La lettera di Littizzetto ai genitori sulla rabbia dei giovani

A Che tempo che fa, Littizzetto ricorda ai genitori che capire la rabbia dei figli non significa giustificarla.

Prima li additiamo come svogliati, superficiali e disinteressati a tutto, poi, quando scendono in strada, occupano gli istituti scolastici o cercano di far valere le proprie idee, li trasformiamo in un pericolo per l’ordine pubblico. Ma cosa si nasconde dietro la rabbia dei ragazzi di oggi? Cosa stiamo realmente facendo, noi adulti, per comprendere chi abbiamo davanti?

È un interrogativo che avevamo già sollevato nei giorni scorsi, affrontando il tema delle proteste studentesche, della precarietà lavorativa, del diritto a una casa e di un’intera generazione a cui continuiamo a chiedere impegno, senza però offrire gli strumenti per costruirsi un’esistenza indipendente.

Nelle ultime ore è stata Luciana Littizzetto a riportare questa contraddizione al centro del dibattito pubblico. Durante Che tempo che fa, in onda sul Nove, una delle sue celebri letterine era rivolta questa volta ai genitori di adolescenti, studenti e dei cosiddetti maranza. Un testo ironico e pungente, come nello stile della comica torinese, ma con un messaggio di fondo molto netto: comprendere le motivazioni di un gesto non equivale ad approvarlo. E soprattutto, una crisi generazionale non si risolve puntando tutto sulla repressione.

Il testo integrale della lettera

Caro papà e cara mamma,
in piedi davanti alla questura o a casa con il cellulare in mano, genitore 1 e genitore 2, genitore di maranza, papà-ranza e mamma-ranza, ma anche mamma di una figlia delle Giovani Marmotte, che ieri, quando hai sentito la frase «Ciao ma’, io vado in centro», hai pensato: «Ma non potresti andare a combattere gli Houthi, che sto più tranquilla?».
Io ti capisco.
Quando ti chiama la questura e ti dice «Abbiamo qui suo figlio», ti si accorcia la vita di colpo.
Vorresti sprofondare, prendere una di quelle talpe automatiche che fanno le metropolitane e scavare, scavare, e poi sotterrarti lì sotto.
Perché quando tuo figlio è in questura è come se il colpevole fossi tu.
Tu che hai tutti i punti della patente, che paghi l’IMU persino per le case del Monopoli, che hai una fedina penale candida, lavata col Chanteclair.
Per i genitori vedere il figlio in TV è motivo di orgoglio, se ci finisce perché canta, di sicuro. Se ci finisce mentre spacca una vetrina, l’orgoglio diventa vergogna.
Ma io ti capisco, cara mamma o caro papà, che ti rompi la schiena dalla mattina alla sera per guadagnare un salario da fame e tenere su la baracca. E le ore corrono e tu non riesci a stare dietro a tutto.
E capisco anche te, che sei un professionista in carriera, quasi sempre in viaggio, pressato dagli impegni, e tuo figlio lo vedi poco a quasi mai.
La vita è dannatamente difficile e gli adolescenti hanno l’enorme talento di renderla ancora più un casino.
Sono esseri mitologici, mezzi bambini e mezzi adulti, che sanno come prendere la tua esistenza, stracciarla e farne brandelli.
Ma come? Un attimo fa era un bambino che si mangiava le caccole, ora spacca le vetrine e ruba le scarpe.
Ma come? Un attimo fa sembrava felice, adesso sembra di avere in casa Jacopo Ortis che gioca alla PlayStation.
Fare i genitori in questi anni è come arare il Polo Nord: fatica immensa per raccogliere pochi frutti.
Tu, mamma, tu, papà, siete gli unici influencer che non ascoltano.
E allora che esempi gli vuoi dare?
Il presidente degli Stati Uniti fa il bullo.
Quello dell’Argentina va in giro con una motosega.
Quello di Israele lasciamo perdere.
Su TikTok sbancano quelli che si filmano mentre mangiano cinquanta hamburger in un colpo solo, oppure si danno fuoco alle scorregge.
E quindi?
Quindi, proprio in questi tempi di repressione e di pene sempre più severe, a noi adulti è rimasto il compito più difficile.
Capire.
Capire che non è giustificare.
Capire che non è assolvere.
Capire è non fermarci alla colpa, domandarci la causa.
Lo dobbiamo fare noi genitori, ma anche voi politici di maggioranza e di opposizione.
Ci concentriamo sul colpevole, sulla sua punizione, perché è più facile, più immediata, raccoglie applausi.
Ordine e disciplina. Autorità dello Stato.
Uno Stato autoritario, ma sempre meno autorevole, che delega alla polizia la gestione dei problemi.
Un Paese che sta regredendo, con i deboli sempre più ai margini, anche da ragazzini.
Capire significa vedere che prima della vetrina sfasciata, forse, ci sono dei destini già sfasciati in partenza.
Non si distruggono i negozi per ribellarsi alla cultura. Si sfascia perché si è vuoti di senso, si è soli, pieni di rabbia, di furore.
Rompi tutto perché non hai uno straccio di futuro, non hai più niente da perdere.
Ti rimane farti vedere.
Una foto da pubblicare sui social, un passamontagna che ti fa sentire un eroe.
È il «tanto ormai» che ci ha rubato ogni pensiero di cambiamento e di futuro.
Quindi, caro collega genitore, rispolvera una sana tradizione casalinga: il litigio.
Ma non quello freddo su WhatsApp e neanche il silenzio passivo-aggressivo.
Ma il sano, vecchio e dignitoso litigio tra genitori e figli.
Che volino i vaffa***? Eh sì.
Lascia che parli, che gridi, che pianga.
Tu stacci dentro.
Fagli sentire che c’è un adulto nella stanza, che quella rabbia, alla sua età, l’ha avuta anche lui.
Alla fine sarai esausto, ma non hai alternative.
Ricaricati e vai avanti, perché quello che ci serve per uscirne non sono più militari nelle strade, ma più dialoghi nelle case.
E ricordati che il più grande personaggio della letteratura italiana è Geppetto, il papà di Pinocchio, che anche lui era un bel maranza.
Collodi non lo dice, ma secondo me Pinocchio le vetrine dell’IKEA o della Foppapedretti le avrebbe sfondate volentieri.
Però Geppetto non molla mai.
Ama talmente quella testa di legno che ha messo al mondo che lotta, si danna l’anima, si fa inghiottire addirittura da una balena, ma alla fine riesce a far diventare il suo burattino un bambino vero.
Se ci è riuscito lui…

