Depressione in gravidanza: si può curare con i farmaci?

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Il tema è di quelli che fanno riflettere e sollevano numerosi interrogativi: secondo i risultati di diverse statistiche, una percentuale variabile tra il 10 e il 40% delle donne in gravidanza soffre di disturbi depressivi ed una donna su 4 riceve un trattamento farmacologico.

Il periodo più felice della vita di una donna, secondo l’opinione comunemente diffusa, può presentare problematiche e risvolti psicologici tali da rendere necessario il ricorso agli psicofarmaci. Cosa fare allora?

Non esiste una regola generale per sconsigliare l’assunzione di antidepressivi in gravidanza, ma il loro uso va attentamente valutato e controllato. La valutazione dell'opportunità dell'assunzione dei farmaci può essere effettuata solo da uno psichiatra che deve eventualmente consigliare la terapia, soltanto nel caso in cui lo ritenga strettamente necessario, ed assistere poi la paziente durante tutto il periodo della gravidanza e del puerperio.

La decisione di sottoporre una donna in dolce attesa ad un terapia farmacologica antidepressiva, tuttavia, non influisce esclusivamente sulla futura mamma; per questo motivo prima di dare inizio alla cura è opportuno un consulto tra il Medico di medicina generale, lo Psichiatra, il Ginecologo ed il Neonatologo. Tutti gli esperti sono concordi nell’affermare che, in casi di depressione lieve o moderata, la psicoterapia costituisce la scelta di prima istanza per la cura della depressione in gravidanza.

È importante, comunque, che le forme di disagio psicologico in una donna in attesa non vengano trascurate. Esistono gravi rischi collegati al non trattamento della depressione, con la psicoterapia e/o con i farmaci durante la gravidanza. Tra i più noti ricordiamo: scarsa adesione ai controlli ginecologici, comportamenti autolesivi, abuso di sostanze e/o alcolici, alterazioni nello stile di vita, depressione postpartum. Vi è, inoltre, pericolo di aborti spontanei, travagli precoci, parti prematuri. Il feto può incorrere in rischi molto seri, tra cui: alterazioni nella fisiologia, basso peso alla nascita, ridotta circonferenza cranica, ritardo nella crescita neonatale, alterazioni comportamentali a lungo termine. Tuttavia, vi sono seri rischi anche in caso di trattamento con psicofarmaci, come, ad esempio: aborti spontanei, teratogenesi (dalla 2° sett.imana al 3°mese), tossicità neonatale.

Uno studio, effettuato presso la University of California, San Diego School of Medicine e il Slone Epidemiology Center at Boston University, dimostra l'esistenza di un rapporto tra l'assunzione di alcuni antidepressivi e l'ipertensione polmonare persistente del neonato. Le complicanze per il bambino non riguardano la sola sfera fisica, ma si estendono anche a quella psichica. È stata infatti pubblicata una ricerca sugli Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine da Levinson-Castiel, del Children's Medical Center di Petah Tiqwa in Israele, secondo cui quasi un neonato su tre di quelli la cui mamma durante la gestazione assumeva antidepressivi, dopo la nascita manifesta segni più o meno forti di crisi d'astinenza da questi farmaci.

Si tratta, evidentemente, di un argomento molto delicato, per il quale l’unica raccomandazione possibile è quella di evitare generalizzazioni e cercare risposte e soluzioni caso per caso.

Francesca Di Giorgio