Studio rivela presenza di 169 sostanze chimiche in extension capillari: 48 sono pericolose per salute, sistema endocrino e riproduzione.
L’industria delle extension capillari rappresenta un settore economico in forte espansione, con proiezioni che indicano un superamento dei 14 miliardi di dollari entro il 2028. Ciononostante, questi articoli cosmetici rimangono tra i meno controllati e analizzati dal punto di vista normativo.
A fare luce su questa lacuna è intervenuto un team di studiosi del Silent Spring Institute, che ha reso pubblica sulla testata scientifica Environment & Health quella che rappresenta la più estesa indagine mai realizzata su questi prodotti in ambito pubblico.
Indice
Composizione chimica delle extension
Per comprendere la reale composizione di questi articoli, gli scienziati hanno selezionato 43 tipologie di prodotti tra i più venduti negli Stati Uniti, scegliendo in base alla notorietà sui canali social, alle indicazioni riportate sulle confezioni e alla diversità dei materiali: dalle fibre artificiali Kanekalon ai capelli naturali non trattati, includendo anche fibre vegetali di banana, seta e combinazioni miste.
Ciascun campione è stato esaminato mediante gascromatografia bidimensionale abbinata a spettrometria di massa ad alta risoluzione (GCxGC-TOF-MS), una metodologia avanzata capace di individuare componenti volatili e semivolatili anche in quantità minime. L’analisi dei risultati è stata gestita attraverso Highlight, una piattaforma basata su intelligenza artificiale progettata per elaborazioni chimiche non mirate su vasta scala.
Il quadro emerso? Sono state rilevate 933 tracce chimiche differenti, con oltre 5.200 rilevamenti complessivi distribuiti nei vari campioni. Di queste, gli studiosi hanno identificato con precisione 169 composti chimici, valutandone successivamente il livello di pericolosità.
I composti più allarmanti
Tra le molecole individuate, 48 compaiono in almeno una delle liste ufficiali di sostanze nocive, compresa la Proposition 65 californiana, che obbliga a segnalare la presenza di agenti cancerogeni o dannosi per la fertilità. Il 91% dei prodotti esaminati mostrava almeno una sostanza inclusa in questo registro.
Le categorie più critiche sono le seguenti:
Derivati organostannici
Circa il 10% dei prodotti testati presentava derivati organostannici, una famiglia chimica tipicamente impiegata come stabilizzante nel PVC e nelle pitture marine antivegetative. Quattro campioni di fibre sintetiche non meglio specificate mostravano livelli di stagno oltre lo 0,4% in peso, superando i parametri stabiliti dall’Unione Europea (0,1%).
Tra le molecole riscontrate emergono il dibutildiclorotina, considerato nell’UE sostanza estremamente critica e proibito nei prodotti di consumo oltre determinate soglie, e il cloruro di tributilstagno, riconosciuto interferente endocrino che negli animali da esperimento causa alterazioni metaboliche simili alla sindrome metabolica, oltre a insulino-resistenza e squilibri lipidici. Utilizzato in passato nelle vernici navali, è stato bandito proprio per l’elevata tossicità ambientale.
Particolarmente inquietante è che i test di percolazione abbiano evidenziato come questi elementi possano migrare parzialmente in acqua in condizioni simili a una normale doccia, con un rilascio maggiore in ambiente acido — come quello creato dall’aceto di mele, spesso suggerito come trattamento preliminare per le extension sintetiche prima dell’applicazione.
Ignifughi e molecole alogenate
Gran parte delle extension artificiali analizzate viene proposta come ignifuga o termoresistente, proprietà ottenute incorporando composti alogenati nel polimero. Tutte le fibre Kanekalon presentavano concentrazioni elevatissime di cloro — fino a 277.000 microgrammi per grammo — compatibili con la presenza di un polimero di cloruro di vinile e ritardanti di fiamma clorurati.
Nelle fibre Mastermix sono stati invece individuati alti livelli di bromo, tra 25.000 e 44.400 microgrammi per grammo, indicativi di polimeri bromurati o ritardanti di fiamma bromurati. Le fibre Aquatex, pubblicizzate come idrorepellenti, contenevano fluoro in quantità rilevanti: un indizio potenzialmente collegato alla presenza di PFAS, i noti “inquinanti permanenti”, sebbene le analisi mirate disponibili non abbiano permesso di confermare PFAS specifici.
