Intelligenza artificiale e voto: come i chatbot modificano le idee

Studio dimostra che i chatbot influenzano le opinioni politiche, ma personalizzazione e dialoghi profondi non battono un messaggio generico ben scritto.

La propaganda digitale promette da tempo lo stesso risultato: profilare gli elettori con precisione chirurgica, raccogliere informazioni dettagliate sui loro comportamenti, infiltrarsi nelle loro convinzioni profonde, persino toccare le corde emotive più sensibili, per offrire loro l’argomento vincente. È l’ambizione del targeting personalizzato: il contenuto costruito su misura per il destinatario ideale, al momento opportuno, con l’approccio più efficace. Esiste poi un’altra credenza consolidata, meno commerciale e più radicata nel mondo accademico: l’idea che un’opinione si modifichi davvero solo quando l’interlocutore viene coinvolto in un dialogo articolato, complesso, ricco di interrogativi, contestazioni, argomentazioni e impegno intellettuale.

Una ricerca apparsa su PNAS, tra le pubblicazioni scientifiche più autorevoli a livello globale, ha sottoposto entrambe queste convinzioni a verifica sperimentale utilizzando l’intelligenza artificiale. L’esito suona chiaro: i sistemi conversazionali automatizzati riescono effettivamente a influenzare le posizioni politiche, tuttavia i contenuti personalizzati e le interazioni approfondite non superano significativamente un semplice messaggio generico ben formulato.

L’argomento calibrato

La capacità di convincere in ambito politico ha sempre avuto un peso enorme. Lobby, aspiranti al potere, organismi pubblici, associazioni e organizzazioni no profit investono risorse considerevoli nel tentativo di modificare le convinzioni di cittadini spesso già schierati. La difficoltà emerge quando si cerca di comprendere con esattezza cosa spinga una persona a rivedere le proprie idee. Negli ambienti di ricerca, riprodurre la comunicazione autentica risulta complicato. Un operatore umano modula involontariamente il tono, un collaboratore sorride senza volerlo, una pausa viene percepita come condizionamento sociale, un’espressione facciale altera il senso di un’affermazione. La psiche del soggetto registra ogni dettaglio, compreso ciò che il disegno sperimentale vorrebbe escludere.

Qui entra in gioco la ricerca. L’ipotesi iniziale era quasi disarmante nella sua linearità: impiegare i modelli linguistici avanzati come interlocutori controllabili, uniformi, riproducibili su vasta scala. Identico registro comunicativo, identica postura argomentativa, identica architettura del discorso, con la possibilità di modificare un singolo parametro alla volta e osservare cosa accade realmente quando si introduce la personalizzazione oppure quando si tenta di stimolare l’elaborazione cognitiva, ovvero quello sforzo mentale che secondo il modello della probabilità di elaborazione dovrebbe produrre cambiamenti attitudinali più duraturi.

Per realizzarlo, il gruppo di ricerca ha progettato due esperimenti online preregistrati coinvolgendo quasi 3.700 adulti statunitensi, selezionati in modo da rispecchiare le medie censuarie per età, sesso ed etnia, con un bilanciamento politico ricercato fin dall’inizio tra elettori democratici e repubblicani. Il primo esperimento riguardava l’immigrazione: incrementare i finanziamenti alla sicurezza delle frontiere oppure favorire maggiore apertura verso i visti sponsorizzati per immigrati. Il secondo affrontava un altro terreno scottante, quello dei programmi educativi: quanto potere debbano esercitare i genitori sui contenuti sociali controversi trattati nelle scuole e fino a che punto gli insegnanti possano esprimere le proprie vedute politiche in aula. Due ambiti scelti strategicamente, perché negli Stati Uniti bastano pochi minuti su questi argomenti per comprendere quanto il confronto pubblico si sia irrigidito, polarizzato, spesso esausto di dialogo.

Dopo aver registrato le posizioni iniziali, i ricercatori hanno suddiviso i partecipanti tra gruppo di controllo e quattro tipologie di intervento basate su un sistema linguistico automatizzato. In ciascun caso il programma aveva un obiettivo ben definito: difendere la tesi opposta a quella dichiarata dal partecipante. Il primo gruppo riceveva un singolo testo generico, redatto come il miglior paragrafo possibile a sostegno della posizione contraria. Il secondo riceveva un messaggio personalizzato, costruito utilizzando i dati demografici forniti all’inizio del questionario. Il terzo entrava in un dialogo diretto di sei scambi con l’IA, istruita a comportarsi come un’esperta di psicologia capace di controbattere e porre domande per aumentare il coinvolgimento intellettuale. Il quarto gruppo partecipava a una sorta di intervista motivazionale, tecnica frequentemente utilizzata in contesto terapeutico, in cui il bot cercava di spingere il partecipante a individuare autonomamente le ragioni del cambiamento.

Dove la personalizzazione fallisce e sopravvive solo la solidità di un testo ben costruito

Per prevenire l’obiezione più scontata, i ricercatori hanno anche verificato che i contenuti sostanziali rimanessero comparabili. Attraverso strumenti di apprendimento automatico hanno analizzato i nuclei argomentativi dei messaggi generati dal sistema e hanno confermato che le differenze più evidenti risiedessero nella forma, nel modo di presentare il materiale, nel tipo di interazione, mentre il nucleo fattuale delle argomentazioni restava sostanzialmente equivalente. In sintesi, lo studio ha cercato di separare la forma dalla sostanza. Ed è proprio in quel punto che la forma ha cessato di apparire straordinaria.

