La meditazione rallenta l’invecchiamento: lo conferma la scienza

Ricerca rivela come la pratica meditativa influenzi i geni collegati allo stress e rallenti il declino cellulare, potenziando le capacità cognitive.

Fermarsi, chiudere gli occhi e concentrarsi sul respiro. Un gesto antico, apparentemente semplice, che nasconde un potere straordinario. Non si tratta solo di rilassamento mentale: quella pausa consapevole è in grado di dialogare con il nostro patrimonio genetico.

Una recente indagine scientifica della Maharishi International University ha portato alla luce un dato significativo: la meditazione trascendentale influenza l’espressione genica, agendo su quei meccanismi biologici collegati allo stress cronico e al deterioramento cellulare. Non parliamo di suggestioni, ma di evidenze scientifiche misurabili.

Come la pratica meditativa influenza il nostro DNA

Quando viviamo situazioni di tensione prolungata, l’organismo attiva specifiche risposte difensive. Esiste un particolare schema genetico denominato conserved transcriptional response to adversity, ovvero il modo attraverso cui il DNA risponde alle difficoltà ambientali.

Il nodo critico emerge quando questa risposta diventa permanente: l’attivazione costante favorisce stati infiammatori persistenti, patologie cardiache e un deterioramento precoce delle cellule. La ricerca ha analizzato 100 soggetti, distribuiti in quattro categorie: giovani adulti dai 20 ai 32 anni e persone mature dai 55 ai 72, divisi tra chi praticava e chi non praticava questa forma di meditazione. Ciascun sottogruppo comprendeva 25 individui.

Le scoperte sono state significative: tra i giovani meditanti, 13 dei 15 geni esaminati (collegati a tensione nervosa e degenerazione cellulare) mostravano un’attività ridotta rispetto ai non praticanti. Nel gruppo degli adulti maturi, la diminuzione interessava 7 geni su 15.

I ricercatori, che hanno diffuso i risultati attraverso la pubblicazione scientifica Biomolecules, sottolineano come questi geni regolino funzioni essenziali quali le risposte infiammatorie, il metabolismo energetico cellulare, l’efficienza mitocondriale e l’integrità del materiale genetico. Un’espressione eccessiva di tali geni incrementa la vulnerabilità alle patologie tipiche dell’età avanzata. In sintesi: la pratica meditativa sembra modulare la risposta biologica alle pressioni ambientali.

Benefici che vanno oltre il benessere emotivo

Un ulteriore aspetto emerso dalla ricerca merita attenzione. I partecipanti più anziani che praticavano regolarmente la meditazione presentavano prestazioni cognitive superiori e tempi di reazione mentale più rapidi rispetto ai loro coetanei non praticanti. Non si tratta esclusivamente di tranquillità interiore. Parliamo di protezione dal deterioramento delle funzioni cerebrali.

Questa tecnica meditativa, radicata nella sapienza orientale e portata in Occidente da Maharishi Mahesh Yogi, prevede la ripetizione mentale di un suono specifico per circa 15-20 minuti, due sessioni quotidiane. Essendo una metodologia codificata, risulta particolarmente adatta all’indagine scientifica.

Il suo effetto si estende all’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, uno dei circuiti fondamentali nella gestione delle tensioni. In altre parole: interviene proprio dove la pressione psicologica si converte in reazioni biochimiche.

Qui emerge un aspetto particolarmente stimolante. Sebbene questa forma specifica venga frequentemente scelta come riferimento negli studi, è ragionevole ipotizzare che anche altre discipline contemplative – come la mindfulness o lo zen – possano produrre benefici analoghi. La ricerca scientifica prosegue, ma gli indizi convergono verso questa ipotesi.

Dialogare con la biologia attraverso la consapevolezza

Non si cerca l’immortalità. La questione è diversa: quanto spazio riserviamo alla quiete interiore? Quanto permettiamo al nostro organismo di disattivare lo stato di allerta? La cultura contemporanea ha trasformato la tensione costante in un simbolo di produttività. Eppure, quando diventa condizione permanente, lo stress incide profondamente. Persino a livello genetico.

L’aspetto incoraggiante è la semplicità dell’approccio: non occorrono sostanze farmacologiche né apparecchiature sofisticate. Serve solo regolarità. Quindici minuti al risveglio. Altrettanti prima di dormire. Un’abitudine accessibile che, secondo questa indagine, può contribuire a modulare alcuni processi biologici legati al declino cellulare. Non rappresenta una soluzione miracolosa. Ma potrebbe essere un’azione quotidiana che merita considerazione.

Fonte: Biomolecules

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