Diaz: una ferita che non si rimargina

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I tragici ed inaccettabili fatti del G8 di Genova non meritavano di essere cancellati dalle nostre memorie. Ecco che allora il regista Daniele Vicari decide di ridare vita a scontri e violenze attraverso l'arte cinematografica, in modo da risollevare l'attenzione degli spettatori e dell'opinione pubblica su quanto accadde quasi undici anni fa, il 21 luglio 2001, nella sede del complesso scolastico genovese "Pascoli-Diaz".

Lo scopo del film non è certamente quello di dare risposte a domande che rimarranno aperte ancora per lungo tempo, relativamente al comportamento inaudito delle forze dell'ordine, ma quello di riaprire la strada a dubbi e riflessioni, affinché la storia non si ripeta, affinché i colpevoli non possano ricadere con facilità nel circolo vizioso dell'errore. La visione di "Diaz" non ha sicuramente potuto lasciare indifferente né chi era troppo giovane al momento dell'accaduto per poter comprendere a pieno la situazione, né chi aveva potuto osservare i fatti soltanto da lontano, tramite i notiziari televisivi. L'attesa per la pellicola era trepidante nel nostro Paese fin da quando il regista, durante la presentazione del suo ultimo lavoro in occasione del Festival del Film di Berlino, aveva descritto come inaccettabile quanto accaduto presso la scuola-dormitorio di Genova e, poco dopo, presso il carcere di Bolzaneto, dove gli arrestati subirono pressioni tali da poter essere considerate vere e proprie violazioni dei diritti della persona.

Il film di Vicari riesce ad offrire una testimonianza lucida di quelle violenze che sono state definite come la più grave violazione dei diritti umani in un Paese democratico successivamente alla Seconda Guerra Mondiale. Oltre le telecamere scorre il sangue, a simboleggiare le ferite aperte dalla volontà cieca di opprimere con la forza qualsiasi anelito di libertà. Ferite non ancora completamente cicatrizzate, capaci di emozionare e di mostrare in maniera vivida la ragnatela di questioni irrisolte che ancora si cela dietro quella che, senza mezzi termini, è stata definita come una carneficina, i cui responsabili risultano ancora, in larga parte, impuniti.

Marta Albè