Tragedia di Miriam: la laurea mai conseguita e il malessere nascosto tra i giovani universitari

Il dramma di Miriam, deceduta prima della presunta laurea, svela il malessere psicologico crescente tra gli studenti universitari italiani.

Avrebbe dovuto essere una giornata di festa e traguardi. Invece si è trasformata in un momento di interrogativi senza soluzione. Miriam Indelicato, una ragazza di 23 anni, è stata rinvenuta priva di vita nell’ingresso dello stabile dove abitava nella Capitale. Il 17 aprile era la data prevista per la discussione della sua tesi presso la Luiss Guido Carli.

Gli inquirenti stanno ancora lavorando al caso e tutte le piste restano aperte, ma emerge un particolare significativo: a quanto pare, la giovane aveva interrotto la sua iscrizione accademica già dall’anno 2024.

Un divario che probabilmente sottolinea quanto possa essere abissale la differenza tra l’immagine esteriore e la realtà interiore, gettando luce su una problematica più vasta e frequentemente ignorata.

I numeri dei gesti estremi nel nostro paese

Non conosciamo ancora con precisione gli eventi che hanno coinvolto Miriam, ma possiamo collocare questa vicenda in un quadro più ampio: l’Istituto Superiore di Sanità riporta che tra i giovani il gesto estremo costituisce, in linea con le statistiche globali, una delle principali cause di decesso con marcate differenze tra maschi e femmine.

Per entrambe le categorie, questo fenomeno si colloca al terzo posto tra le cause mortali più comuni nella fascia 15-29 anni, preceduto soltanto dagli incidenti automobilistici e dalle patologie oncologiche. I dati Eurostat a livello continentale descrivono una situazione critica che coinvolge non episodi isolati, ma un’intera fascia generazionale.

Il fenomeno tra chi frequenta l’università

Per quanto concerne chi studia negli atenei, il malessere psichico risulta piuttosto comune: stati ansiosi, tristezza profonda, percezione di non essere all’altezza.

Nel nostro paese il disagio mentale tra chi frequenta corsi universitari sta crescendo. Uno studio riportato su Alley Oop mostra che approssimativamente un terzo dei frequentanti (33%) sperimenta ansia, mentre più di uno su quattro (27%) presenta segni depressivi. A pesare sono principalmente aspettative elevate – sia personali che familiari – e un panorama lavorativo sempre più competitivo e instabile.

Anche l’interruzione del percorso accademico è in espansione. Secondo il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, la percentuale ha toccato il 7,3%, superiore rispetto al 6,3% registrato nel 2011-2012. Ma le differenze geografiche contano: un’analisi di Unimpresa calcola che nelle regioni meridionali si raggiunga un 15% di interruzioni, contro il 9,6% del Nord-Est.

La questione non riguarda esclusivamente il nostro territorio. A livello mondiale, un sondaggio Gallup del 2023 ha mostrato che il 35% degli studenti universitari negli Stati Uniti ha valutato l’opzione di abbandonare il percorso formativo. Tra le ragioni principali figurano la tensione emotiva (54%) e le problematiche relative al benessere psicologico (43%).

Nell’insieme, queste cifre illustrano una situazione sempre più allarmante: il malessere tra chi studia non è occasionale, ma sistemico, e necessita di azioni concrete e mirate per proteggere realmente il loro equilibrio.

Le aspettative che schiacciano in silenzio

Non si tratta solamente della tensione legata alle prove d’esame, ma di qualcosa di più radicato e insidioso: è la convinzione che il proprio valore come persona debba coincidere obbligatoriamente con i successi ottenuti, è il timore di non soddisfare le aspettative familiari, è un domani sempre più nebuloso, è l’isolamento di chi vive distante dagli affetti. E anche la fatica, in quell’enorme solitudine, a confessare che le cose non procedono come pianificato.

È evidente, quindi, che il nodo centrale sia anche di natura culturale: il percorso universitario viene presentato come una strada dritta, ma frequentemente non lo è affatto. E quando ci si allontana da quella direzione prestabilita, subentra un mutismo che diventa un peso insopportabile.

Tuttavia, nelle università italiane esistono servizi di sostegno psicologico, ma risultano insufficienti: le domande di assistenza sono cresciute drasticamente negli ultimi tempi, come segnala il Ministero dell’Università e della Ricerca, ma permane ancora una porzione consistente di studenti che non cercano supporto per imbarazzo o perché ritengono che “non sia così grave” finché non diventa davvero critico.

Ciò che si manifesta è un problema di sistema. Un meccanismo che richiede prestazioni (già dalle scuole secondarie), ma fornisce scarso sostegno e che opera in una società che quantifica il successo, ma fatica a gestire l’insuccesso. Anzi, non lo prevede nemmeno nelle narrazioni ufficiali.

A chi rivolgersi quando il carico diventa insostenibile

Per le studentesse e gli studenti che attraversano un periodo di fragilità psicologica durante il cammino accademico, è fondamentale sapere che esistono risorse concrete, disponibili e spesso gratuite a cui appoggiarsi.

Tra i principali riferimenti:

  • Telefono Amico (02 2327 2327), disponibile anche via chat WhatsApp.
  • Numero unico per le emergenze (112): da utilizzare nelle circostanze più critiche, con operatori pronti a orientare verso i servizi appropriati

Oltre a questi, sono operative diverse organizzazioni distribuite sul territorio nazionale:

  • i consultori familiari, che offrono sostegno psicologico senza costi
  • Progetto Itaca, dedicato alla sensibilizzazione e al supporto sulla salute mentale
  • MamaChat, che permette di dialogare in modo anonimo tramite messaggistica
  • Croce Rossa Italiana (1520), con servizi di aiuto psicologico

Negli ultimi tempi si è diffusa anche la psicoterapia digitale, che rende il supporto ancora più facilmente raggiungibile. Questi strumenti possono costituire un primo passo concreto per affrontare il disagio. Richiedere assistenza non è una resa, ma una decisione attiva: significa riconoscere il proprio stato emotivo e cominciare a occuparsene. Se non riuscite a farlo con la vostra famiglia, provateci almeno con chi può ascoltarvi in modo professionale.

Per la vicenda di Miriam saranno le investigazioni a fornire risposte, ma quante storie analoghe rimangono nascoste fino all’ultimo istante? E, soprattutto, quanto siamo pronti a fermarci un momento, a ripensare le relazioni e a modificare davvero le cose per impedire che si ripetano tragedie come quella di Miriam?

Fonti: ISS / Alley Oop

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