia il telefono a non riuscire a raggiungere noi.

Fonte: Eurispes

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