Elogio del fallimento, un libro per capire il disagio giovanile

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Desiderio, godimento, disagio, anoressie, bulimie: sono questi i temi che ricorrono insistentemente nella pagine di "Elogio del fallimento", l'ultima fatica di Massimo Recalcati.

Psicanalista lacaniano tra i più noti in Italia, Recalcati raccoglie in queste 222 pagine molte delle conversazioni avute in trasmissioni radiofoniche o pubblicate su riviste di settore tra il 1998 e il 2011. Un excursus intorno al disagio della giovinezza e alle mutazioni antropologiche che caratterizzano il "malessere" nella nostra Civiltà.

 

Un viaggio alla scoperta del nuovo essere umano – il soggetto ipermoderno senza inconscio –, dell'adolescenza e dei sintomi inediti che la caratterizzano. Ma non solo: una sintesi chiara dell'itinerario di ricerca del professor Recalcati, che può considerarsi un'efficace introduzione generale al suo pensiero.

Tutti argomenti questi che possono "spaventare" il lettore ma che, grazie all'essenza diretta propria delle conversazioni (le parole sono state lasciate nella loro improvvisazione originale), fanno di questo libro un utile strumento per tutti coloro che vogliono avere una comprensione più critica e consapevole del nostro tempo.

Massimo Recalcati. "Elogio del fallimento – Conversazioni su anoressie e disagio della giovinezza". Edizioni Erickson, € 19. Una visione lucida e appassionata del nostro tempo e dei sintomi che lo rappresentano.

immagineNoi di wellMe.it abbiamo incontrato il professor Massimo Recalcati, autore tra gli altri di "Il soggetto vuoto" (Edizioni Erickson).

WM: Professor Recalcati, quali sono i malesseri tipici del nostro tempo e perché i giovani d'oggi sono così infelici e tormentati?

MR: I malesseri sono vari e sono diffusi epidemicamente: abuso di sostanze, anoressie, bulimie, obesità, attacchi di panico, depressioni, dipendenze patologiche di vario genere, violenza. Ma sotto queste maschere sintomatiche i giovani d'oggi – non tutti i giovani d'oggi ma i giovani che stanno male – sembrano afflitti dalla difficoltà di accedere all'esperienza del desiderio. Sono soggetti senza desiderio.

WM: Soddisfacimento, godimento e desiderio: quale connotazione assumono nel contesto odierno?

MR: Nel nostro tempo domina il godimento compulsivo, la ricerca affannosa della nuova sensazione, del nuovo oggetto. Ma questa ricerca riproduce sempre la stessa insoddisfazione. Il godimento che oggi appare come un vero e proprio dio cannibale al quale i giovani sacrificano le loro vite non procura alcuna soddisfazione. La ricerca del nuovo, della nuova sensazione, si esaurisce nella ripetizione della stessa insoddisfazione.

WM: La frase sempre più comune tra i giovani "vivo alla giornata", secondo lei ha ragione di esistere?

MR: Progettare la vita significa differire il godimento immediato, canalizzarlo – appunto – in un progetto. Ed ogni progetto implica anche l'esperienza del limite, dello sforzo, della costanza, dell'impegno. Rinnovare la fedeltà nei confronti della propria aspirazione, della propria vocazione, del proprio desiderio: questo comporta una assunzione di responsabilità rischiosa e difficile. Vivere alla giornata solleva da quella assunzione, ma la sua offerta di felicità è illusoria ed effimera.

WM: Anoressia e bulimia: malattie del corpo o malattie sociali?

MR: Sono malattie che investono il corpo e che lo conducono sul baratro della morte. Nel campo della salute mentale non esistono malattie mortali come sono anoressie e bulimie. E tuttavia questo corpo che rende schiavi – schiavi della sua fame o della sua immagine estetica – è anche un corpo esaltato dalla nostra cultura. I due miti che reggono la nostra industria culturale sono gli stessi che agiscono come miti guida nell'anoressia-bulimia. Il primo è il mito del consumo, il mito che esiste un oggetto capace di risolvere il dolore di esistere, il mito di un consumo fine a se stesso, di un consumo di consumo che trova la sua esplicitazione più drammatica nell'abbuffata bulimica: mangiare tutto senza mai raggiungere il senso della sazietà. Il secondo è il mito dell'immagine estetica del corpo. Avere un corpo magro significa per una donna assimilarsi al corpo alla moda, avere la giusta divisa, essere assimilata all'ordine di ciò che deve essere una donna. Questi due miti ci introducono a forme paradossali di schiavitù dove nel massimo di una falsa libertà il soggetto si scopre prigioniero del cibo o della sua stessa immagine.

WM: Se dovesse dare un consiglio ai genitori di un adolescente in merito a regole, cattiva condotta e trasgressione, cosa direbbe loro?

MR: Quello che fa bene ai giovani non è voler fare il loro Bene. Anche perché quando qualcuno vuole fare il bene di qualcun'altro non c'è, solitamente, più limite al male. Quello che i genitori possono fare è offrire ai loro figli una testimonianza di come si può unire il desiderio al senso del limite. Desiderare non significa semplicemente praticare una libertà senza vincoli; desiderare significa fare del proprio desiderio una vocazione, un impegno, una possibilità che non esclude il senso del limite ma lo implica profondamente.

Fabrizio Giona