Secondo l'American Heart Association fino a cinque tazze di caffè al giorno sono sicure per il cuore della maggior parte degli adulti.
Per lungo tempo il caffè si è portato dietro una fama poco rassicurante quando si parlava di salute cardiaca. L’American Heart Association ha ora ridimensionato in modo significativo questa preoccupazione. Per la maggior parte degli adulti, arrivare fino a 400 milligrammi di caffeina quotidiani – una quantità che equivale grosso modo a tre-cinque tazze in stile americano – rientra tranquillamente in un range di consumo sicuro. La moka, insomma, può finalmente togliersi di dosso quella nomea da imputato.
In Italia la notizia ha trovato eco anche grazie a Matteo Bassetti, che sui social ha commentato il documento con un entusiastico “Viva il caffè”. Questa sintesi cattura effettivamente il lato più incoraggiante della vicenda: bere caffè con moderazione sembra collegarsi a un rischio ridotto per diverse patologie cardiovascolari e metaboliche. Ma dentro questa stessa tazzina convivono studi osservazionali, un trial clinico molto rigoroso e una sostanza – il cafestolo – che in realtà merita un ruolo tutt’altro che positivo.
Stiamo parlando del nuovo scientific statement pubblicato sulla rivista Circulation. Un team di specialisti ha riesaminato tutta la letteratura scientifica disponibile su caffeina e cuore, toccando temi come pressione arteriosa, aritmie, diabete di tipo 2 e scompenso cardiaco. Va precisato che una dichiarazione scientifica di questo tipo fotografa lo stato delle conoscenze attuali e le domande ancora senza risposta, ma non equivale a una prescrizione medica da seguire alla lettera insieme al caffè del mattino.
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Quanto corrispondono davvero cinque tazze
Il numero che tutti ricorderanno è cinque. L’AHA, però, si riferisce a tazze in formato americano da otto once, ovvero circa 240 millilitri, e parla di caffè nero, senza aggiunta di sciroppi, panna o dosi abbondanti di zucchero. Il parametro più affidabile rimane la quantità totale di caffeina assunta, dato che metodo di preparazione, tipo di miscela e dimensione della tazza fanno variare parecchio il contenuto effettivo della bevanda.
Nel computo complessivo rientrano anche tè, bevande a base di cola, cioccolato, alcuni farmaci, integratori alimentari ed energy drink. I 400 milligrammi rappresentano quindi una soglia generale di sicurezza valida per molti adulti in buona salute. Nessuno dovrebbe però puntare a raggiungerla ogni giorno con la stessa precisione di chi segue un ciclo di terapia farmacologica.
L’Autorità europea per la sicurezza alimentare ritiene che, negli adulti sani, un’assunzione giornaliera fino a 400 milligrammi provenienti da tutte le fonti non desti particolari preoccupazioni. Durante la gravidanza e l’allattamento, invece, la soglia raccomandata scende a 200 milligrammi al giorno.
La risposta di ciascun organismo resta comunque molto variabile. Fattori genetici, età, abitudini consolidate, farmaci assunti e stato di salute generale influiscono profondamente sul modo in cui il corpo metabolizza la caffeina. Per alcune persone un espresso dopo cena equivale quasi a una camomilla; per altre, quello preso alle quattro del pomeriggio segna l’inizio di una notte trascorsa a contare le pecore.
Palpitazioni, nervosismo, tremori, picchi temporanei di pressione e difficoltà a dormire sono segnali che la propria soglia personale è già stata oltrepassata, anche se il limite generale sembra ancora distante. L’AHA insiste proprio su questa variabilità individuale: una dose ben tollerata da qualcuno potrebbe risultare eccessiva per qualcun altro.
Gli effetti su cuore, ictus e diabete
Complessivamente, un consumo regolare e moderato di caffè con caffeina sembra associarsi a un rischio più contenuto di diabete di tipo 2, patologie coronariche e ictus. Per quanto riguarda lo scompenso cardiaco, i risultati più incoraggianti riguardano principalmente le quantità basse o moderate; superata la soglia di quattro tazze giornaliere, alcune ricerche segnalano un possibile aumento del rischio.
Il termine chiave da tenere a mente è “associato”. La maggior parte degli studi monitora nel tempo le abitudini di gruppi molto numerosi, confrontando lo stato di salute di chi consuma caffè con quello di chi se ne astiene. Questo approccio consente di individuare correlazioni solide, ma rende più complicato dimostrare che il beneficio derivi direttamente dalla bevanda stessa.
Chi beve caffè regolarmente può presentare stili alimentari, livelli di attività fisica, abitudini e condizioni sociali molto diversi tra loro. Tutti elementi che possono influenzare il legame osservato tra tazzina e risultato finale. La stessa AHA ammette che gran parte delle prove disponibili è di tipo osservazionale e sollecita ulteriori studi clinici randomizzati.
