Ricerca olandese conferma: alimenti ultra-lavorati danneggiano fertilità maschile e rallentano sviluppo embrionale nelle prime settimane.
L’impatto negativo degli alimenti ultra-lavorati sulla salute umana è documentato da tempo. Una nuova indagine condotta presso l’Erasmus University Medical Center di Rotterdam rivela ora che l’assunzione regolare di questi prodotti compromette la capacità riproduttiva maschile e ostacola la crescita degli embrioni.
Indice
Definizione degli alimenti ultra-lavorati
Secondo quanto riportato dalla Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite, la classificazione NOVA divide gli alimenti in quattro categorie distinte. Tra queste, il gruppo degli ultra-lavorati comprende merendine, bibite gassate, preparazioni già pronte e numerosi altri prodotti realizzati prevalentemente con componenti isolati o derivati da materie prime alimentari.
Questi prodotti contengono numerosi additivi, compresi quelli che replicano o potenziano le caratteristiche organolettiche dei cibi tradizionali, e il loro processo produttivo li rende tipicamente estremamente comodi (pronti da consumare, con lunga conservazione) e particolarmente appetibili (iper-gustosi) per chi li acquista, oltre che altamente profittevoli (materie prime economiche, durata prolungata) per chi li produce.
Tuttavia, tali processi industriali e componenti rendono gli alimenti ultra-lavorati nutrizionalmente squilibrati e predisposti al consumo eccessivo, con il rischio concreto di rimpiazzare le altre tre categorie alimentari NOVA, alcune delle quali decisamente più salutari e alla base di regimi alimentari tradizionali consolidati, tra cui quelli riconosciuti per promuovere longevità e benessere.
Gli studiosi lo ribadiscono da anni: la convenienza e l’appetibilità degli alimenti ultra-lavorati, secondo la definizione NOVA, insieme al loro marketing invasivo, spiegano perché rappresentano ormai circa la metà o persino oltre dell’apporto energetico totale consumato nelle nazioni ad alto reddito con abitudini alimentari meno radicate nei pasti freschi preparati in casa, come Stati Uniti, Regno Unito e Australia.
Le vendite nei Paesi a reddito medio, inclusi quelli le cui tradizioni culinarie basate su preparazioni fresche hanno finora resistito, stanno crescendo in modo esponenziale, raggiungendo incrementi annui fino al dieci percento.
Identificare un alimento ultra-lavorato
Secondo la pubblicazione francese 60 Millions de Consommateurs, per individuare facilmente gli alimenti ultra-lavorati occorre prestare attenzione a questi 5 elementi:
- se la lista degli ingredienti è estesa (oltre 5 componenti) c’è una probabilità del 75% di avere davanti un prodotto ultra-trasformato; in particolare è il numero di additivi a destare preoccupazione, alcuni identificati con codici contenenti la lettera E;
- se gli ingredienti hanno denominazioni complesse o ignote ai consumatori come idrolizzati, proteine reidratate, maltodestrine, eccetera;
- se riporta diciture come “ridotto contenuto di zucchero”, povero di grassi o “arricchito di fibre”: nel caso di “ridotto contenuto di zucchero”, per esempio, questo spesso significa che il prodotto è stato modificato, sostituendo lo zucchero con maltodestrine o edulcoranti;
- se la confezione presenta colori vivaci o è evidentemente destinata ai più piccoli, specialmente quando si tratta di prodotti dolciari;
- se presenta un costo contenuto: per mantenere prezzi competitivi, i produttori frequentemente rimpiazzano ingredienti costosi con aromatizzanti sintetici, amplificatori di sapore, fibre addensanti, eccetera.
Gli effetti nocivi degli alimenti ultra-lavorati sull’organismo
Le ricerche che attestano inequivocabilmente la dannosità degli alimenti ultra-lavorati sono ormai innumerevoli, dai rischi cardiovascolari a quelli metabolici e altri ancora. Nell’agosto 2025, inoltre, una ricerca dell’Università di Copenaghen aveva evidenziato che il loro consumo può causare incremento ponderale, modificando l’equilibrio ormonale e introducendo nell’organismo maschile sostanze dannose per gli spermatozoi, con conseguenze sulla capacità riproduttiva.
