Polli d’allevamento e batteri: diffusione record di un patogeno

Ricerca Oxford su 2.747 genomi svela il legame tra allevamenti intensivi e la rapida diffusione del batterio Campylobacter.

Sul pianeta vivono oggi circa trentuno miliardi di polli, distribuiti tra allevamenti e catene produttive di ogni continente. Per Campylobacter jejuni, un batterio che colonizza abitualmente l’intestino di questi animali senza provocarne la malattia, tale numero rappresenta un habitat straordinario: enorme, interconnesso e costantemente rinnovato da nuovi ospiti.

Un’indagine condotta dall’Ineos Oxford Institute for Antimicrobial Research, legato all’Università di Oxford, ha tracciato gli effetti di questa crescita: gli scambi genetici di Campylobacter tra volatili da allevamento e uccelli selvatici sono cresciuti di oltre cento volte. Varianti batteriche in passato tipiche della fauna selvatica hanno trovato negli allevamenti commerciali una massa di animali sufficiente per insediarsi, riprodursi e persistere nel tempo.

La ricerca, pubblicata sulla rivista PNAS, non afferma che le infezioni nell’uomo siano centuplicate. Il dato riguarda gli spostamenti evolutivi del microrganismo fra le popolazioni aviarie, calcolati tramite analisi del genoma. Si tratta di una distinzione fondamentale: la portata del fenomeno resta comunque rilevante, senza però bisogno di trasformarlo in un titolo allarmistico.

Quasi 2.800 sequenze genetiche per ricostruire la storia del batterio

Il team guidato da Oakem Kyne e Sam Sheppard ha esaminato 2.747 genomi batterici, raccolti da polli e volatili selvatici in trenta nazioni diverse, coprendo un arco temporale dal 1979 al 2024. Grazie alle sequenze genetiche è stato possibile ricostruire legami di parentela, salti tra specie ospiti e trasformazioni avvenute parallelamente alla crescita globale dell’industria del pollame.

A partire dagli anni Sessanta, la popolazione di polli si è moltiplicata per sette, arrivando agli attuali 31 miliardi di capi. Questi animali costituiscono oggi circa il 70% della biomassa complessiva degli uccelli presenti sul pianeta. La produzione di carne a prezzi contenuti ha generato, di riflesso, una concentrazione biologica che per un batterio equivale quasi a un’occasione irripetibile.

I modelli matematici suggeriscono che gli impianti di maggiori dimensioni possano comportarsi come vere e proprie pathogen sponges, ovvero “spugne per i patogeni”: assorbono ceppi provenienti da diverse origini, li moltiplicano e ne favoriscono la circolazione tra numerosi animali. Una metafora inquietante ma estremamente calzante.

Superata una determinata soglia numerica di polli, anche ceppi giunti dagli uccelli selvatici e inizialmente poco compatibili con il nuovo ospite riescono a mantenersi in circolo senza bisogno di ulteriori contaminazioni esterne. Trovano infatti abbastanza esemplari e occasioni di contatto per costituire una popolazione stabile all’interno dell’allevamento. Se le recinzioni tengono separati gli animali, per i batteri il confine risulta ben più permeabile.

Il batterio si evolve nell’ambiente creato per i polli

L’analisi genetica ha rilevato mutazioni collegate specificamente alla vita nel pollame. Fra queste figurano geni legati alla motilità, alla resistenza allo stress ossidativo, alla capacità di acquisire metalli e alla resistenza agli antimicrobici. Caratteristiche che potrebbero favorire la sopravvivenza di Campylobacter sia all’interno degli animali sia lungo l’intera filiera produttiva.

Lo studio non ha quantificato il consumo di antibiotici nei singoli impianti né attribuisce l’intero fenomeno al loro utilizzo. La trasformazione osservata deriva soprattutto dalla scala del sistema: miliardi di esemplari geneticamente simili, allevati ad alta densità e connessi tramite reti commerciali che attraversano territori e continenti.

Resta comunque vero che l’impiego di antibiotici contribuisce al problema sanitario complessivo. Quando i batteri sviluppano resistenze, curare le infezioni più severe diventa più complicato. Una precedente indagine dello stesso istituto aveva collegato alla carne avicola circa l’80% delle infezioni umane da Campylobacter analizzate nell’Oxfordshire, riscontrando nei ceppi di origine aviaria elevati livelli di resistenza ad alcuni farmaci. Si tratta comunque di un dato circoscritto a una contea britannica, non estendibile automaticamente all’intera popolazione mondiale.

Un pericolo che arriva fino alle nostre tavole

Campylobacter figura tra le principali cause batteriche di gastroenterite. La trasmissione all’uomo avviene principalmente tramite cibo e acqua contaminati; carne di pollo poco cotta e contaminazione incrociata durante la preparazione dei pasti rappresentano le vie di contagio più comuni. Tra i sintomi rientrano diarrea, crampi addominali, febbre, nausea e vomito. Nella maggioranza dei casi l’infezione si risolve spontaneamente, sebbene alcune forme richiedano cure mediche specifiche.

Nel corso del 2024 la campilobatteriosi si è confermata la malattia alimentare più segnalata in Europa. Campylobacter, assieme a Salmonella e norovirus, risulta tra le cause principali dei focolai alimentari registrati nell’Unione Europea.

Cuocere accuratamente la carne distrugge il batterio, mentre un’igiene domestica adeguata riduce sensibilmente il rischio di contagio. Lo studio di Oxford, tuttavia, sposta il focus molto più a monte rispetto al tagliere di cucina. Biosicurezza, densità di allevamento, dimensioni degli impianti e uso responsabile degli antimicrobici determinano l’ambiente in cui i patogeni imparano ad adattarsi.

Riconsiderare il modello produttivo diventa quindi essenziale anche per prevenire le malattie di origine alimentare. Campylobacter non ha creato questo nuovo habitat: si è semplicemente trovato di fronte 31 miliardi di ospiti già disposti all’interno della medesima filiera.

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