Periferie italiane: dove nascere determina il futuro scolastico

Nelle periferie vulnerabili un minore su dieci affronta povertà educativa e pregiudizi. I dati di Save the Children sulle disuguaglianze urbane.

Quale impatto ha il luogo di nascita sul destino di un bambino? Quanto influiscono gli spazi urbani sulla crescita? All’interno delle nostre metropoli esistono profonde disparità educative e sociali che troppo spesso vengono ignorate. Venire al mondo e crescere in aree caratterizzate da indigenza materiale, carenze educative e disoccupazione significa trovarsi fin dall’infanzia di fronte a ostacoli enormi.

Lo rivela uno studio condotto da Save The Children, intitolato “I luoghi che contano. Infanzia e adolescenza nelle periferie urbane“, diffuso in concomitanza con IMPOSSIBILE 2026, l’iniziativa biennale dell’organizzazione che dimostra come appena il 36,5% dei tredicenni residenti in zone problematiche pensi di frequentare il liceo, a fronte del 66,9% di chi abita in contesti più favorevoli.

Nelle grandi metropoli italiane, il quartiere di provenienza può fare un’enorme differenza: i giovani che abitano in territori vulnerabili corrono maggiori rischi di indigenza e abbandono scolastico, disponendo di minori accessi a spazi verdi e strutture ricreative, con ripercussioni significative sulle prospettive future.

L’analisi dei dati

Lo studio, elaborato in collaborazione con ISTAT, esamina le Aree di disagio socioeconomico urbano (ADU), 158 zone distribuite nei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane del Paese. In questi territori risiede circa un giovane su 10: più di 142mila bambini e ragazzi vivono in quartieri dove si accumulano indigenza, instabilità lavorativa, abbandono scolastico e assenza di strutture pubbliche.

save the children

Tuttavia, sarebbe riduttivo etichettare tutto come semplice “degrado”. Perché in questi contesti esistono anche identità collettiva, reti solidali e voglia di cambiamento.

adu italia

L’abbandono degli studi

Il risultato più preoccupante riguarda l’istruzione. Nelle zone più fragili delle metropoli il 15,4% degli studenti delle secondarie ha lasciato gli studi o è stato bocciato: un valore doppio rispetto alla media urbana complessiva, ferma al 7,6%.

A Venezia la differenza è drammatica: nelle ADU il tasso di abbandono raggiunge il 21,7%, contro il 7,9% della media comunale. A Napoli si attesta al 18,1%, a Cagliari al 18,9%. Ma le disparità non riguardano esclusivamente il Meridione: Milano registra un 14,3% nelle zone vulnerabili, Roma il 10,8%.

scuola

La carenza educativa si traduce poi in occasioni concrete negate agli studenti. Il 16,7% degli alunni dell’ultimo anno delle medie afferma di non aver avuto il materiale didattico indispensabile a inizio anno, mentre il 17,3% non ha potuto partecipare alle uscite didattiche per ragioni economiche.

Sono cifre che raccontano una realtà quotidiana invisibile: non potersi permettere un quaderno, dover rinunciare a una gita, sentirsi ai margini già a tredici anni.

Il marchio del pregiudizio

L’indagine evidenzia anche un elemento spesso trascurato: lo stigma legato al territorio.

Quasi metà degli adolescenti residenti nelle periferie più vulnerabili (49,1%) avverte che il proprio quartiere viene visto negativamente dall’esterno. Tra chi abita in zone meno marginali la percentuale cala al 29,5%.

Servirebbero più parchi e meno pregiudizi sul mio quartiere, afferma uno dei giovani coinvolti nell’indagine.

Ed è probabilmente questo l’aspetto più significativo dello studio: la testimonianza di adolescenti che crescono sentendosi costantemente etichettati come criminali, degradati o falliti soltanto per il codice postale in cui risiedono.

Una frattura che attraversa molte città italiane. Da un lato i quartieri considerati “per bene”, ordinati e tranquillizzanti; dall’altro quelli marchiati da una reputazione negativa impossibile da cancellare. Un confine invisibile, ma pesantissimo nella percezione pubblica.

Ci si osserva con sospetto, come se si vivesse in mondi separati, dimenticando che si condividono le stesse strade e la stessa aria.

Ragazze più insicure, giovani senza futuro

Nelle periferie vulnerabili aumenta anche la sensazione di insicurezza, soprattutto fra le ragazze: solo il 51,9% dichiara di sentirsi protetta nel proprio quartiere, contro il 75% delle coetanee residenti in contesti meno marginali.

E poi ci sono i NEET (Not in Education, Employment or Training), i giovani che non studiano né lavorano. Nelle ADU costituiscono il 35,6% dei 15-29enni, oltre 12 punti percentuali sopra la media urbana del 22,9%. In città come Palermo e Catania il valore supera persino il 55%. Una generazione in sospeso, praticamente ferma in territori dove spesso scarseggiano luoghi culturali, collegamenti efficienti, servizi educativi e possibilità lavorative.

L’analisi di Save the Children evita però la retorica negativa sulle periferie.

Perché in questi quartieri esistono anche legami sociali solidi, amicizie interculturali, mutuo aiuto e senso di comunità. Il 78,4% dei ragazzi residenti nelle aree più fragili dichiara infatti di sentirsi sereno nel proprio quartiere.

I giovani intervistati sanno esattamente cosa manca e cosa occorrerebbe per migliorare i luoghi dove crescono: gestione rifiuti più efficace, spazi di incontro, palestre, campi sportivi, parchi curati, mezzi pubblici e biblioteche.

Richieste basilari, quasi ovvie. Ma che oggi, in molti quartieri italiani, appaiono ancora utopiche.

Le periferie sono territori che contano

Il titolo dello studio è probabilmente la sintesi più chiara: I luoghi che contano. Perché il territorio in cui si nasce continua a condizionare opportunità, aspettative e destino. E perché le disparità territoriali, oggi, solcano le città in modo ancora più marcato delle classiche differenze geografiche tra Nord e Sud.

Ma questi quartieri non sono solo spazi di privazione. Sono anche centri di resilienza, comunità attive, territori pieni di ragazzi e ragazze che chiedono qualcosa di molto elementare: essere osservati senza etichette e avere le medesime possibilità degli altri.

QUI il report completo.

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