Sempre ad agosto 2025, uno studio nutrizionale controllato aveva dimostrato che l’assunzione di alimenti ultra-lavorati (UPF) danneggia la qualità degli spermatozoi e diminuisce i livelli di ormone follicolo-stimolante (FSH) e testosterone in circolo.
Ma non è tutto: un lavoro del 2023, una revisione sistematica di studi precedenti, aveva svelato anche un aspetto particolarmente preoccupante: proprio per le loro peculiarità, gli alimenti ultra-lavorati tendono a generare dipendenza.
Secondo gli esperti, che hanno esaminato 281 studi provenienti da 36 nazioni diverse, il consumo di alimenti ultra-lavorati potrebbe, in determinate persone, provocare voglie intense, sintomi da astinenza oltre a un ridotto controllo sull’assunzione e l’utilizzo continuato.
Il nuovo studio
I ricercatori hanno esaminato i dati di 831 donne e 651 partner maschili coinvolti in uno studio prospettico di popolazione che ha monitorato i genitori dal periodo preconcezionale fino all’infanzia dei figli, il Generation R Study Next Programme. Le coppie sono state incluse nella ricerca nel periodo preconcezionale o durante la gestazione, tra il 2017 e il 2021.
Nello specifico, è stata valutata l’alimentazione dei genitori mediante un questionario somministrato nelle fasi iniziali della gravidanza, attorno alla dodicesima settimana, classificando i diversi alimenti come non-UPF o UPF dove UPF indica Ultra-Processed Foods, ovvero alimenti ultra-lavorati, ed esprimendo l’assunzione di UPF come percentuale dell’apporto alimentare totale in grammi giornalieri.
Tutte le partecipanti erano in gestazione al momento della compilazione del questionario, e il consumo medio (mediano) di UPF è risultato pari al 22% e al 25%, rispettivamente, dell’apporto alimentare totale delle donne e degli uomini.
Un questionario ha inoltre raccolto informazioni sul tempo intercorso per il concepimento, sulla fecondabilità (la probabilità di concepire nell’arco di un mese) e sulla subfertilità (un periodo di concepimento uguale o superiore a 12 mesi o il ricorso a tecniche di riproduzione assistita).
La distanza tra la sommità del capo e le natiche dell’embrione (lunghezza vertice-sacro o CRL), che rappresenta un indicatore delle sue dimensioni e del suo sviluppo, e il volume del sacco vitellino sono stati rilevati tramite ecografia transvaginale a sette, nove e undici settimane di gestazione.
Le scoperte

Traiettorie di crescita embrionale nel primo trimestre in base al consumo materno di alimenti ultra-processati (UPF) ©Human Reproduction
Abbiamo rilevato che l’assunzione di UPF nelle donne non era costantemente associata al rischio di subfertilità e al tempo necessario per il concepimento – spiega Celine Lin, prima autrice dello studio – ma era collegata a una crescita embrionale e a un volume del sacco vitellino leggermente ridotti alla settima settimana di gravidanza
Anche se queste differenze nello sviluppo umano iniziale – precisano gli autori – sono limitate, rimangono significative da una prospettiva di ricerca e a livello di popolazione, poiché dimostrano per la prima volta che l’assunzione di UPF non è rilevante solo per la salute materna, ma può anche essere associata allo sviluppo della prole.
Negli uomini, abbiamo rilevato che un’assunzione maggiore di UPF era associata a un rischio più elevato di subfertilità e a un periodo più lungo per il concepimento – continua la ricercatrice – ma non allo sviluppo embrionale iniziale
E numerose ricerche indicano quanto siano cruciali le fasi iniziali della gravidanza: una crescita embrionale più lenta nel primo trimestre è associata infatti a un incremento del rischio di esiti sfavorevoli alla nascita, tra cui nascita prematura (prima delle 37 settimane), peso ridotto alla nascita e un aumento del rischio di problematiche cardiache e vascolari nell’infanzia. Un’alterata formazione del sacco vitellino è invece notoriamente collegata a un aumento del rischio di aborto spontaneo e nascita prematura.
Cosa deve essere ancora provato perché gli alimenti ultra-lavorati siano eliminati dalla nostra alimentazione?
Lo studio è stato pubblicato su Human Reproduction.
Fonti: EurekAlert / Human Reproduction