Storia della rinascita uzbeka: dalla tragedia del Pakhtakor nel 1979 al primo Mondiale 2026 con CT Cannavaro contro la Colombia.
Un legame profondo collega il tragico silenzio di un cielo ucraino lacerato a oltre ottomila metri d’altezza alla celebrazione collettiva che stanotte coinvolgerà un’intera nazione. Per l’Uzbekistan, il debutto storico nella fase finale dei Mondiali 2026 alle quattro di domani mattina, giovedì 18 giugno, non costituisce semplicemente un risultato sportivo eccezionale, ma rappresenta una rigenerazione emotiva attesa da decenni.
Di fronte agli schermi giganti installati in 208 istituti scolastici, nelle aree pubbliche dei dodici quartieri della capitale e dentro lo stadio Bunyodkor, innumerevoli sostenitori vivranno momenti di trepidazione intensa. L’energia che accompagnerà i calciatori uzbeki in campo affonda le radici in una cicatrice ancora viva dopo 47 anni, quando il fato decise di cancellare la generazione più brillante del football nazionale.
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Il disastro nei cieli che annientò il Pakhtakor
L’undici agosto 1979 il volo Aeroflot CCCP-65735, un aeromobile Tupolev 134AK partito dalla capitale uzbeka e in rotta verso Minsk, si scontrò con un velivolo identico sopra Dneprodzeržins’k a causa di un errore drammatico da parte del controllo aereo. Nello schianto a velocità supersonica morirono 178 individui, inclusi 14 atleti e 3 componenti dello staff tecnico del Pakhtakor Tashkent, unica formazione della repubblica sovietica uzbeka nella massima divisione calcistica.
La compagine, che nei due decenni precedenti si era affermata come straordinario polo d’innovazione tattica basato sull’attacco e sulla spettacolare passovočka, venne completamente spazzata via. Tra le vittime c’erano talenti eccezionali come il brillante mediano di origini coreane Michail An, il bomber Vladimir Fëdorov e il promettente Sirodžiddin Bazarov, appena diciottenne.
Premonizioni inquietanti e salvezze fortuite
La catastrofe del Pakhtakor fu preceduta da segni premonitori angoscianti. Giorni prima dello scontro aereo, l’attaccante Vladimir Makarov aveva avuto un incubo in cui si vedeva completamente calvo riflesso nello specchio, mentre il funzionario Mansur Talibdžanov aveva vissuto un’improvvisa inquietudine che lo portò a raccontare tutta la propria esistenza alla consorte nella serata precedente la partenza.
Al contrario, il caso fortuito salvò pochissime persone. L’allenatore ucraino Oleg Bazilevič ricevette un’autorizzazione straordinaria per raggiungere i familiari a Soči, mentre la leggenda locale Tusjagan Isakov e il guardiano dei pali Aleksandr Janovskij evitarono la fine solo perché fermi per lesioni fisiche gravi. Scamparono miracolosamente anche il fisioterapista Anatolij Dvornikov e il cronista Oleg Jakubov, che mancarono il volo perché si erano alzati tardi dopo una celebrazione.
Il centro d’eccellenza tattica asiatico e la ricostruzione
Il Pakhtakor non era una compagine ordinaria; costituiva un punto di riferimento calcistico forgiato da maestri storici come Aleksandr Keller, Boris Arkad’ev e Michail Jakušin, visionari che introdussero il modulo brasiliano 4-2-4 e il cosiddetto disordine controllato in partita, precorrendo i principi fondamentali del calcio totale.
Dopo la sciagura, le istituzioni sovietiche tentarono di occultare l’evento, ma la fratellanza degli altri sodalizi permise la ricostituzione rapida della squadra attraverso il trasferimento temporaneo di undici giocatori. Quella tradizione di tenacia, già manifestata quando la metropoli nel 1966 superò un sisma devastante scendendo in campo il medesimo giorno davanti a cinquantamila spettatori, è rimasta impressa nel patrimonio genetico del calcio uzbeko fino a concretizzarsi nella storica qualificazione mondiale.
Il debutto iridato guidato da Cannavaro
Stanotte l’attesa giunge finalmente al termine e la nazione è pronta ad affrontare la Colombia nell’incontro inaugurale del Gruppo K, un girone ostico che include anche le formidabili nazionali di Portogallo e Repubblica Democratica del Congo. L’architetto tattico di questo exploit sportivo siede sulla panchina uzbeka dall’ottobre del 2025 ed è una figura italiana celebre e apprezzata: l’ex difensore azzurro e vincitore del Pallone d’oro Fabio Cannavaro.
Sotto la direzione del campione mondiale del 2006, la rappresentativa centroasiatica ha acquisito una solidità difensiva eccezionale e un’audacia competitiva che hanno galvanizzato l’intera area geografica. La mascotte ufficiale, il lupo bianco Bek, compare ormai sulle divise di migliaia di appassionati pronti a supportare la squadra in un evento trasmesso persino negli stabilimenti produttivi prima dell’inizio dei turni lavorativi. Oltrepassare la fase a gruppi sarebbe un’impresa epica, ma per il popolo uzbeko l’onore di vedere il proprio vessillo esposto nel più prestigioso scenario planetario costituisce già il definitivo riscatto storico.