L’effetto persuasivo si è verificato. Questo va affermato senza ambiguità. L’esposizione all’argomento contrario ha indotto molte persone a moderare la propria posizione, con uno spostamento medio stimato tra circa 2,5 e 4 punti percentuali nella direzione dell’argomento ricevuto. Il dato rilevante emerge subito dopo: i metodi più elaborati hanno prodotto poco più del messaggio base, e spesso non hanno prodotto alcun vantaggio aggiuntivo. La personalizzazione avanzata e le conversazioni interattive non hanno dimostrato un beneficio convincente rispetto a un singolo paragrafo generico. Nell’esperimento sull’immigrazione, l’intervista motivazionale è risultata perfino tra gli approcci meno performanti. Per chi immagina campagne elettorali dominate da macchine capaci di decifrare l’animo del singolo elettore, il risultato è significativo.

Questo passaggio mette in discussione due convinzioni molto consolidate. La prima riguarda il targeting personalizzato, presentato da anni come la leva decisiva della comunicazione politica digitale. La seconda tocca il modello della probabilità di elaborazione, ovvero la convinzione che il cambiamento più stabile arrivi quando la persona deve impegnarsi, rispondere, ragionare, difendere la propria posizione. Lo studio non afferma che questi meccanismi siano inesistenti o privi di valore. Afferma qualcosa di più scomodo, e proprio per questo più prezioso: all’interno di un’interazione breve e controllata, il vantaggio aggiuntivo appare modesto, molto più modesto di quanto prometta la retorica di campagne e consulenti. Talvolta basta un argomento lineare, ben costruito, espresso con coerenza, per ottenere quasi lo stesso effetto del dispositivo raffinato e costoso.

Le posizioni si spostano, l’avversione rimane immobile

I ricercatori hanno esaminato anche altri aspetti, e qui il quadro diventa ancora più significativo. Oltre alla modifica delle posizioni su singole politiche, hanno misurato la reciprocità democratica, ovvero la disponibilità a considerare gli avversari politici persone ragionevoli, meritevoli di rispetto, legittime all’interno dello spazio democratico. Da anni molti studiosi si interrogano se ridurre la distanza su un tema significhi anche abbassare l’ostilità verso il gruppo che la pensa diversamente. Sarebbe confortante. Sarebbe anche molto conveniente. I dati raccolti qui raccontano una realtà più aspra.

Le persone, in numerosi casi, hanno attenuato le proprie opinioni di policy. Il sentimento verso il campo avversario, invece, è rimasto quasi invariato. Il divario ideologico si è ridotto leggermente, l’antipatia di fondo verso l’altro blocco politico ha mantenuto la posizione. Si è verificata una sola eccezione degna di nota: nelle conversazioni interattive sui programmi scolastici i partecipanti hanno mostrato un incremento della reciprocità democratica. Gli autori ipotizzano che sia dipeso dal fatto che, in quel contesto specifico, il bot insisteva esplicitamente sul valore della tolleranza sociale all’interno del discorso educativo. È un dettaglio minuscolo, e proprio per questo vale molto: spostare un’opinione non genera automaticamente rispetto, fiducia, riconoscimento reciproco. La politica resta popolata di persone che possono avvicinarsi su una misura concreta e continuare a guardarsi con la stessa durezza di prima.

L’insegnamento autentico riguarda anche la metodologia scientifica

Gli autori invitano a non interpretare questi risultati come verdetto definitivo. Gli esperimenti osservano interazioni brevi, avvenute in un ambiente digitale isolato. La vita reale opera con tempi più estesi, relazioni stratificate, memorie condivise, reputazioni, volti, silenzi, imbarazzi, obblighi sociali. Un argomento pronunciato da un amico intimo, da un parente, da una persona stimata, penetra nella mente in modo diverso rispetto allo stesso argomento letto all’interno di un questionario online. Qui l’IA non elimina il problema, lo illumina con maggiore nitidezza. La promessa principale del lavoro, infatti, risiede anche nel metodo: utilizzare sistemi generativi per produrre migliaia di interazioni controllate, comparabili, ripetibili, con costi molto più contenuti rispetto a un apparato sperimentale interamente umano.

Ed è forse questa la componente che resisterà più a lungo. L’intelligenza artificiale, in questo caso, non appare come oracolo né come minaccia da film distopico. Appare come strumento di laboratorio capace di mettere sotto pressione teorie che sembravano consolidate. Il lavoro pubblicato su PNAS dimostra che la persuasione politica tramite IA funziona, e già questo basta a destare attenzione. Dimostra anche che la fantasia del messaggio chirurgico, iperpersonalizzato, capace di scavare molto più a fondo, del resto, regge meno del previsto quando la si esamina da vicino. Per un settore che da anni vende precisione emotiva come se fosse una scienza esatta, la notizia ha un peso considerevole. Molto più di un paragrafo scritto bene.

Fonte: PNAS

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