La scienza spiega perché dimentichiamo l'infanzia: le microglia riorganizzano il cervello archiviando i primi ricordi per favorire lo sviluppo.
Cercate di rammentare il giorno del vostro secondo compleanno. Praticamente impossibile, vero? Ciò che pensiamo di conservare nella memoria è, il più delle volte, una ricostruzione basata su storie raccontate dai familiari e fotografie sfogliate negli anni. L’amnesia infantile, ovvero l’impossibilità di conservare memorie dei primissimi anni di esistenza, rappresenta un fenomeno universale che accomuna pressoché tutti gli individui. E adesso la ricerca scientifica inizia a fornire risposte concrete.
Per lungo tempo si è ritenuto che l’oblio infantile derivasse da un’immaturità cerebrale temporanea. Una lacuna transitoria, destinata a scomparire con lo sviluppo. Le indagini più recenti rivelano invece una realtà differente e sorprendentemente affascinante: il nostro cervello non smarrisce queste memorie per difetto, ma le archivia intenzionalmente.
Durante i primissimi anni di esistenza assimiliamo una quantità straordinaria di informazioni. Parole, dinamiche relazionali, convenzioni sociali, vissuti emotivi. Si tratta di una fase caratterizzata da un apprendimento massiccio e ininterrotto. Proprio per questa ragione, sostengono gli esperti di neuroscienze, il cervello necessita di liberare spazio, riorganizzare le informazioni, ottimizzare le connessioni. E per realizzare questo processo interviene un meccanismo poco noto, ma essenziale.
Indice
Le microglia, sentinelle cerebrali che selezionano i ricordi da conservare
All’interno del nostro encefalo operano cellule particolari denominate microglia. Appartengono al sistema immunitario cerebrale e svolgono la funzione di preservare l’equilibrio dell’ambiente neuronale. Nei primi anni di vita, quando il cervello è in fase di sviluppo intensivo, queste cellule operano incessantemente per perfezionare i collegamenti tra neuroni, rimuovendo quelli superflui e potenziando quelli rilevanti.
Un team di studiosi del Trinity College Dublin ha evidenziato che proprio questa operazione di “riorganizzazione” appare correlata alla scomparsa delle memorie più remote. In esperimenti controllati, quando l’attività delle microglia viene temporaneamente ridotta, le tracce mnemoniche rimangono più facilmente recuperabili. Non perché si rafforzino, ma perché non vengono relegate così profondamente.
L’aspetto cruciale è il seguente: le memorie dell’infanzia non vengono eliminate come dati superflui, ma silenziate, spostate in secondo piano per consentire al cervello di adeguarsi a un ambiente in costante trasformazione.
Le memorie rimangono latenti nel cervello
Mediante tecniche di indagine sempre più sofisticate, gli studiosi hanno potuto identificare le cosiddette “tracce mnestiche”, insiemi di neuroni che custodiscono un’esperienza vissuta. Anche quando una memoria non risulta più accessibile consapevolmente, quelle tracce permangono.
Le regioni coinvolte sono identiche a quelle che utilizziamo quotidianamente per rammentare ambienti, sentimenti e circostanze: l’ippocampo e l’amigdala. La differenza consiste nel fatto che, con il trascorrere del tempo, l’accesso a queste tracce viene modulato, come se il cervello decidesse di non mantenerle più prioritarie per la nostra esistenza adulta.
Secondo Erika Stewart, attualmente ricercatrice presso la Columbia University, le microglia agiscono come autentiche “gestori della memoria”, supportando il cervello nella selezione di quali ricordi mantenere attivi e quali relegare sullo sfondo.
Un elemento rilevante di questa indagine riguarda la connessione tra sistema immunitario e maturazione cerebrale. In determinate circostanze, questo equilibrio può alterarsi, condizionando anche le modalità con cui la memoria viene strutturata nei primi anni di vita.
Gli studiosi evidenziano che per uno sviluppo equilibrato serve una condizione intermedia: un’attività delle microglia né troppo intensa né eccessivamente ridotta. Si tratta di un equilibrio fragile, che potrebbe contribuire a chiarire meglio anche le variazioni individuali nelle modalità di memorizzazione, apprendimento e percezione della realtà.
Cancellare per evolvere
L’amnesia infantile costituisce probabilmente la tipologia di oblio più comune esistente. E proprio perché universale, raramente ci interroghiamo sul suo significato. Oggi comprendiamo che dimenticare rappresenta una componente fondamentale dell’apprendimento, un meccanismo per rendere il cervello più adattabile, preparato ad affrontare nuove esperienze senza essere appesantito dal passato.
Come illustra Tomás Ryan, autore principale dello studio pubblicato su PLOS Biology, la memoria non costituisce un deposito fisso, ma un sistema in evoluzione, che si trasforma insieme a noi durante l’intera esistenza.
E probabilmente questo rappresenta il concetto più confortante: se non conserviamo memoria dei nostri primi movimenti o delle prime espressioni verbali, non è perché qualcosa sia andato male. È perché il nostro cervello, in modo silenzioso, stava preparando lo spazio per ciò che saremmo diventati.
Fonte: PLOS Biology