Una lettera che, in sostanza, lancia a noi adulti un solo invito: non fermarsi alla condanna dei comportamenti violenti, ma interrogarsi sulle cause che possono scatenarli. Dietro la rabbia di certi adolescenti si celano spesso solitudine, disagio, assenza di prospettive e un bisogno profondo di essere ascoltati: sta a noi coglierlo.

Il messaggio della comica non vuole essere un’assoluzione per chi commette errori, né un atto d’accusa verso i genitori, che spesso devono fare i conti con difficoltà economiche, orari di lavoro massacranti e poco tempo da dedicare ai figli. È piuttosto un appello alla responsabilità condivisa, che chiama in causa famiglie, scuola, istituzioni e politica. Punire può essere utile? Talvolta sì, ma non è sufficiente se non si affianca un reale tentativo di comprendere e prevenire.

Littizzetto invita quindi a ritrovare il confronto, anche quello fatto di discussioni accese, porte sbattute e scontri verbali. Il motivo è semplice: educare non vuol dire evitare i conflitti, ma restare presenti anche nei momenti più difficili. Proprio come Geppetto, che non abbandona mai Pinocchio nonostante le sue continue marachelle.

In definitiva, il senso profondo della sua riflessione è questo: i giovani hanno bisogno di regole, certo, ma anche di adulti in grado di ascoltarli, sostenerli e non arrendersi di fronte ai loro sbagli. E di una società capace di chiedersi, prima di bollarli come un problema, quale futuro stia realmente offrendo loro.

E se provassimo ad ascoltarli prima di giudicarli?

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