Il gergo aziendale inganna: chi lo usa è meno competente sul lavoro

Studio Cornell University: chi ama il gergo aziendale prende decisioni peggiori e ha minori capacità analitiche sul lavoro. Apparenza batte sostanza.

Espressioni come “Sinergia operativa”, “Strategie di crescita innovative”, “Metodologia basata sui dati” o “Visione trasversale integrata” fanno parte del cosiddetto gergo aziendale. Si tratta di un modo di comunicare complesso, spesso infarcito di termini inglesi americanizzati e poco appropriati, ma che risulta apparentemente efficace. Tuttavia, uno studio condotto dalla Cornell University nel Regno Unito evidenzia come chi rimane affascinato da questo tipo di comunicazione sia portato a compiere scelte errate in ambito professionale.

Il linguaggio retorico aziendale rappresenta una forma di comunicazione caratterizzata dall’uso di termini astratti e ambigui in modo deliberatamente ingannevole – afferma Shane Littrell, coordinatrice della ricerca – Diversamente dal linguaggio tecnico specialistico, che talvolta facilita gli scambi in ufficio, questa retorica genera confusione invece di chiarezza. Può apparire autorevole, ma risulta semanticamente priva di contenuto

Metodologia della ricerca

Per giungere a tali conclusioni, gli studiosi hanno impiegato la Corporate Bullshit Receptivity Scale (CBSR), uno strumento ideato per quantificare la predisposizione alla retorica aziendale, apparentemente autorevole ma sostanzialmente vuota.

I dati provengono da un metodo rigoroso sviluppato appositamente: è stato creato un “generatore automatico di retorica aziendale”, capace di formulare affermazioni prive di contenuto ma dall’apparenza professionale, quali “Realizzeremo un grado superiore di validazione globale, dal principio alla fine” e “Coinvolgendo i nostri stakeholder attraverso le nostre procedure ottimali, svilupperemo un grado superiore di uniformità dinamica”.

Oltre 1.000 lavoratori dipendenti hanno quindi dovuto giudicare il “valore imprenditoriale” di queste dichiarazioni artificiali generate dal computer, mettendole a confronto con citazioni autentiche di dirigenti delle aziende Fortune 500, la graduatoria annuale delle 500 principali società statunitensi, compilata dalla rivista Fortune sulla base dei ricavi dell’ultimo anno fiscale.

Risultati significativi

Articolata in quattro fasi separate, l’indagine ha verificato la solidità statistica dello strumento come parametro delle differenze individuali nella sensibilità al gergo aziendale e, mediante test cognitivi riconosciuti, ha identificato una connessione tra la sensibilità a questo linguaggio e le abilità di ragionamento analitico, riconosciute come fondamentali per le performance professionali.

I dati hanno evidenziato un paradosso allarmante: i dipendenti maggiormente influenzabili da questo tipo di comunicazione hanno giudicato i propri responsabili come più carismatici e “ispiratori”, ma hanno anche registrato risultati peggiori nella sezione dello studio dedicata al pensiero analitico, alla riflessione cognitiva e all’intelligenza fluida. Chi mostrava maggiore recettività verso la retorica aziendale ha ottenuto punteggi notevolmente inferiori anche in un test sull’efficienza decisionale nell’ambiente lavorativo.

L’indagine ha inoltre evidenziato che una maggiore sensibilità a questa terminologia era correlata positivamente alla soddisfazione professionale e alla percezione di essere motivati dalle dichiarazioni di missione aziendale. Inoltre, chi tendeva maggiormente a lasciarsi ingannare dalla retorica aziendale era anche più incline a diffonderla.

Essenzialmente, i lavoratori più entusiasti e motivati dal gergo aziendale “visionario” potrebbero essere i meno capaci di adottare decisioni aziendali concrete ed efficaci per le loro organizzazioni.

Implicazioni preoccupanti

I dati invitano alla riflessione, o almeno dovrebbero farlo, specialmente riguardo al legame tra apparenza e contenuto, e alle relative implicazioni: sebbene in qualsiasi contesto le persone possano ingannarsi reciprocamente – ovvero condividere informazioni discutibili che sembrano ingannevolmente autorevoli o attraenti – l’ambiente professionale non solo incentiva, ma tutela strutturalmente tale comportamento, afferma categoricamente la studiosa.

In un ambiente professionale dove il gergo aziendale è già prassi consolidata, risulta semplice per i dipendenti ambiziosi sfruttare la “retorica vuota” per sembrare più preparati o affermati, accelerando così la propria ascesa ai vertici aziendali e la propria influenza professionale. In sintesi, nell’ambiente lavorativo prevale chi ha scarso contenuto, ma grande desiderio (e in qualche modo anche abilità) di apparire.

Questo genera un meccanismo vizioso allarmante – spiega Littrell – I lavoratori più vulnerabili alla retorica aziendale potrebbero favorire l’ascesa di quei leader disfunzionali che sono più propensi a utilizzarla, innescando una sorta di spirale negativa

Ma le ripercussioni a medio-lungo termine possono ritorcersi contro le stesse organizzazioni: quando la retorica viene spinta troppo oltre o viene smascherata, possono verificarsi conseguenze concrete per la reputazione o le finanze, conclude lo studio.

Complessivamente, i risultati indicano che, sebbene “ottimizzare le sinergie operative” possa sembrare autorevole in una riunione, questo linguaggio sostanzialmente fuorviante può generare una sorta di opacità informativa nelle culture organizzative, esponendo le imprese a danni reputazionali e finanziari.

Tutti noi, nelle circostanze appropriate, possiamo essere ingannati da un linguaggio che appare sofisticato ma non lo è. Per questo motivo, sia come dipendenti che come consumatori, conviene rallentare quando ci si imbatte in comunicazioni aziendali di qualsiasi natura, come dichiarazioni dei dirigenti, documenti pubblici, pubblicità, e domandarsi quale sia esattamente l’affermazione, se abbia davvero sostanza. Perché quando un messaggio si appoggia massicciamente su slogan e terminologia tecnica, è spesso un campanello d’allarme che indica che si viene guidati dalla retorica piuttosto che dalla realtà

Lo strumento sviluppato in questa indagine offre applicazioni concrete e potrebbe in futuro fornire indicazioni sul ragionamento analitico e sulle tendenze decisionali dei candidati a una posizione lavorativa.

C’è ancora molta strada da percorrere, ma per ora rappresenta uno strumento promettente per i ricercatori

Il lavoro è stato pubblicato su Personality and Individual Differences.

Fonti: Cornell University / Personality and Individual Differences

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