Caso Paolo Mendico: allontanata la dirigente scolastica mentre i quaderni del ragazzo diventano elemento chiave per le indagini in corso.
Oggi a testimoniare sono i suoi diari, le pagine che Paolo ha riempito con le sue parole. Pagine che non hanno mai creato disturbo, che non hanno mai alzato la voce, che sono rimaste in silenzio. Ma forse proprio lì, tra quelle righe, c’era tutto. Il peso dell’esistenza, l’angoscia, l’isolamento, il desiderio disperato di essere notato.
Quelle frasi vengono ora esaminate attentamente da una psicologa esperta in grafologia, incaricata dai genitori, per tentare di ricostruire ciò che il ragazzo non è riuscito a esprimere completamente. Per scoprire se tra quelle annotazioni esistevano segnali di disagio ignorati, se c’erano sofferenze raccontate sottovoce, se emergeva già la stanchezza di chi non si sente più protetto.
Intanto, la responsabile dell’istituto dove Paolo studiava è stata allontanata temporaneamente dal suo incarico. Una misura doverosa, perché quando un adolescente di quattordici anni perde la vita non si può considerare la vicenda come un dramma esclusivamente familiare.
È il segnale che occorre indagare a fondo, senza evitare le responsabilità. Paolo non è scomparso improvvisamente e adesso gli inquirenti cercano di verificare se qualcuno abbia contribuito a quel malessere profondo, se vi siano state pressioni, se siano state trascurate richieste di aiuto, se di fronte alla sua vulnerabilità siano state chiuse le porte invece di offrire sostegno.
L’istituto scolastico e i familiari continuano a fornire versioni che non coincidono. Ma gli elementi cominciano a delinearsi: un provvedimento disciplinare, un’inchiesta giudiziaria, un quaderno che si trasforma in documento. È come se finalmente qualcuno stesse tentando di dare voce a Paolo quando lui non può più farlo.
Ogni frase che ha annotato assume ora il valore di una testimonianza esistenziale. Era il suo modo di affermare la propria presenza in un contesto che probabilmente non gli ha dedicato sufficiente attenzione. E allora dobbiamo interrogarci: quanto siamo in grado di riconoscere una sofferenza che non si manifesta apertamente? Quante volte scambiamo la gentilezza per resilienza, la delicatezza per fragilità, il riserbo per mancanza di difficoltà?
Il provvedimento nei confronti della dirigente vogliamo interpretarlo non solo come un atto formale, ma anche come una fessura che potrebbe aprirsi nel muro dell’indifferenza.