Ftalati, nitroaromatici e cancerogeni accertati
Tra le altre molecole confermate o provvisoriamente riconosciute negli elenchi di pericolo compaiono il bis(2-etilesil) ftalato (DEHP), plastificante con ripercussioni sul sistema riproduttivo, il dibutilftalato, lo stirene (probabile cancerogeno), il tetracloroetano (altamente tossico per fegato e reni) e il benzofenone, rilevato in numerosi campioni di varia natura, tra cui Kanekalon, Mastermix e persino alcune extension in capelli naturali. È stata trovata anche la permetrina, pesticida presente in un campione di capelli umani grezzi, probabilmente residuo di un trattamento antiparassitario durante la lavorazione.
I soggetti maggiormente a rischio
Le extension non rappresentano un prodotto occasionale per molte utilizzatrici: vengono indossate per giorni o settimane, a contatto diretto con cuoio capelluto, collo e pelle. Vengono bagnate durante il lavaggio, esposte al calore di piastre e asciugacapelli, e talvolta utilizzate anche da minori. I professionisti del settore le maneggiano quotidianamente.
Gli studiosi sottolineano l’importante questione dell’equità sanitaria: negli Stati Uniti, oltre il 70% delle donne afroamericane utilizza extension almeno una volta nell’arco di un anno, mentre tra le donne caucasiche la percentuale scende sotto il 10%. Si tratta di un mercato che interessa principalmente una comunità già esposta in misura sproporzionata all’inquinamento ambientale e che, a causa della scarsa trasparenza dei prodotti e della limitata supervisione normativa, è costretta a effettuare scelte praticamente “al buio”.
Etichette ecologiche non sempre veritiere
Un aspetto che emerge con forza riguarda le extension commercializzate come prodotti ecologici o privi di tossine. Le fibre Spetra, etichettate come “prive di sostanze tossiche” e “senza ftalati”, risultavano tra le più pulite dell’intero campione, in linea con le dichiarazioni. Tuttavia, le fibre di banana — vendute come biodegradabili, prive di PVC e senza ftalati — contenevano bis(2-etilesil) ftalato in entrambi i campioni esaminati.
Solo due prodotti sull’intero panel non presentavano sostanze chimiche figuranti in alcun elenco di pericolo. Un risultato che dimostra come la conformità a determinati standard sia possibile, ma tutt’altro che diffusa.
Le richieste degli scienziati
Gli autori dello studio sollecitano maggiore trasparenza nella composizione delle fibre, una normativa più rigorosa — specialmente per i derivati organostannici, già vietati nell’UE ma non negli USA — e una maggiore vigilanza da parte delle autorità sanitarie.
Sul piano operativo, suggeriscono di approfondire le modalità di esposizione (inalazione, contatto cutaneo, ingestione), soprattutto per le categorie più vulnerabili, e di sviluppare metodi di quantificazione più accurati per i composti identificati. Incoraggiano inoltre i produttori a riformulare i prodotti ed eliminare le sostanze pericolose, ricordando che esistono già in commercio alternative più sicure.
Strategie di protezione
Anche se la ricerca si concentra su prodotti venduti negli Stati Uniti — dove la regolamentazione cosmetica è meno severa rispetto all’Unione Europea — il problema non è estraneo al mercato europeo, dove alcuni prodotti vengono importati attraverso canali online o da fornitori per parrucchieri di dubbia origine.
Alcune indicazioni pratiche per limitare l’esposizione:
- Preferire extension in capelli umani non trattati, che tendono a contenere un minor numero di sostanze chimiche sintetiche rispetto alle fibre plastiche
- Verificare la presenza del marchio CE sui prodotti acquistati, garanzia minima di conformità agli standard europei
- Evitare di riscaldare le fibre sintetiche più del necessario, poiché il calore accelera il rilascio di composti volatili
- Arieggiare i locali durante e dopo l’applicazione
- Chiedere ai produttori massima trasparenza sulla composizione
Fonte: Environment & Health