Tragedia a Massa: un vuoto esistenziale dietro la violenza giovanile

Omicidio a Massa davanti a un bambino: oltre la cronaca nera, un'analisi profonda sul vuoto esistenziale dei giovani e la responsabilità collettiva.

Si sente dire che abbiano cervelli svuotati, simili a involucri di uova andate a male. Si sostiene che non ci sia più rimedio, che la responsabilità sia dei social network, che l’istituzione scolastica sia assente, che le famiglie ancor meno presenti, che servano sanzioni severe, limitazioni e dispositivi di sicurezza. Solo così, dicono, potrebbero comprendere.

Si afferma che loro, gli “adolescenti contemporanei”, manchino di scopi e aspirazioni, che preferiscano seguire la dinamica del gruppo. E che essere inflessibili con questi giovani rappresenti l’unica via per ottenere risultati. Ma siamo davvero certi che ragazze e ragazzi, oggi nel 2026, non necessitino di qualcos’altro? Siamo sicuri che vogliano sentirsi ripetere che “quando ero giovane io queste situazioni non si verificavano“, e poco importa se provi l’impulso di eliminare qualcuno pur di farti vedere?

L’affermazione secondo cui “in passato non capitavano simili eventi” rappresenta la più grande sciocchezza che possiamo raccontare a noi stessi e a loro. Non è mai esistito un periodo storico in cui gli adolescenti e i preadolescenti non si percepissero inadatti, non provassero rabbia e risentimento, non si sentissero isolati nonostante la madre preparasse loro la merenda. Il mondo esterno, per i giovani, è sempre stato un groviglio di esperienze negative inevitabili, di persone che parlano a vuoto senza realmente comprendere, di genitori distratti e di adulti presuntuosi. Il mondo esterno risulta estremamente complesso per chi inizia a maturare, ad acquisire consapevolezza e a orientarsi tra regolamenti e norme, funzioni e aspettative dell’ambiente circostante.

La vicenda dell’aggressione mortale a Giacomo Bongiorni, avvenuta a Massa, ci colpisce con la forza di uno shock improvviso. Un interrogativo enorme dal quale dovremmo iniziare e al quale dovremmo assolutamente fornire una soluzione.

I fatti accaduti

L’uomo, quarantasettenne, ha perso la vita a Massa dopo essere stato assalito in una piazza da un gruppo di circa dieci giovani, alcuni in stato di ebbrezza. Era intervenuto per proteggere il cognato, diventato bersaglio dopo aver redarguito i ragazzi che stavano danneggiando un esercizio commerciale. Le dinamiche precise non sono ancora completamente chiare, ma durante il pestaggio Giacomo è deceduto e il cognato ha riportato ferite, mentre il figlio di undici anni osservava la scena. Attualmente, comprensibilmente, è in stato di shock.

Al momento sono stati fermati due giovani di diciannove e ventitré anni e un minore, accusati di omicidio volontario in concorso. Le investigazioni dei carabinieri proseguono e si baseranno su dichiarazioni testimoniali, perquisizioni e filmati delle telecamere di sorveglianza.

Il sindaco di Massa ha definito la violenza “inaudita” e ha annunciato un potenziamento della sorveglianza.

Ciò che realmente manca

Eccola, la “sorveglianza” alla quale immediatamente ci si appella, ma ciò che realmente scarseggia è ben diverso. Non è una pattuglia aggiuntiva a mezzanotte che può colmare il vuoto esistenziale che questi giovani si trascinano dietro e dentro nel primo pomeriggio. Non è un rilevatore di metalli all’ingresso degli istituti a trasmettere il significato di esistere senza dover affermare qualcosa attraverso la violenza. Ciò che manca è tutto il contesto.

Manca qualcuno che resti presente, che presti ascolto, che non liquidi la questione con un “sono adolescenti” o, ancora peggio, con “sono creature mostruose“. Manca disponibilità temporale, vicinanza, figure adulte affidabili e coerenti. Manca un linguaggio condiviso tra generazioni che si osservano senza più riconoscersi. Perché la realtà è soltanto questa: questi giovani non emergono dal nulla, non compaiono improvvisamente una sera in piazza, ubriachi e violenti, come fossero un’aberrazione del contesto sociale. Rappresentano il contesto stesso. Sono figli di un’epoca che accelera eccessivamente, che promette ogni cosa e mantiene poco, che richiede di affermarsi senza insegnare autenticamente come diventare qualcuno seguendo l’empatia e i principi giusti.

E quindi sì, ci inorridisce. Deve inorridirci, ma non può essere sufficiente. Perché ogni volta che riduciamo tutto a “gruppo violento“, a “gang giovanile“, a “comportamento deviante“, ci stiamo esonerando da una responsabilità che appartiene a tutti. Stiamo optando per la via più semplice: etichettare parzialmente il problema per evitare di affrontarlo realmente.

Invece dovremmo fermarci proprio lì, in quella piazza, in quel preciso momento in cui un uomo è morto sotto gli occhi di suo figlio, augurandoci che quest’ultimo non cresca nell’odio. E interrogarci non soltanto su chi ha colpito, ma su cosa abbia reso possibile tutto questo. Perché se continuiamo a dirci che “non esiste più alcuna soluzione“, allora davvero non esisterà più nessuna possibilità di cambiamento.

“[…] scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d’incitamento e di stimolante. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati come te adesso. Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. Imparerai da loro… se vuoi. Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. È una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. È storia. È poesia.”

Da Il giovane Holden, di J. D. Salinger.

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