Acqua ossigenata sulle ferite: il farmacista svela l’errore comune

Un farmacista spiega su Instagram perché l'acqua ossigenata sulle ferite aperte può fare più danni che benefici alla pelle.

A rimettere in discussione un’abitudine radicata in moltissime famiglie italiane è un video di Giacomo Pisano, farmacista genovese conosciuto sui social come Il Socialmente Farmacista, seguito da oltre 370mila persone su Instagram. Nella clip, che potete trovare in fondo al testo, il professionista demolisce una pratica trasmessa di generazione in generazione: versare l’acqua ossigenata direttamente su tagli e abrasioni. Va detto, per chiarezza, che questo prodotto funziona bene come disinfettante quando la pelle è integra: su una cute sana, priva di lesioni, il perossido d’idrogeno agisce efficacemente contro i microrganismi senza controindicazioni particolari. Le cose cambiano radicalmente quando la barriera cutanea viene compromessa e si forma una ferita aperta. In quel momento entra in azione la catalasi, un enzima presente nel sangue e nei tessuti che scompone velocemente la molecola in acqua e ossigeno, generando quella classica effervescenza che tutti conosciamo fin da bambini. Una approfondita rassegna pubblicata sulla rivista Wounds sottolinea come la catalasi presente nei tessuti possa ridurre in modo netto la capacità battericida del perossido d’idrogeno una volta applicato sul corpo, rendendolo molto meno efficace di quanto la sua caratteristica schiuma faccia pensare.

Non è solo questione di scarsa disinfezione

Il vero problema riguarda ciò che questa reazione chimica lascia come conseguenza. Uno studio pubblicato su PLoS ONE ha esaminato gli effetti del perossido d’idrogeno sul processo di guarigione delle ferite in un modello animale, dimostrando come lo stress ossidativo generato dalla sostanza ostacoli i meccanismi di riparazione tissutale, ritardando proprio la crescita del nuovo tessuto nella zona che dovrebbe rimarginarsi più velocemente. Una ricerca più recente, pubblicata nel 2022 sulla rivista Clinical and Experimental Dermatology, ha confrontato i disinfettanti maggiormente utilizzati sui fibroblasti cutanei umani, incluso il perossido d’idrogeno. Gli studiosi hanno riscontrato che bastano sessanta secondi di contatto per compromettere proliferazione, capacità di migrazione e sopravvivenza di queste cellule, fondamentali per ricostruire il tessuto danneggiato.

La procedura corretta per pulire una ferita senza aggravarla

Il primo gesto, spesso sottovalutato, resta il più elementare: risciacquare abbondantemente con soluzione fisiologica, eliminando così detriti e impurità senza aggredire i tessuti attorno alla lesione. Soltanto in seguito ha senso ricorrere a un disinfettante specifico, scegliendo tra diverse opzioni a seconda delle esigenze. Il benzalconio cloruro e la clorexidina rappresentano le soluzioni più diffuse per la gestione quotidiana delle piccole ferite, mentre lo iodopovidone, probabilmente il più efficace tra i tre, presenta una controindicazione importante da tenere a mente: contiene iodio, elemento che viene in parte assorbito attraverso la cute lesionata. Il database LactMed dei National Institutes of Health americani avverte che l’impiego di iodopovidone nel periodo del parto e durante l’allattamento può incrementare i livelli di iodio nel latte materno, con il rischio di indurre ipotiroidismo transitorio nel neonato, specialmente nelle zone dove l’apporto di iodio è già insufficiente. Per la stessa ragione, il suo utilizzo richiede particolare cautela anche nei pazienti sottoposti a trattamenti per disfunzioni tiroidee, poiché l’assorbimento cutaneo può falsare i risultati degli esami relativi alla funzione tiroidea.

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