Alzheimer: un esame del sangue per una diagnosi con 10 anni di anticipo

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Presto sarà possibile prevedere la comparsa della malattia di Alzheimer attraverso un semplice esame del sangue e con 10 anni di anticipo.

Questa confortante scoperta è il risultato di uno studio - ancora in corso - diretto dal dottor Madhav Thambisetty del King's College di Londra, e pubblicato su Archives of General Psychiatry.

Il morbo di Alzheimer è un processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l'individuo che ne è affetto incapace di una vita normale.

In Italia ne soffrono circa 800 mila persone, nel mondo 26,6 milioni - secondo uno studio della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora (USA) - con una netta prevalenza di donne.

Secondo gli scienziati britannici, la malattia sarebbe strettamente connessa alla presenza di una specifica proteina nel sangue: la clusterina. Thambisetty e i suoi hanno lavorato con circa 300 soggetti, sia sani che malati allo stadio iniziale e allo stadio avanzato, seguendoli per 10 anni e sottoponendoli a regolari esami.

È così emerso che il livello di clusterina nel sangue è tanto più alto quanto più risulta avanzato lo stadio della malattia. Dunque, l’aumento del livello di clusterina può essere considerato il primo segnale della comparsa della malattia.

La presenza in eccesso di tale proteina è riscontrabile con anni di anticipo rispetto ai sintomi veri e propri del morbo di Alzheimer. Perciò, spiegano gli esperti, un esame del sangue ad hoc sarebbe in grado di avvertire il paziente in anticipo.

Purtroppo, gli scienziati non sono ancora in grado di stabilire quale livello di clusterina possa definirsi “normale” e quale, invece, indicherebbe che la malattia si sta sviluppando. Inoltre, al momento, la malattia risulta incurabile: le terapie farmacologiche e non, sono solo in grado di migliorare la qualità della vita dei pazienti malati e provare a rallentarne il decorso nelle fasi iniziali.

A tal proposito, ci si interroga su quanto sia opportuno mettere a conoscenza il paziente della propria “condanna a morte” senza offrirgli un’opportunità. E, come al solito, non ci resta che avere fiducia nella ricerca.

Silvia Pluchinotta