Sogni più lunghi, memoria più duratura

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Ma come? Non si diceva che chi dorme non piglia pesci? Pare invece che il nostro cervello non si riposi nemmeno quando dorme.

Uno studio della Harvard Medical School effettuato su alcuni studenti dell’Università di Berkeley, ha dimostrato proprio che il sonno non solo permette al cervello di essere più scattante e lucido nel ricevere le informazioni che gli arrivano dagli input esterni, ma che lo agevola anche nella loro rielaborazione per poter al meglio immagazzinare i dati stessi. In poche parole chi dorme di più ha una memoria migliore!

Perché? Perché le attività di memorizzazione avvengono proprio quando la mente, ma solo apparentemente, è a riposo.

I neurosceinziati hanno affrontato il sonno quindi non più da un punto di vista prettamente psicologico come semplice porta sul mondo dell’inconscio rimosso, ma studiando le connessioni dei neuroni e cercando di capire come il sogno influenzi il funzionamento del cervello. Gli scienziati si sono avvalsi per i loro esperimenti della polissonnografia – una serie di strumenti che permette di monitorare durante il sonno le funzioni fisiologiche attraverso la rilevazione dei movimenti oculari, l’elettroencefalogramma, i movimenti del torace e dell’addome, la respirazione e il battito del cuore – ed e proprio sulla base di questi dati che Giuseppe Plazzi del Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Bologna può sostenere che “il sonno esercita un’influenza positiva sul funzionamento della memoria”.

Ma come è possibile? Anzittutto durante il sonno si riducono le interferenze esterne e il cervello può lavorare in santa pace senza distrazioni, ma soprattutto le onde elettriche che favoriscono il passaggio dei dati raccolti durante la giornata all’ipotalamo, la zona cerebrale della memoria a lungo termine, si moltiplicano proprio nella fase N-REM del sonno, quando si sta per cadere nel buio profondo del mondo onirico, ma si sta ancora sognando ad occhi aperti. In questa fase il cervello è come se guardasse le immagini scorrergli davanti come fosse al cinema, ma è proprio ora che le rielabora e le memorizza, come hanno dimostrato i consumi di ossigeno che sono comunque alti anche in questo momento di relax e non solo durante la concentrazione da svegli.

Robert Stickgold, direttore del Center for Sleep and Cognition sostiene che nella prima parte del sonno avviene il consolidamento delle informazioni nella memoria e che nella successiva fase, la REM, i sogni servirebbero per riorganizzare l’immagazzinamento, facendo paragoni e confronti tra le immagini stesse collocandole nel posto giusto in base alle informazioni già archiviate, per non creare confusione o sovrapposizione. Per cui il cervello durante il sonno si comporterebbe come un bravo archivista.

Quindi nuova voce ai sogni che sembrano essere utili non solo alla psicolgoia e ai processi di transfer, ma anche dal punto di vista neurologico: potrebbe proprio essere che in essi riaffiori quella memoria implicita di cui ricordo non si può avere proprio perché immagazzinata non nell’ipotalamo, ma in un’altra zona del cervello, l’amigdala. Forse che siano proprio i sogni a organizzare le diverse memorie direzionando alcuni dati verso un’area cerebrale e altre verso un’altra? Teoria forse azzardata ma che dà nuova voce a un’attività mentale a cui forse non è ancora stata del tutto riconsciuta la reale potenza.

Valentina Nizardo