Il caffè, va ricordato, contiene centinaia di composti oltre alla semplice caffeina. Alcuni possiedono proprietà antiossidanti e antinfiammatorie che potrebbero contribuire agli effetti positivi riscontrati. Capire quanto dipenda specificamente dalla caffeina e quanto invece dagli altri componenti del chicco resta complicato: nella tazza arrivano tutti insieme, senza alcuna etichetta che li distingua.
Una scoperta inattesa sulla fibrillazione atriale
Uno degli aspetti più curiosi riguarda la fibrillazione atriale, un’aritmia cardiaca per cui il caffè è stato a lungo sospettato di essere un fattore scatenante. Le analisi più aggiornate non evidenziano un incremento generale del rischio con consumi moderati. Un trial clinico ha addirittura registrato meno recidive tra i pazienti che avevano continuato a bere caffè regolarmente.
La ricerca, pubblicata su JAMA, ha coinvolto 200 adulti affetti da fibrillazione atriale persistente, oppure da flutter atriale con precedente episodio di fibrillazione, tutti sottoposti con successo a cardioversione elettrica. L’età media dei partecipanti era di 69 anni e il 71% del gruppo era composto da uomini.
Per un periodo di sei mesi, a metà dei partecipanti è stato chiesto di consumare almeno una tazza di caffè con caffeina al giorno, mentre all’altra metà è stato richiesto di evitare completamente caffè e altre fonti di caffeina. Le recidive si sono verificate nel 47% del primo gruppo contro il 64% del secondo, con una riduzione relativa del rischio pari al 39%. Il consumo medio registrato era di circa una tazza al giorno.
Quel dato del 39% si riferisce a pazienti con un’aritmia specifica, dopo una particolare procedura cardiologica. Non può quindi essere generalizzato a qualsiasi tipo di problema cardiaco, né trasforma il caffè in un trattamento terapeutico. Dimostra però che la vecchia abitudine di eliminarlo automaticamente in caso di fibrillazione atriale meriterebbe qualche verifica scientifica in più e qualche automatismo in meno.
Il discorso sul ritmo cardiaco resta comunque articolato. I trial esaminati dall’AHA collegano il caffè a un minor rischio di recidiva della fibrillazione atriale, ma al tempo stesso a una possibile maggiore incidenza delle contrazioni ventricolari premature, battiti anticipati che originano dalle camere inferiori del cuore. La stessa bevanda, quindi, può comportarsi diversamente a seconda del tipo di aritmia coinvolta.
Il cafestolo non merita il ruolo da protagonista positivo
Nel post condiviso da Bassetti si legge che i benefici riguarderebbero il caffè tradizionale perché mantiene una sostanza naturale chiamata cafestolo. Il documento dell’AHA, tuttavia, assegna a questo composto un ruolo decisamente diverso: nei trial clinici il cafestolo risulta collegato a un aumento del colesterolo LDL.
Questa sostanza è presente sia nel caffè con caffeina sia in quello decaffeinato, e si trova soprattutto nelle preparazioni non filtrate, come espresso, French press, caffè turco e caffè bollito. Il filtro di carta ne trattiene gran parte, mentre nel caffè solubile i livelli sono decisamente contenuti. Per chi deve tenere sotto controllo il colesterolo, il metodo di preparazione scelto può quindi pesare più di quanto sembri con il semplice gesto di premere un tasto.
I benefici potenzialmente osservati dipendono probabilmente dall’insieme dei composti presenti nel caffè e dalle abitudini personali di chi lo consuma. Il cafestolo, preso singolarmente, farebbe quindi meglio a cedere il palcoscenico agli altri protagonisti.
Gli energy drink rimangono esclusi dal discorso
Le conclusioni relative al caffè non si possono estendere agli energy drink. Questi prodotti tendono a concentrare grandi quantità di caffeina in volumi ridotti, aggiungendo spesso altre sostanze capaci di modificarne l’assorbimento e gli effetti sull’organismo. Gli energy shot possono contenere, per millilitro, una quantità di caffeina da tre a quattro volte superiore rispetto al normale caffè filtrato.
Le dosi elevate sono state associate a improvvisi picchi pressori e a disturbi del ritmo cardiaco, riscontrati anche in giovani adulti considerati a basso rischio cardiovascolare. Le evidenze derivano principalmente da segnalazioni cliniche isolate e la ricerca specifica resta ancora limitata, ma l’AHA raccomanda comunque di evitare le concentrazioni particolarmente elevate.
Il nuovo documento scagiona quindi il caffè assunto con moderazione da molte delle accuse accumulate negli anni. Per numerosi adulti può continuare a essere presente a colazione, durante la pausa lavorativa e persino nella routine quotidiana di chi convive con alcune patologie cardiache, sempre che il medico curante non riscontri controindicazioni specifiche. Il “Viva il caffè” di Bassetti può quindi resistere. Il cafestolo, però, farebbe bene a non intestarsi tutti i meriti.