Una ricerca esplora il confine tra passione sportiva e dipendenza da esercizio fisico, tra perdita di controllo e danni concreti alla salute.
Proseguire la seduta con un ginocchio dolorante, rinunciare a una cena perché coincide con l’orario in palestra, provare rimorso per una giornata trascorsa senza correre. È così che si manifesta spesso la dipendenza da esercizio fisico: l’allenamento invade ogni spazio della quotidianità e, anche quando provoca sofferenza, smettere diventa quasi impossibile. Ciò che separa la disciplina sportiva sana dalla compulsione è la perdita del controllo, insieme alle ripercussioni negative su salute, lavoro e relazioni.
È questo il punto centrale di una revisione scientifica pubblicata sul Journal of Behavioral Addictions a firma di Bhavya Chhabra, Zsolt Demetrovics, Mark D. Griffiths e Attila Szabo. Gli studiosi hanno riorganizzato oltre cinquant’anni di ricerche, teorie e strumenti diagnostici. Non si tratta di un nuovo campione di atleti analizzati, e il lavoro non fornisce cifre precise su quante persone soffrano realmente di questa condizione. Piuttosto, dimostra quanto sia ancora imprecisa la nostra capacità di misurare un fenomeno concreto.
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Quando l’attività fisica occupa spazi che non le competono
Allenarsi quotidianamente, prepararsi per una maratona o sostenere carichi di lavoro intensi può richiedere un impegno enorme senza che questo sia sinonimo di patologia. Il limite viene superato quando l’esercizio si trasforma in un dovere inderogabile: si continua nonostante una malattia o un infortunio, si sacrifica sistematicamente il riposo, si trascurano impegni e persone care, si tenta invano di ridurre la frequenza degli allenamenti.
Saltare una sessione può a quel punto scatenare ansia, nervosismo, sensi di colpa o un disagio profondo. L’esercizio fisico perde ogni flessibilità e finisce per dettare l’agenda quotidiana. Prima si organizza la vita attorno alla palestra, poi si comincia a eliminare tutto ciò che intralcia quell’appuntamento. Il corpo può reclamare una pausa attraverso dolore e spossatezza, ma la risposta rimane sempre la stessa: un’altra ripetizione, un altro chilometro, una sveglia ancora più mattutina.
La revisione distingue inoltre tra una forma primaria e una secondaria di dipendenza. Nella prima, l’allenamento stesso diventa il fulcro della compulsione. Nella seconda, viene impiegato come strumento per controllare il peso corporeo, modificare il proprio aspetto fisico o gestire un altro tipo di malessere, come un disturbo alimentare o una difficoltà legata all’immagine di sé. Le pressioni estetiche, l’ansia, la depressione e la ricerca ossessiva della performance possono dunque trovarsi molto più a monte del semplice tapis roulant.
Alcuni modelli teorici descritti dagli autori tracciano un percorso graduale: l’attività fisica nasce per migliorare il benessere, diventa poi un mezzo per allontanare stress o sofferenza, fino a trasformarsi nell’unica strategia percepita come accettabile per affrontarli. Altri modelli ipotizzano invece una transizione più repentina, spesso innescata da eventi traumatici come la perdita del lavoro o la fine di una relazione sentimentale. Si tratta di spiegazioni teoriche utili per orientare la ricerca futura, non di prove capaci di spiegare ogni singolo caso con precisione assoluta.
Quel 42% racconta soprattutto un problema di misurazione
Il dato più eclatante emerge da alcuni studi condotti su popolazioni sportive: fino al 42% dei partecipanti è stato classificato come potenzialmente a rischio. Questa percentuale indica persone che superano la soglia fissata da un questionario, non diagnosi cliniche vere e proprie. Il numero serve soprattutto a evidenziare quanto possa risultare distorto lo strumento di misura quando cerca di valutare, con lo stesso metro, un atleta estremamente motivato e una persona che continua ad allenarsi mentre la propria esistenza va in frantumi.
La comunità scientifica dispone di oltre trenta strumenti di valutazione diversi, costruiti con criteri eterogenei e senza alcun consenso su quale sia realmente in grado di individuare la dipendenza. Molti di essi si basano su autovalutazioni e assegnano punteggi a frequenza, intensità, pensieri ricorrenti sull’allenamento e disagio percepito quando ci si ferma. Sono strumenti utili per segnalare un possibile rischio, ma da soli rischiano di confondere la passione con un sintomo patologico, e il programma di un atleta professionista con una vera e propria cartella clinica.
La dipendenza da esercizio fisico non figura ancora come diagnosi autonoma nei principali manuali diagnostici internazionali. Mancano criteri condivisi, colloqui clinici condotti su campioni adeguati, studi longitudinali e ricerche basate su casi effettivamente diagnosticati. Abbondano invece le indagini che somministrano un questionario e calcolano quante persone superano una determinata soglia. Un sistema molto efficace per produrre percentuali, decisamente meno efficace per comprendere chi abbia davvero bisogno di sostegno.
Questa ambiguità rischia di trasformare qualsiasi forma di dedizione intensa in una condizione patologica. Passione, disciplina, desiderio di miglioramento e volumi di allenamento elevati possono benissimo convivere con una vita equilibrata. La domanda decisiva riguarda la capacità di scelta: la persona è in grado di fermarsi, modificare il proprio programma e accettare il riposo, oppure prosegue a qualunque costo?
I trattamenti restano indietro rispetto alla ricerca
Le proposte terapeutiche derivano principalmente dall’esperienza maturata con altre forme di dipendenza comportamentale. Gli autori esaminano la terapia cognitivo-comportamentale, gli approcci fondati sull’accettazione delle emozioni difficili, l’esposizione graduale agli stimoli che scatenano il bisogno di allenarsi e la ricerca di attività sostitutive. Mancano tuttavia studi clinici controllati in grado di stabilire quali percorsi terapeutici funzionino meglio, e per quali tipologie di pazienti. Si tratta di ipotesi ragionate, non di un protocollo definitivo da consegnare insieme all’iscrizione in palestra.
La valutazione deve inoltre andare oltre il semplice conteggio delle sessioni di allenamento. Continuare nonostante il dolore, provare angoscia quando si salta un allenamento e sacrificare regolarmente sonno, lavoro o relazioni sono segnali molto più significativi delle ore registrate da un dispositivo sportivo. Quando entrano in gioco disturbi alimentari, forte disagio corporeo, ansia o depressione, anche il problema che alimenta l’esercizio compulsivo deve trovare il giusto spazio nel percorso di cura.
La revisione non intende scoraggiare la pratica dell’attività fisica. Chiede piuttosto di osservare con maggiore attenzione ciò che accade quando un’abitudine nata per tutelare la salute inizia invece a comprometterla. Riposo e recupero fanno parte integrante dell’allenamento: non sono un premio riservato a chi ha sofferto abbastanza.
Una giornata senza palestra può quindi smettere di essere un momento di recupero e assomigliare, invece, a una vera e propria astinenza. A quel punto, nessuna scheda di allenamento è più sufficiente da sola.