Salute mentale: disturbi quasi raddoppiati in trent’anni

Oltre 1,2 miliardi nel mondo soffrono di disturbi mentali, il doppio rispetto al 1990. Scopri perché stigma e pregiudizi rallentano le cure.

Qualcuno si sente dire di farsi forza, qualcun altro di uscire più spesso, altri ancora di smettere di rimuginare. C’è chi nasconde ciò che prova per timore di essere giudicato, chi rimanda per mesi la richiesta di aiuto e chi, quando finalmente trova il coraggio di farlo, non riesce comunque a entrare in un percorso terapeutico. Eppure, parlando di benessere psicologico, non ci troviamo davanti a un tema secondario né a una debolezza che tocca solo poche persone. A livello globale, circa 1,2 miliardi di individui convivono con un disturbo mentale: una cifra enorme, quasi doppia rispetto a quella registrata nel 1990, che racconta l’urgenza di affrontare seriamente una delle principali emergenze sanitarie e sociali del nostro tempo.

A documentare questo scenario è una ricerca pubblicata su The Lancet nel maggio 2026, condotta nell’ambito del Global Burden of Disease Study 2023 grazie al lavoro di esperti dell’Institute for Health Metrics and Evaluation e dell’Università del Queensland. Lo studio evidenzia come i disturbi psichici rappresentino oggi la causa principale di anni vissuti con disabilità nel mondo, con un impatto particolarmente forte su adolescenti e donne.

Numeri che assumono un peso ancora maggiore in vista della Giornata mondiale della salute mentale, in programma il 10 ottobre. Quest’anno la ricorrenza pone al centro proprio le testimonianze di chi convive con un disagio psicologico, lanciando un messaggio chiaro: dare voce a queste persone e coinvolgerle nelle scelte relative a cure e servizi.

Un fenomeno raddoppiato in poco più di tre decenni

La ricerca, una delle più estese mai condotte su questo tema, ha analizzato l’evoluzione di dodici disturbi mentali in 204 Paesi e territori, tenendo conto di fasce d’età diverse e delle differenze tra uomini e donne tra il 1990 e il 2023. Il dato principale parla di un incremento del 95,5% nei casi stimati rispetto al 1990. Una percentuale da leggere con attenzione: parte di questa crescita dipende anche dall’aumento e dall’invecchiamento della popolazione mondiale. Tuttavia, nello stesso arco temporale, anche la prevalenza standardizzata per età è salita del 24,2%, segno che il fenomeno non si spiega soltanto con i cambiamenti demografici.

Ansia e depressione maggiore pesano in modo determinante sul totale dei disturbi mentali registrati. Le ripercussioni non riguardano solo i sintomi, ma anche la possibilità concreta di studiare, lavorare, mantenere relazioni e gestire la quotidianità. Nel 2023, i disturbi mentali hanno rappresentato oltre il 17% del totale degli anni vissuti con disabilità nel mondo: condizioni capaci di compromettere seriamente la qualità della vita, anche quando non lasciano segni visibili all’esterno.

Il disagio cresciuto dopo la pandemia: cosa dicono i numeri

Gli anni della pandemia hanno rappresentato una fase particolarmente critica. Secondo i dati dell’analisi, rispetto al 2019 la prevalenza standardizzata per età della depressione maggiore è salita di circa il 24%, mentre quella dei disturbi d’ansia è aumentata di oltre il 47%, toccando picchi elevati negli anni successivi all’emergenza sanitaria. Sarebbe però semplicistico attribuire tutto al Covid. L’isolamento, l’incertezza e le ricadute sociali della pandemia si sono sommati a problemi già presenti: precarietà economica, povertà, violenza, insicurezza e un progressivo indebolimento dei legami sociali.

Il benessere psicologico, infatti, non dipende unicamente da fattori individuali: anche il contesto in cui viviamo, studiamo e lavoriamo influisce profondamente sulla nostra salute mentale. Questo significa che non basta chiedere alle persone di essere più resilienti: servono anche interventi concreti sulle cause che alimentano il disagio.

Adolescenti e donne: le categorie più colpite

Uno degli aspetti più allarmanti riguarda i più giovani. Lo studio individua nella fascia d’età tra i 15 e i 19 anni uno dei momenti in cui il peso dei disturbi mentali risulta particolarmente marcato. Durante l’infanzia prevalgono condizioni legate al neurosviluppo e disturbi comportamentali, mentre con l’adolescenza assumono un ruolo centrale ansia e depressione. Si tratta di una fase delicata, in cui le difficoltà emotive si intrecciano con cambiamenti personali, dinamiche relazionali, aspettative sociali e pressioni scolastiche. Riconoscere per tempo i segnali di sofferenza e offrire un sostegno adeguato può fare una reale differenza.

Anche le disuguaglianze di genere emergono con chiarezza. Secondo le stime del 2023, 620 milioni di donne convivevano con un disturbo mentale, contro 552 milioni di uomini. Un divario che non può essere ridotto a una questione puramente individuale. Tra i fattori che contribuiscono al maggiore carico di malattia nelle donne figurano l’esposizione a violenza domestica e abusi sessuali, il peso del lavoro di cura e le disuguaglianze economiche e sociali. Ancora una volta, i dati raccontano qualcosa che va oltre la sfera personale e chiama in causa il funzionamento dell’intera società.

“Devi solo reagire”: quando i pregiudizi diventano un ostacolo alle cure

Esiste poi un altro ostacolo, meno evidente della mancanza di risorse economiche o di servizi adeguati, che continua a gravare sulla salute mentale: il modo in cui giudichiamo la sofferenza altrui. “È solo un momento no”, “devi pensare positivo”, “hai tutto, non hai motivo di stare male”, “alla tua età non puoi essere depresso”. Frasi che moltissime persone si sentono ripetere quando provano a raccontare ciò che stanno attraversando. Spesso vengono dette senza cattiveria, magari nel tentativo di incoraggiare, ma possono produrre l’effetto opposto: far sentire chi soffre frainteso, in colpa o persino esagerato.

Se qualcuno si rompe una gamba, difficilmente gli si consiglierebbe di camminare e smettere di lamentarsi. Quando invece si parla di depressione, ansia o altri disturbi mentali, c’è ancora chi pensa che bastino un po’ di volontà, una vacanza o un atteggiamento più positivo. Ma la depressione non è semplice malinconia, un disturbo d’ansia non coincide con l’essere un po’ preoccupati, e rivolgersi a uno psicologo o a uno psichiatra non è segno di debolezza.

Non ogni momento di tristezza, stress o preoccupazione corrisponde naturalmente a un disturbo mentale conclamato. Ma questo non autorizza nessuno a sminuire la sofferenza altrui, né a stabilire dall’esterno quanto sia grave ciò che una persona sta vivendo. I pregiudizi hanno conseguenze reali: lo stigma, la paura del giudizio e la scarsa informazione sui disturbi mentali possono scoraggiare la richiesta di aiuto e ritardare l’accesso alle cure, come sottolinea anche l’Organizzazione mondiale della sanità. Imparare ad ascoltare senza giudicare, senza mettere a confronto le sofferenze altrui, senza pretendere che chi soffre debba continuamente dimostrare di meritare comprensione, dovrebbe diventare una priorità collettiva.

Fonte: The Lancet

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