Dalla medicina "razzista" a quella "personalizzata": ecco la rivoluzione dei farmaci

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Gli esseri umani hanno circa 24 mila geni, ma ogni singolo individuo mostra il 99.9% di identità genetica uguale a tutti gli altri.

Sono questi i dati emersi, inaspettatamente, dal completamento del progetto Genoma Umano, annunciato nella primavera del 2001. Sarà quello 0,1%, che determina la nostra diversità, a trainare la nuova rivoluzione che sta investendo il settore farmacologico?

È cominciata, infatti, l'era della "medicina individualizzata" che tiene conto delle diversità degli esseri umani sia per nelle cure che nella diffusione di alcune malattie nei diversi gruppi etnici.

La genomica ci aiuta, infatti, a conoscere il funzionamento del nostro corpo e, di conseguenza, a trovare cure sempre più “personalizzabili” a seconda dell’etnia. Anche se ciò può valere l’accusa di razzismo.

Precursore di questa rivoluzione è stato il primo farmaco “etnico-selettivo”, il BiDil, particolarmente indicato per la popolazione nera più soggetta a insufficienza epatica, ipertrofia cardiaca e diabete. Approvato nel 2005 dalla Food and Drug Administration (l'ente statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici), il Bidil scatenò da subito feroci polemiche e nel 2008, dopo soli tre anni dalla sua approvazione, è stato dichiarato fuori commercio dalla Nitromed, la casa farmaceutica di produzione.

Ma questo non ha fermato il grande cambiamento.

  • Nel 2007, ad esempio, la Pharmaceutical Research and Manufacturers Association of America registrava più di 700 farmaci in fase di sviluppo destinati solo alla popolazione afroamericana.
  • Al Memorial Sloane Kettering Center di New York, centro di ricerca per la cura del cancro, ci si occupa del "diversity programme", un progetto che include nei protocolli anche le minoranze etniche (neri, nativi americani, asiatici e ispanici).
  • Lo Stato del Messico, poi, ha deciso di studiare geneticamente la propria popolazione, realizzando la Mapa del genoma de los Mexicanos, pubblicata sulla rivista Pnas.
  • Ha preso il via anche il Progetto Genoma Africano, fondamentale per le ricerche mediche da cui i popoli africani sono automaticamente esclusi a causa dell’impostazione eurocentrica dei dati genetici raccolti fino ad ora.

Questi sono solo alcuni esempi che dimostrano quanto il mondo della medicina, della ricerca e dell’industria farmacologica sia già dentro il cambiamento. Ma allora la medicina etnica esiste? Sì e no. Di fatto esiste, ma non si chiama così! Meglio utilizzare il più politically correct “individualizzata”!

Senza addentrarci in un campo troppo tecnico e specialistico e in una questione davvero complessa, ci preme di certo sottolineare che senza la mappatura genetica delle vare etnie non si potrà mai sapere con certezza se i farmaci, generalmente sviluppati e testati per l’Occidente, abbiano gli stessi benefici su altre popolazioni.

Ma un dubbio sorge spontaneo: che ne sarà allora dei meticci?

Roberta Ragni