Alla scoperta di Bassano del Grappa: storia, grapperie e il fascino intramontabile del celebre ponte palladiano sul Brenta.
Esistono posti dove il paesaggio si intreccia ai ricordi fino a trasformarsi in leggenda, e Bassano del Grappa rappresenta perfettamente questa magia. Non appena ci si addentra in questo affascinante borgo medievale del Veneto, adagiato come un gioiello tra le dolci colline vicentine e le acque del fiume Brenta, si avverte subito un’aria particolare, quasi fuori dal tempo. Un clima piacevole ci fa da sfondo mentre percorriamo la strada che porta al cuore vivo della città, un centro che ha saputo tramutare le cicatrici lasciate dalla Prima e dalla Seconda Guerra Mondiale in un tesoro di dignità e valore artistico.

@RebeccaManzi/GreenMe
Indice
Il ponte antico dove il Brenta specchia la storia
La nostra esplorazione non poteva che partire dall’emblema più autentico di Bassano: il Ponte degli Alpini, chiamato anche Ponte Vecchio. Percorrere le sue tavole di legno, protetti dalla solida tettoia ideata nel 1569 da Andrea Palladio, regala un’emozione intensa. Questa costruzione non è solamente un capolavoro di ingegneria pensato per resistere alle furiose piene del fiume, ma diventa un vero e proprio emblema di resistenza e rinascita.

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Abbattuto e riedificato in diverse occasioni – da ultimo dopo i bombardamenti del 1945 – il ponte conserva l’aspetto odierno grazie alla ricostruzione accurata voluta dal Corpo degli Alpini. Scendendo nel seminterrato sotto l’ingresso settentrionale, abbiamo trovato il Museo del Ponte degli Alpini, uno spazio che custodisce cimeli e divise d’epoca da ammirare da vicino. A poca distanza, sembra ancora di percepire l’eco del famoso canto popolare legato a questo luogo, che ricorda i soldati pronti a salutarsi prima di dirigersi verso il Massiccio del Monte Grappa.

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Profumi antichi e tradizioni distillate ai piedi del ponte
Attraversato il camminamento, l’odorato viene sorpreso dal profumo intenso della distillazione. Sui due lati del ponte si gioca da secoli una competizione storica a suon di bicchierini. Sul versante orientale ci siamo fermati alla Grapperia Nardini, la distilleria più antica d’Italia, nata nel 1779. Poco più avanti, dentro il trecentesco Palazzo delle Teste, sorge il Poli Museo della Grappa. L’ingresso è libero e propone un percorso multisensoriale sorprendente: attraverso appositi olfattometri, si possono scegliere e annusare le varie fragranze dei vitigni.
Il cuore cittadino tra piazze raffinate e torri d’epoca
Abbandonate le rive del Brenta, ci siamo diretti verso le due piazze adiacenti che costituiscono l’anima sociale del paese. Piazza Garibaldi, sovrastata dalla maestosa Torre Civica che si innalza per 43 metri, ci ha accolti con l’atmosfera vivace dei suoi caffè all’aperto e la bella Fontana Bonaguro in marmo rosato.

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Sullo sfondo si staglia la Chiesa di San Francesco, con la sua austera facciata romanico-gotica. Bastano pochi passi per raggiungere Piazza Libertà, un tempo conosciuta come Piazza dei Signori. Qui domina la Loggia del Comune con il suo tipico orologio dal quadrante blu e la facciata neoclassica della Chiesa di San Giovanni Battista, le cui imponenti colonne attirano subito lo sguardo.

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Il tempio ossario: il ricordo solenne dei “ragazzi del ’99”
Dalle acque del fiume il percorso ci conduce verso Piazzale Cadorna, dove emerge la struttura possente e austera del Tempio Ossario. Questo edificio monumentale in laterizio rosso, dallo stile gotico-veneziano, sormontato da un tiburio ottagonale e due campanili alti 60 metri, racchiude una vicenda intensa e toccante. Concepito inizialmente nel 1908 come nuovo Duomo cittadino – grazie alla tenace volontà di Monsignor Gobbi, che cedette i propri terreni per placare le vivaci contestazioni dei bassanesi dell’epoca – il progetto rimase fermo per anni per mancanza di finanziamenti e per lo scoppio della Grande Guerra. Solo nel 1930 il Ministero della Difesa, d’intesa con la parrocchia, riprese in mano l’edificio incompleto per convertirlo in sacrario militare, inaugurato nel 1934 alla presenza del Principe Umberto di Savoia.

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Varcata la soglia, l’effetto visivo ed emotivo lascia senza fiato: il vasto spazio interno a croce latina, scandito da dieci colonne in pietra del Grappa, appare spoglio, freddo e privo delle decorazioni sontuose originarie, proprio per rispecchiare la gravità di un luogo di sepoltura. Sulle pareti, lastre di marmo giallo d’Istria custodiscono le spoglie di ben 5.405 soldati italiani, sistemate in rigoroso ordine alfabetico. Scorrere quei nomi provoca un nodo alla gola, pensando a tante esistenze interrotte. Nessuno di loro è un milite ignoto: si tratta di giovani vite – tra cui numerosissimi giovani “ragazzi del ’99” mandati al fronte a soli diciotto anni dopo la disfatta di Caporetto – spentesi per le ferite riportate negli ospedali da campo della zona pedemontana, poi riunite qui da 46 cimiteri provvisori.

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Questo luogo, che porta ancora i segni dei bombardamenti del febbraio 1945 che ne scoperchiarono la facciata, svolge funzione di sacrario durante la settimana e torna a essere chiesa parrocchiale solo la domenica. Ma il legame più profondo con la città si rinnova ogni sera, alle 19:30, quando le campane battono quaranta rintocchi funebri: un richiamo perenne pensato per ricordare i quaranta partigiani impiccati nel 1945 durante una brutale rappresaglia nazista, unendo in un solo abbraccio ideale i caduti di ogni conflitto.